INFERNO VENEZUELA: ESPLOSIONI E SABOTAGGI SENZA FINE – news in tempo reale

– ARRESTATO IL BRACCIO DESTRO DI GUAIDO’
– IN FIAMME PARCO NATURALE SOPRA CARACAS
– DEPUTATO: “USA PRONTI A OGNI TERRORISMO”
– NUOVI SCOPPI NELLE STAZIONI ELETTRICHE
– 150 ATTACCHI HACKER IN POCHI GIORNI
– SABOTATO L’ACQUEDOTTO IN DUE STATI 
CON PETROLIO NELL’ACQUA POTABILE.

Essendo impossibile scrivere un articolo per ogni nuovo attentato che capita in Venezuela mi limiterò a dare brevi aggiornamenti flash. Tutte le spiegazioni sono nel testo sottostante.

AGGIORNAMENTO 22 MARZO ORE 8 ITALIA (3 VENEZUELA)

VENEZUELA: ARRESTATO PER TERRORISMO IL BRACCIO DESTRO DI GUAIDO’

 

AGGIORNAMENTO 20 MARZO ORE 23 ITALIA (18 VENEZUELA)

Sporadiche, forse anche per l’assuefazione che hanno generato tra gli stessi venezuelani, giungono le segnalazioni di altre eplosioni ed incendi nelle sottostazioni elettriche che stanno continuando a causare grossi problemi alla rete energetica e blackout anche durati più di 24 ore a Maracaibo.

 

AGGIORNAMENTO 19 MARZO ORE 20 ITALIA (15 VENEZUELA)

«Gli Stati Uniti e il Brasile non sono mai stati così vicini». Lo ha detto il presidente americano Donald Trump  in una conferenza congiunta con il presidente brasiliano Jair Bolsonaro dopo il vertice alla Casa Bianca che aveva tra i temi caldi proprio la politica Usa in Venezuela. Il tycoon americano ha detto che sta pensando seriamente ad una adesione del Brasile alla Nato o a qualche altra alleanza per questo Paese ribadendo che per far cadere il Governo del presidente Nicolas Maduro «tutte le opzioni sono sul tavolo». I contenuti dell’incontro sono rimasti in larga parte top secret ed è facilmente arguibile che riguardino il ruolo del Brasile nell’eventualità ormai sempre più prossima di un attacco militare a Caracas. Ha suscitato infatti l’attenzione dei media la visita dello stesso Bolsonaro ha fatto nel quartier generale della Cia a Langley, in Virginia, prima di recarsi a Washington. Molto più del suo incontro con Steve Bannon, l’ex stratega della Casa Bianca e ideologo della destra nazionalista nella residenza dell’amabasciatore brasiliano. Il rappresentante speciale degli Usa per il Venezuela, Elliot Abrams, invece, ha trascorso due giorni a Roma per i colloqui con un delegazione russa. Ma al termine del viaggio ha dovuto ammettere l’evidenza per cui il Governo Lega-M5S di Giuseppe Conte non vuole sbilanciarsi a concedere l’avallo al regime-change: «Con l’Italia abbiamo soltanto un punto di disaccordo sul Venezuela, il mancato riconoscimento di Juan Guaidò come presidente. Ma su molti altri punti concordiamo». Abrams vanta una grandissima quanto famigerata esperienza proprio nelle gravi internazionali avendo lavorato come stretto collaboratore per la sicurezza nazionale sia per il presidente Ronald Reagan che per l’altro repubblicano George W. Bush junior coi quali seguì i golpe in Nicaragua e San Salvador, rimase coinvolto nello scandalo Irangate, si occupò delle questioni geopolitiche connesse al Medioriente conseguenti alle guere in Afghanistan e Irak e, secondo il London Observer, fu tra i primi a sapere – o forsea tramare – il golpe del 2002 che portò all’arresto ed alla temporanea deposizione del presidente venezuelano Hugo Chavez. Non si conosce l’esito dell’incontro con il portavoce russo. Ma assolte le formalità diplomatiche e definiti gli accordi segreti con Bolsonaro gli Usa sono ormai pronti per dare corso alle minacce che il consigliere militare dell’amministrazione Trump, John Bolton, continua a lanciare su Twitter nei confronti del presidente venezuelano eletto Maduro, nel vano tentativo di indurlo a farsi da parte.

