IL POLLO A STELLE E STRISCE

DONALD “CHICKEN” TRUMP
NON INCONTRA PUTIN
PER COLPA DEL TRANELLO
DI UCRAINA E MONDIALISTI:
LA RUSSIA: “E CHI SE NE FREGA!”

di Fabio Giuseppe Carlo Carisio
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Donald Trump è un pollo! O se forse un grosso tacchino utile per il giorno del ringraziamento… Mentre i suoi confini tremano e la sua popolarità è in declino per la comprensibile decisione di bloccare l’ingresso negli Usa di un oceano di migranti da quel Messico da dove arrivano più delinquenti che bisognosi ecco che alla vigilia di un importante summit come il G20 si fa cuocere allo spiedo dalla cricca UE-Nato che dopo le batoste prese in Siria schiuma bava alla bocca per trovare una scusa per aggredire la Russia di Vladimir Putin a costo del proprio suicidio e della distruzione del pianeta terra. A Trump, preoccupato di rimettere in carreggiata il suo paese, il più indebitato del mondo, non frega una cippa dell’Europa. A più riprese ha già esternato un possibile ridimensionamento americano nel Patto Atlantico soprattutto per ridurre investimenti militari oggi sproporzionati rispetto ai rischi reali di un conflitto nel vecchio continente. Ma l’inquilino della Casa Bianca, pur avendo mostrato un animo buono rinunciando a proseguire la folle campagna siriana di Barack Obama che pur di ferire l’orso russo giunse a finanziare ed armare l’Isis, ama essere protagonista, apparire al mondo come colui che gira il pollice decidendo le sorti della geopolitica internazionale. Quattro delinquenti, che le cronache chiamano statisti ma la storia seppellirà con infamia eterna nelle loro bugie, lo hanno capito e sanno benissimo quali corde toccare per suscitare l’orgoglio patriottico del presidente Usa.

Lui, purtroppo, smanioso di rimirarsi nello specchio di quegli occHi ipocriti, si fa cucinare come un pollo allo spiedo tanto da decidere di non incontrare Putin al G20 dopo l’escalation della crisi nel Mar d’Azov per una palese provocazione delle navi militari dell’Ucraina, per stessa ammissione di alcuni dei 24 membri degli equipaggi arrestati e detentuti per sconfinamento illegale in acque territoriali straniere. Una rinuncia all’incontro che, da sola, varrebbe l’annullamento del summit stesso: che senso ha farlo se i capi di stato dei due più influenti paesi del mondo non si parlano?

Ebbene sì. Rivisto a bocce ferme l’incidente dello stretto di Kerch sembra creato ad arte non solo per permettere al presidente ucraino di varare la legge marziale e se necessario rimandare le elezioni presidenziali di primavera a data da destinarsi finchè i sondaggi non gli saranno meno sfaforevoli ma anche per tendere un tranello a Trump in vista dell’incontro di Buenos Aires. Inutile stare a disquisire sui dettagli del diritto internazionale: Putin sa benissimo che il golpe di Euromadian del 2013 a Kiev è stato ordito dai mondialisti per rovesciare un governo filorusso. Sa benissimo che dietro quella rivoluzione arancione ci sono stati i finanziamenti di George Soros, da anni espulso dalla Russia insieme alle sue fondazioni che hanno aiutato anche i ribelli in Siria, sa altrettanto perfettamente bene che quei soldi sono serviti anche a pagare i cecchini mercenari georgiani che hanno sparato sulla folla uccidendo civili e poliziotti per giustificare l’indignazione di piazza e del mondo intero. Per questo si è ripreso la Crimea donata all’amica Ucraina quale pegno di fedeltà alla Russia e l’ha annessa forte di un plebiscito che ha visto il 97 % dei crimeani votanti esprimere il consenso per l’autonomia della Repubblica di Crimea ed il suo ingresso nella Federazione Russa. A tempi record ha fatto un ponte che collega Kerch al russo Krasnodar, il più lungo in Europa, un sogno per l’Italia dove i viadotti crollano e Messina e Reggio Calabria da decenni vivono il miraggio di un collegamento. Ha resistito alle sanzioni imposte da Obama e dall’Unione Europea ed alle rappresaglie contro gli oligarchi russi trattati peggio di terroristi internazionali tanto da rendere più autonoma l’economia del paese che nel 2020 sarà completamente autosufficiente: dove si producono in casa il prosciutto di Parma e la mozzarella di Bufala campana in barba alle esportazioni agroalimentari italiane che hanno perso miliardi grazie all’autogol ideologista voluto da Napolitano e Renzi per appoggiare i mondialisti d’Europa nella loro vendetta contro la Russia.

Quindi, piaccia o non piaccia, come Putin si è guardato bene dal cedere in Siria, dove l’unico porto russo sul Mediterraneo era il vero obiettivo non dichiarato della guerra, altrettanto farà in Crimea a costo di una devastante guerra mondiale. Poroshenko, privato della riserva di giacimenti di idrocarburi del Donbass che giustificò l’ingresso di Hunt Biden, figlio del vice di Obama, nella società energetica ucraina Burisma, con il consenso a picco, non ha nulla da perdere nello scatenare una guerra internazionale e pertanto chiede a gran voce le navi Nato nel Mar d’Azov. Gli Usa sì: hanno molto da perdere. Soprattutto in un momento in cui continuano a provocare la Cina che essendo una repubblica popolare comunista non ha granchè a cuore il destino dell’umanità e per una mera logica di profitto potrebbe facilmente agguantare il primo casus belli a disposizione per rovinare gli americani: militarmente e finanziariamente, visto che sono proprio i cinesi a detenere buona parte del debito pubblico Usa. Ecco perché il Donald Chicken non si affida alla diplomazia ma ai tweet per bacchettare la Russia: “Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 29 novembre 2018: Visto che le navi e i marinai ucraini non sono stati riconsegnati dalla Russia ho deciso che la cosa migliore per tutti è cancellare l’incontro in Argentina precedentemente programmato con il presidente Vladimir Putin”. E’ cascato nell’inganno teso dagli antirussi d’Europa:soprattutto di quelli come Emmanuel Macron che pur di distrarre l’opinione pubblica dalla rivolta spontanea dei gilet gialli farebbe guerra al mondo intero; soprattutto dei vertici Nato che se non s’inventano a breve una guerra sanno che rischiano il fallimento nel momento in cui gli Usa taglieranno i finanziamenti.

La diplomazia del presidente della Russia è ancora una volta una lezione di potere e di stile: «Se non ci sarà il vertice tra Putin e Trump a margine del G20, il presidente russo avrà un paio di ore in più per incontri utili» commenta il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov. The show must go on. E per il banchetto del G20 Donald Chicken per tutti!

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