l’opinione – LA GIUSTIZIA MUORE A RIACE

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NON BASTANO 21 CAPI D’ACCUSA!
IL SINDACO “ROSSO” LUCANO
TORNA SUBITO LIBERO:
MESI DI INDAGINI DELLA FINANZA
BUTTATE NEL CESSO.
IL COMUNE RISCHIA IL DISSESTO

___di Fabio Giuseppe Carlo Carisio ___

Muore a Reggio Calabria l’ultimo spiraglio di giustizia: di una giustizia che non è pensata per perseguitare o distruggere ma semplicemente per dare un nome ai colpevoli dei reati. Dal Tribunale del Riesame reggino, sciolte le riserve in pochissiume ore nonostante la complessità e voluminosità del caso, arriva la decisione che butta nel cesso 18 mesi di indagini della Guardia di Finanza e della Procura della Repubblica di Locri. Inutile entrare nel dettaglio dei sofismi giuridici per cui il Sindaco di Riace, il più illegale d’Italia per sua stessa sedicenza e vanto, dagli arresti domiciliari passa al più comodo divieto di dimora. E’ la bacchettata sulle dita che il professore dà dolcemente all’allievo amato e soprattutto figlio di papà. E’ la piccola punizione per dire che le mani nella marmellata ce le ha messe ma siccome dava da mangiare a qualche disperato africano e regalava il permesso di soggiorno a qualche prostituta nigeriana non è una cosa così grave. I soldi spesi dagli italiani per permettergli di fare tutto ciò asssolutamente non contano…

Ovviamente non si conoscono ancora nei dettagli i pronunciamenti del Tribunale della Libertà che ha dato il patentino di buono, se non di santo, a Domenico Mimmo Lucano. Ma sinceramente poco ci interessa conoscerli perché scrivendo di cronaca giudiziaria da trent’anni ed avendo visto l’accanimento di molteplici giudici nei confronti di tanti politici semplicemente sospettati di vaghi episodi di concussione, malversazione e abuso d’ufficio non ho nemmeno voglia di sapere perché alcuni togati hanno graziato il modello Riace che è stato invece ritenuto illegale e fallimentare in mille pagine della Procura della Repubblica di Locri, in centinaia di intercettazioni, in ispezioni della Prefettura di Reggio Calabria e in 21 pagine di provvedimento di revoca della concessione dei fondi per l’accoglienza al Comune di Riace firmate dalla Direzione centrale per le politiche dell’Immigrazione e dell’Asilo del Ministero dell’Interno. Di fronte a questa decisione che prima di tutto umilia le Fiamme Gialle, una Procura della Repubblica, funzionari prefettizi e ministeriali, non c’è nemmeno da entrare nel merito. Sarebbe solo perdersi nei cavilli da legulei ed azzeccagarbugli. C’è solo da piangere in Italia per la Morte della Giustizia. Assassinata dalla cultura di sinistra: feroce con chi odia ma buonista con chi ama.

Il Gip del Tribunale di Locri aveva già preparato tutti gli italiani assetati di onestà e chiarezza giudiziaria alla pillola amara su Riace: smontando con paralogismi filosofici e vulgate da bar le circostanziate argomentazioni della magistratura inquirente fino ad arrivare a sostenere che una vittima di presunta concussione (l’estorsione commessa da pubblico ufficiale, nel caso di specie il sindaco Mimmo Lucano) non era attendibile perchè… Perché lo diceva lo stesso sindaco indagato per concussione!!! Siamo al funanombolismo della sempre opinabile e perciò inattaccabile interpretazione giuridica della fattispecie di reato.

Siamo alla farsa di una magistratura che da una parte ha il pm che ritiene Lucano accusabile di 21 reati tra cui l’associazione per delinquere e chiede l’arresto di altre 13 persone insieme a lui, dall’altra c’è un giudice che svergogna il collega togato ammettendo le due più piccole indiscutibili violazioni penali. Ed al fondo di questo tunnel, dove la giustizia diviene sempre più cieca contro chi guarda caso è di sinistra ma sa colpire come un checchino dei marines quando c’è un politico di destra, ecco i giudici della Libertà che, forse memori del Che Guevara riprodotto da Lucano sulle false cartamonete, concedono il patentino di libertà allo stesso amminstratore pubblico che, secondo la Procura, la Prefettura, il Ministero dell’Interno ne ha fatte di cotte di crude giocando coi bonus e pocket money, accogliendo migranti al di là di ogni limite temporale di legge, cercando di far sposare meretrici nigeriane con anziani rimbambiti, creando girandole di contributi e rendicontazioni persino difficili da ricostruire: girandole fatte col denaro dei cittadini italiani impiegato per il sostegno per l’accoglienza a coloro che profughi davvero non erano ma per la maggior parte solo richiedenti asilo cui è stato viavia negato questo status perché sprovvisti dei requisiti.

Una vicenda che ha indotto la Direzione centrale per le politiche dell’Immigrazione e dell’Asilo del Ministero dell’Interno a revocare i fondi per l’accoglienza per il rischio di dissesto del Comune di Riace: come dichiarato dall’ex funzionario ministeriale Marco Morcone al Corriere della Sera: «Ho parlato con Daniela Parisi, che ha firmato la relazione per la revoca e le ho spiegato che questa decisione non ha senso. Lei mi ha risposto che il Comune di Riace non è in grado di dare accoglienza perché è vicino al dissesto». Daniela Parisi è il prefetto direttore del sopracitato ufficio del Viminale.

L’ex sindaco di Riace viene condannato al divieto di dimora. Di fatto una pratica di ricongiungimento familiare con la sua compagna e coindagata nigeriana cui era stata comminata la medesima misura cautelare. L’inchiesta su Riace e sul walzer di soldi spesi senza giustificazione, secondo Prefettura e Procura almeno 500mila euro, finisce qui.

Se Cristo si è fermato ad Eboli la giustizia italiana è morta a Riace.

Fabio Giuseppe Carlo Carisio
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