 

AGGIORNAMENTO 19 MARZO ORE 8 ITALIA (3 VENEZUELA)

Il vasto incendio doloso nel parco Waraira Repeno in un’immagine diffusa da TeleSur

Dopo i sabotaggi informatici alla centrali elettriche e le esplosioni nelle sottostazioni energetiche (9 fino a ieri sera), dopo la contaminazione dell’acqua con petrolio, dopo gli incendi di tre cisterne in una raffineria nella valle dell’Orinoco, il fuoco si avvicina alla capitale in modo devastante prendendo di mira la boscaglia della montagna sopra Caracas. Troppi gli attentati a raffica in soli 12 giorni per non ritenere anche quest’ultimo incendio, deflagrato nella serata di ieri, lunedì 18 marzo, come un’azione della cospirazione di regime-change svelata anche da un dossier scoperto un giudice argentino nell’archivio digitale di una presunta spia americana a Bueons Aires come anticipato in anteprima ed esclusiva in occidente da Gospa News. Le fiamme sono scoppiate all’improvviso nel vasto Parco naturale di Waraira Repeno bruciando in poche ore circa 50 ettari di foresta. Il Ministro dell’Interno, della Giustia e della Pace, Nestor Reveroi ha già avviato un’indagine sull’accaduto che sembra essere stato originato da un atto deliberato. Solo il pronto intervento di 47 Vigili del Fuoco e 105 volontari della Protezione Civile, come puntigliosamente riferito da TeleSur, ha limitato il lago di fuoco che si stava estendendo verso Terazas de l’Avila, località ad est della capitale. Ad allertare popolazione e politici dell’escalation senza limiti dei sabotaggi è stato il presidente dell’Assemblea Costituente venezuelana Diosdado Cabello ricordato il blackout che nei giorni scorsi aveva colpito 21 stati della Repubblica Bolivariana su 23 (e due ancora ieri): «Quello che sta succedendo in Venezuela sta accadendo per una ragione. Gli Stati Uniti hanno già tentato di portare avanti una serie di attacchi selettivi nel tentativo di causare danni al nostro paese. Gli Stati Uniti non si preoccupano delle vittime, possono apertamente tentare di lanciare attacchi terroristici in metropolitana, scuole e ospedali» ha detto Cabello proprio poche ore prima che la montagna che sovrasta la capitale andasse in fiamme. Sul quotidiano venezuelano El Nacional, ormai smaccatamente schierato con l’opposizione, 10 righe sull’incendio (citato per una foto su Twitter) e 200 di commenti politici contro il governo…

Il rogo che lunedì sera si avvicinava minaccioso al centro abitato Terazas de l’Avila, località ad est di Caracas

 

AGGIORNAMENTO 18 MARZO ORE 19 ITALIA (14 VENEZUELA)

L’ennesima esplosione nella zona industriale di Cloris a Guarenas

Dopo due giorni di tregua le esplosioni a raffica di stazioni elettriche sono riprese. I contestatori del Governo bolivariano continuano a non accettare l’ormai evidente spiegazione dei sabotaggi, accusando addirittura il presidente eletto Nicola Maduro di essere lui stesso a far esplodere i centri di distribuzione energetica o adducendo alla vegetazione incolta la causa degli incendi. I venezuelani che gli hanno creduto dopo la denuncia di 150 attacchi differenti in pochi giorni a partire dal 7 marzo (cibernetici, elettromagnetici, informatici e fisici) si dividono sui social nell’accusare raggi elettomagnetici o altro. Resta il fatto che da questa mattina una parte dello stato di Miranda è di nuovo senza luce per lo scoppio di una fila di trasformatori elettrici nella zona industriale di Cloris a Guarenas. Un’esp0losione che si sarebbe ripercossa anche su una parte della rete di Caracas. Ad essa si aggiunge un incendio nella sottostazione di San Jacinto de Maracay. Questi gravi incidenti, oltre a provocare il blackout nelle zone limitrofe, hanno anche gravato su altri centri di distribuzione provocando l’instabilità della potenza elettrica a Santa Cruz Distribuzione Casarapa d Guarenas e Elegua in Guatire. Ovviamente questo è quello che sappiamo. Gli ultimi due casi portano ad almeno 9 le sottostazioni esplose o andate in fiamme in altrettanti giorni.

 

BLACKOUT IN 5 STATI E PAURA A VOLARE SUL VENEZUELA

AGGIORNAMENTO 15 MARZO ORE 20 ITALIA (15 VENEZUELA)

Le esplosioni segnalate nella serata di ieri in Venezuela non si sono limitate alle due riportate nelle immagini del precedente aggiornamento e pertanto il blackout sarebbe tornato in alcune aree di almeno cinque stati. Ormai diventa quasi impossibile avere conferme per la linea del Governo bolivariano di evitare comunicazioni ufficiali sulle mergenze in corso finché non sono risolte onde scongiurare il panico tra la popolazione. Si resta così fermi ai dati inquietanti diffusi nei comunicati tra martedì e mercoledì all’indomani del discorso del presidente eletto Nicola Maduro: l’ultimo riferisce di 150 attacchi tra cibernetici e informatici di esperti hacker ad altrettante stazioni elettriche tali da causare corti circuiti cui si sono aggiunti veri attentati fisici esplosivi (almeno 7). Proprio per questi attentati a raffica il leader dell’opposizione nonché presidente autoproclamato ad interim, il deputato Juan Guaidò, è stato messo sotto inchiesta dalla procura generale quale ispiratore intellettuale del sabotaggio della rete elettrica. Una cospirazione che risulterebbe anche dai dossier di un giudice federale argentino sequestrati ad una presunta spia americana a Buenos Aires.

Il complotto sintetizzato dal Governo di Caracas

Giunge invece la notizia della cancellazione di un volo dell’American Airlines e il lancio dell’agenzia Reuters sulla base di «un influente sindacato piloti» aclune ore dopo confermato da una dichiarazione ufficiale della compagnia sullo stop dei voli per Caracas. “Non accettare viaggi in Venezuela”, ha affermato oggi, venerdì 15 marzo, in una dichiarazione l’Allied Pilots Association inducendo quindi American Airlines a sospendere il traffico aereo in seguito a un avvertimento emesso dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti questa settimana circa la pericolosità ad effettuare recarsi nel paese a causa «dei disordini civili, cattive condizioni di salute e arresti arbitrari e detenzione di cittadini statunitensi» aggiunge la Reuters che, ormai servile nella causa del leader dell’opposizione golpista Juan Guaidò, non fa il benché minimo accenno agli attentati alla rete elettrica, idrica e alle raffinerie che ben più giustificherebbero la rinuncia a volare nel paese. «Tutti i diplomatici statunitensi hanno lasciato il paese giovedì» ha dichiarato il Segretario di Stato Mike Pompeo, senza ovviamente specificare che il Ministro degli Esteri Jorge Arreaza aveva dato un ultimatum di 72 ore agli Usa entro il quale avviare «un dialogo di reciproco rispetto» e non un’espulsione tout court. In quattro righe ecco condensate le anomali mediatiche e diplomatiche sul Venezuela, E’ implicito che la paura di volare dei piloti statunitensi rientra in quella strategia del terrore in quanto evoca l’eventualità di un possibile attacco militare dell’aviazione Us Air Force. Un intervento che, se dovrà esserci, è più probabile che avvenga dopo martedì 19 marzo quando il presidente americano Donald Trump incontrerà alla Casa Bianca il suo primo alleato in America Latina ovvero il neoletto presidente brasiliano Jair Bolsonaro proprio per discutere delle dinamiche di regime-change a Caracas, 

 

AGGIORNAMENTO 14 MARZO ORE 23 ITALIA (18 VENEZUELA)

In questa giornata era parsa strana la mancanza dell’esplosione di una stazione elettrica. Come ha ben documentato Conflict News CNV sul suo profilo Twitter ne sono avvenute due ieri pomeriggio negli stati di Zulia e Miranda.

Le due stazioni elettriche esplose nella giornata del 14 marzo

 

AGGIORNAMENTO 14 MARZO ORE 16 ITALIA (11 VENEZUELA)

E’ esploso anche una terza cisterna nella raffineria Petro San Felix, nell’area di raffinazione vicina a quella di estrazione petrolifera dei vastissimi giacimenti dell’Orinoco, già colpita merdoledì intorno a mezzogiorno, da un incidente che sembra rientrare nell’ottica di sabotaggio nei confronti delle infrastrutture del paese. Ma il quotidiano El Nacional, dopo aver pubblicato questa notizia con un ritardo di due ore rispetto al nostro sito italiano (di circa 20 ore rispetto allr precedenti esplosioni), invece di indagare sull’evento e fornire un aggiornamento sul grave incendio che ora interessa tre serbatoi di petrolio ha dato spazio alla fantasiosa ipotesi del deputato Josè Brito secondo cui l’esplosione sarebbe avvenuta per la cattiva manutenzione delle bombole antincendio.

L’incendio del terzo tank di diluente a Petro San Felix

Le cisterne stanno ancora bruciando nonostante il prolungato intervento dei Vigili del Fuoco perché contengono diluente altamente infiammabile.  Ovviamente essendo un parlamentare non viene nemmeno ponderata la possibilità che sia un ennesimo attacco oltrechè al governo del presidente eletto Nicola Maduro, a tutta l’inerme popolazione che rischia di essere controproducente persino per il leader dell’opposizione Juan Guaidò in quanto ormai la sua propaganda su incidenti causati da incuria è smentita dalla frequenza e gravità delle esplosioni. Proprio mentre Caracas festeggia la riapertura della metropolitana dopo cinque giorni di stop per il blackout ecco il segnale che gli attentati nel paese proseguono nel silenzio dei media occidentali come latinoamericani (spiego sotto il perchè…). Ma anche la ripartenza dei treni sotterranei è avvenuta guardacaso con un incidente tra due convogli nei pressi della stazione La California: è avvenuto nella notte proprio mentre era stato avviato il test per riaprire la linea. Pertanto non ci sono state gravi conseguenze ma ciò ha causato un nuovo blocco per un quarto della rete. Dall’ospedal di San Juan de Dios di Caracas giunge invece la segnalazione di un flusso d’acqua non abbastanza sufficiente a garantire le normali attività sanitarie.

TESTO AGGIORNATO AL 13 MARZO ORE 24 ITALIA (19 VENEZUELA)

La mappa petrolifera del Venezuela e nel cerchio l’area delle raffinerie dello stato Anzoategui, nella valle dell’Orinoco, dove sono avvenute le esplosioni – Clicca sull’immagine per approfondimenti sulle riserve del Venezuela

Merdoledì pomeriggio (ora venezuelana) si è appresa la tremenda notizia dell’eplosione di due cisterne di una raffineria di Petro San Felix  dell’azienda nazionale Petroleos de Venezuela (Pdvsa) vicino a San Diego de Cabrutica nello stato di Anzoategui. Ormai gli attentati nel paese si sussseguono con tale frequenza che diventa difficile riuscire a raccontarne i particolari. Ma ques’ultimo evidente sabotaggio, alla luce di altri nella notte a due stazioni elettriche e ad una condotta idrica che ha portato petrolio negli impianti domestici dell’acqua potabile, evidenziano una trama che sembra disegnata da un serial killer.

Prima la centrale elettrica intitolata a Simon Bolivar, l’eroe della rivoluzione latinoamerica, ora ai tank e all’acquedotto in due stati diversi ma che guardacaso colpiscono due città intitolate a San Diego (d’Alcalà), il santo cristiano cui i venezuelani sono particolarmente devoti come il resto del Sud America. Infine entrambi hanno come strumento di sabotaggio quell’oro nero che è il risaputo obiettivo degli Usa in Venezuela. Poco e nulla si sa per ora dello scoppio delle due cisterne della raffineria che ovviamente richiedono un intervento di emergenza urgente e specializzato. Si sa solo che sono accaduti intorno alle 11 dei Caraibi, ovvero le 16 in Italia. Nella mattinata di mercoledì 13 marzo il 27 % della rete era ancora scollegata a distanza di 140 ore dal blackout a conferma delle difficoltà nel ridistribuire l’energia a causa delle varie stazioni bruciate. A ciò si aggiunge anche la segnalazione che nello stato del Vargas la società elettrica nazionale Corpolec nel pomeriggio stava affrontando una nuova emergenza diffusa.

 

Come confermano alcuni messaggi Twitter inviati a membri del governo in cui si segnalano zone di Caracas (Padros de Este, Alto Prado, Terazas Club Hipico) ancora senza luce e senza acqua percché di quell’area sud della capitale isolata dallo scoppio di una stazione come riferito nel precedente reportage, e nella Parroquia de la Vega in Montalban, da 9 giorni senza luce e senza una goccia di acqua. Da prendere quindi con beneficio di verifica la trionfale affermazione di mercoledì sera del Ministro della Comunicazione, Jorge Rodriguez, secondo cui il 100 % della rete elettrica era stata ripristinata.

Il grafico della distribuzione di energia elettrica sulla rete dove si vede il collasso iniziale di giovedì 7 marzo ed il graduale recupero fino alla stabilizzazione di ieri in quasi tutto il paese

 

 

L’ACQUA CONTAMINATA IN DUE STATI

Finalmente in quasi tutti i centri abitati del Venezuela fino a poche ore fa era tornata la corrente elettrica e con essa l’acqua corrente cessata per il blocco del sistema idrico di filtrazione e pompaggio. Un danno collaterale che tra domenica e lunedì si stava rivelando man mano che passavano le ore più grave di quello della mancanza della luce. Ma dai rubinetti di divere aree dello stato di Carabobo è uscita acqua nera, densa come il petrolio ma col fetore di fogna, come se fosse una commistione tra greggio e liquami di scarico. Come nel caso degli attacchi elettrici di cui abbiamo ampiamente parlato nei precedenti articoli e per i quali è stato messo sotto inchiesta il leader dell’opposizione Juan Guaidò, a destare sospetti di un ulteriore sabotaggio non è solo l’anomalo incidente ma la sua capillare e reiterata diffusione. Sono passate poche ore da quando è tornata l’acqua corrente ed è stata fatta la tremenda scoperta di questa gravissima problematica che perdura di ora in ora almento in quasi tutte le case della città carabobiana di San Diego.

Ecco alcune immagini postate su Twitter da CNV sull’acqua contaminata da petrolio a San Diego e in altre zone dello stato del Carabobo e probabilmente anche in quello di Aragua

Sui social rimbalzano foto agghiaccianti in stridente contrasto con quelle rasserenanti diffuse ieri sera dal Ministro per l’attenzione all’Acqua, Evelyn Vasquez, che, cinguettando le foto con le autobotti di acqua potabile inviate in tutto il paese, aveva avvertito che il servizio idrico sarebbe stato ripristinato con la priorità per quelle aree rimaste senza da più tempo. L’incubo che già aleggia è che questa drammatica contaminazione dell’acqua col greggio sia diffusa a macchia d’olio. Per ora i responsabili del Servizio Idrico Nazionale sono concentrati a risolvere il problema in due stati, Carabobo ed Aragua, che quindi passano dall’emergenza blackout a quella dell’acqua potabile contaminata. Ma in serata è stato lo stesso Maduro ad annunciare l’attivazione del piano “Tanque Azul” (cisterna blu) per portare l’acqua potabile in tutte le case: probabilmente anche in considerazione dei problemi di contaminazione cui però non ha fatto minima menzione.

Le autobotti con l’acqua di mergenza in Venezuela

Inquietante è anche vedere anche l’immagine di un ristagno d’acqua vicino all’acquedotto completamente inquinata dal petrolio a riprova che la dispersione potrebbe essere non solo in qualche punto delle condotte o dell’acquedotto ma addirittura nei bacini idrici.

La fuoriuscita di acqua inquinata da una condotta vandalizzata

Ecco quindi prendere sempre più forma lo spettro di un sabotaggio militare in piena regola come ipotizzato dall’esperto di geopolitica ed intelligence bellica Gordon Duff, veterano dei marines, consulente  internazionale di intelligence e senior editor del sito di anti-terrorismo e notizie di guerra Veterans Today: al momento una delle pochissime sponde occidentali d’informazione trasparente. In un’intervista trasmessa da Press Tv lunedì 11 marzo l’esperto ha avvertito che ormai ci si poteva attendere qualsiasi tipo di violento attacco. E lo stanziamento di mezzo miliardo di dollari previsto dal Dipartimento di Stato Usa per l’agenzia Usaid, proprio lunedì 11 marzo, per supportare il regime-chance fa comprendere quanta sia disposta ad investire Washington: basti pensare che per combattere il terrorismo su scala mondiale ha previsto 707 milioni di dollari, ovvero soltanto 200 in più rispetto a quelli preventivati per far fuori il presidente venezuelano  eletto Nicola Maduro e appropriarsi dei giacimenti petroliferi venezuelani: i più vasti dell’intero pianeta.

Il piano di investimenti richiesto da Donald Trump per la United States Agency for International Development spesso utilizzata come testa di potente per i regime-change – CLICCA PER IL FILE

 

LA CENSURA MEDIATICA: L’ARMA PIU’ EFFICACE

Una delle inquietanti immagini delle altissime fiamme a Caracas fotografate da CNW intorno alle 4 di notte (9 ore italiana)

Tra le modalità di attuazione di un golpe c’è quello più subdolo ma anche più efficace: il silenzio dei media sui drammatici eventi e la loro manipolazione di altri. Sull’Ansa come sulla maggior parte dei quotidiani italiani, europei ed americani, è stato dato spazio, minimo, alle accuse di sabotaggio alla rete elettrica lanciate dal presidente Nicolas Maduro nel suo discorso di lunedì sera, in cui ha spiegato dettagliatamente gli attentati, ma nessuno ha riportato la notizia data da Gospa News in esclusiva giornalistica mondiale della stazione elettrica di La Ciudadela in fiamme per quasi 5 ore nella zona sud di Caracas con lingue di fuoco e nubi alte decine di metri e visibili a chilometri di distanza nella notte oscurata dal blackout. Un’esplosione con seguente incendio in una capitale, a poche centinaia di metri da un supermercato e da una clinica, non è certo una notizia secondaria che diventa anzi primaria seaffiora il sospetto che sia stata causata con un attentato alla pubblica sicurezza: oppure viene completamente oscurata dai media s el’ordine del mainstream è quello di non occuparsi dei misteriosi incidenti ma solo di ciò che adombra l’immagine dello statista Maduro, dipinto come dittatore alla stessa stregua di Bashar Al Assad in Siria, dove ci sono voluti 6 anni e mezzo milione di morti per riabilitarne la proiezione politica. In questo panorama di informazione manipolata sono coinvolti anche i giornali carabibici ormai spaccati su due fronti contrapposti: TeleSur che sostiene apertamente il governo in carica, il diario El Nacional che fa di tutto per screditarlo, giusto per fare i due esempi più importanti. Ecco perché le cronache quotidiane sono viziate da entrambe le parti. Il primo non è puntuale sulla cronaca di incidenti per non creare allarmismi non sapendo se siano stati causati da sabotaggi o da causalità che potrebbero mettere in dubbio le capacità amministrative dei ministri del presidente chiavista; il secondo minimizza gli eventi come se fossero casuali al fine di non avvalorare alla teoria del complotto e dei sabotaggi. In mezzo c’è la popolazione che patisce disagi enormi, anche tragici come le circa 36 vittime negli ospedali per i blackout, ma non sa con chi prendersela e perché. E così la notizia dell’esplosione nella stazione elettrica di Sidor nella notte tra sabato 9 e domenica 11 marzo è stata in copertina su El Nacional per pochi minuti, prima di finire nelle news minori come un qualsiasi piccolo incidente. Senza il minimo accenno che potesse trattarsi di un sabotaggio come invece denunciato lunedì sera da Maduro e avvalorato dalla procura generale del Venezuela che ha avviato un’inchiesta in merito annunciando investigazioni su Guaidò quale ispiratore dell’attentato. Lo sesso è capitato questa mattina per il petrolio uscito dai rubinetti dell’acqua che dovrebbe essere potabile: El Nacional stamattina, mercoledì 13 marzo, ha dedicato una bellissima foto condita da dieci righe in cui manca ogni genere di minimo approfondimento o interrogativo giornalistico: «I cittadini di diverse aree dello stato di Carabobo hanno segnalato che l’acqua potabile giunta dall’ente è nera – scrive il sito del quotidiano – I carabobeños, che hanno atteso l’arrivo del servizio per diversi giorni, hanno trasmesso una serie di video sui social network in cui è possibile vedere come l’acqua esce nera dai rubinetti. “Buon giorno, l’acqua è arrivata ieri a San Diego, ma oggi al mattino ha iniziato a diventare nero con l’odore di fogna, che vergogna”, ha commentato un utente di Twitter. Un blackout, che ha colpito la fornitura di energia elettrica in tutto il paese da giovedì, ha impedito a molte famiglie venezuelane di ricevere acqua potabile. La situazione ha fatto sì che molti cittadini cercassero altre alternative per poter ottenere il liquido». L’articolo finisce qui. Senza domande, senza quesiti, senza il minimo sospetto che possa essersi trattato di un pianificato sabotaggio. Su TeleSur? Nemmeno una riga. Ovviamente si aspettano le comunicazioni ufficiali del governo.

 

CONDOTTA DANNEGGIATA: VANDALISMO O SABOTAGGIO?

L’allarmante reportage de El Nacional di oggi, mercolesì 13 marzo

Qualche ora dopo lo stesso El Nacional approfondisce l’articolo ma ovviamente tiene la linea morbida diffusa dalle istituzioni per evitare il panico: «L’azienda Hidrológica del Centro (Hidrocentro) ha spiegato il motivo per cui l’acqua è diventata nera in varie zone dello stato di Carabobo, una situazione denunciata da dozzine di cittadini di quella città – Hanno spiegato che la condotta principale che fornisce l’acqua potabile al comune di San Diego della città è stata “vandalizzata da persone senza scrupoli”, che ha causato la infiltrazione dei sedimenti». Anche questo articolo finisce in modo rassicurante spiegando che lo staff è impegnato a risolvere la situazione nel più breve tempo possibile ed è stato avviato il protocollo di purificazione dell’acqua per poter rifornire lo stato di Aragua e la zona orientale di Carabobo». Una rassicurazione che in realtà contiene un allarme perché implicitamente indica che quella condotta alimenta non solo lo stato in cui si trova San Diego ma anche quello dell’Aragua, evidenziando così un vandalismo assai ingegneristico nella scelta del punto. A ciò va aggiunto il fatto che a circa 5 chilometri dalla città più colpita c’è effettivamente una raffineria di petrolio. E quindi l’infiltrazione di sedimenti sembra essere stata creata ad arte: come in un vero e proprio sabotaggio. Come appare evidente per l’esplosione nelle due cisterne delle raffinerie dell’altra omonima città: San Diego de Cabrutica ma nello stato di Anzoategui. Esattamente come quello avvenuto, ormai senza ombra di dubbio, nelle in altre due stazioni elettriche esplose tra nelle ultime 24 ore e di cui ovviamente solo sui social si trova notizia.

 

ALTRE DUE ESPLOSIONI IN 24ORE DOPO I 5 ATTACCHI

Le due stazioni elettriche esplose nelle ultime 24 ore in due a Maracaibo e Caracas

Ai cinque attacchi ben descritti dal presidente Maduro lunedì sera si vanno ad aggiungere gli altri due avvenuti nelle ultime 24 ore in due differenti località del Venezuela. Va innanzitutto chiarito che questo è ciò che sappiamo grazie all’aggiornatissimo profilo social di Twitter CNV –  Conflicts News, gestito da un anonimo ma attentissimo reporter. Potrebbero esserci stata anche altre esplosioni di cui nessuno ha riferito perchè come detto il Governo bolivariano vuole evitare il panico e gli oppositori tendono a minimizzare gli incidenti catalogandoli come casuali, soprattutto dopo l’apertura dell’inchiesta per sabotaggio elettrico su Guaidò. Ma ormai anche la statistica è dalla parte della tesi del presidente Maduro il quale ha evidenziato l’altro giorno che la rete elettrica è stata colpita in tre modalità diverse: prima con un attacco cibernetico giovedì 7 marzo alla centrale idroelettrica Simon Bolivar sulla gigantesca diga di Guri, che da sola garantiva l’80% dell’apporto energetico del Venezuela, quindi con uno elettromagnetico alla stessa ed alla centrale informatica della rete di Caracas, per ostacolare il ripristino, infine con gli attacchi fisici attraverso le esplosioni a Sidor, vicino a Bolivar, la principale sottostazione di emergenza entrata subito in funzione dopo lo stop della centrale idroelettrica, e indine domenica quella più clamorosa alla Ciudadela di Caracas e in un altro punto. Adesso si apprende che nel pomeriggio di martedì è esplosa un’altra stazione elettrica a Las Cabillas a Maracaibo ed un’altra in località La Tiama di El Hatillo, nella zona sud della capitale, rimasta di nuovo in blackout. Di fronte a ben 7 attacchi consecutivi al sistema elettrico, fortunatamente nel frattempo in parte ripristinato nella sua quasi totale funzionalità grazie ad esperti hacker e con la consulenza ingegneristica a distanza di Cina e Russia, è ormai impossibile anche per i più scettici pensare ad una semplice casualità. E lo riprova la circostanza che, notizia della serata, lo stato del Vargas sarebbe nuovamente al buio in vaste aree. Mentre si contano i danni, causati alle fabbriche per lo stop improvviso ma soprattutto ai tantissimi impianti di estrazione e raffinamento di petrolio. In questo contesto prende sempre più corpo la previsione apocalittica fatta dal già citato consulente di intelligence militare Gordon Duff, senior editor di Veterans Today.

 

L’EPERTO USA: “QUALSIASI VIOLENTO ATTACCO DA BOLTON”

Il senior editor di Veterans Today Gordo Duff – CLICCA SULL’IMMAGINE PER L’INTERVISTA

Gordon Duff è un veterano dei Marines nella guerra del Vietnam ced ha lavorato per decenni sui prigionieri di guerra ma è anche un diplomatico accreditato come uno dei migliori specialisti di intelligence globale e senior editor del sito Veterans News, specializzato in notizie di guerra e investigazioni internazionali tra cui la scoperta di cruciali documenti e informazioni sulla cospirazione occulta dietro l’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York. E’ stato intervistato dal sito d’informazione iraniano in inglese Press Tv sulla crisi in Venezuela dove ha evidenziato la pericolosità del consigliere della Sicurezza Nazionale della Casa Bianca John Bolton. Ecco un passaggio saliente della interessantissima intervista. «Il mondo ha tutte le ragioni per credere che gli Usa vogliano attaccare ogni infrastruttura del Venezuela, E’ più o meno ciò che hanno promesso: è una politica consolidata. Gli Usa hanno minacciato attacchi militari: questa è una mossa che tutti ci aspettiamo, attendendo solo quando lo farà. Ci stiiamo chiedendo se abbiano intenzione di utilizzare lo Struxnet virus come hanno già usato molte volte prima, o un attacco simile, o qualcosa di più violento. Non escluderei che mettano in atto un bombardamento o un altro tipo di provocazione. Tutto questo è nelle carte di John Bolton. E’ la persona che non è estranea a questo tipo di violenti attacchi. La questione è naturalmente per afferrare l’oro del Venezuela. Una chiara interferenza ma non solo sul Venezuela ma anche una pressione sulle altre nazioni perchè si uniscano al boicotaggio. Venezuela fa parte di una lunga lista di nazioni che gli Usa stanno cercando di distruggere economicamente».

 

IL PERICOLO ISIS IN VENEZUELA

Gli aerei bombardieri russi giunti a dicembre in Venezuela

Se sotto il profilo ci sono già in parte riusciti con la complicità di tutti i paesi, tra cui l’Unione Europea, che hanno accolto senza battere ciglio le sanzioni via via sempre più strangolanti dal 2014 ad oggi, sotto il profilo militare stanno procedendo lentamente con la tattica della provocazione e dei sabotaggi. Soprattutto dopo che la Russia ha manifestato a parole e nei fatti la sua intenzione a garantire l’appoggio militare alla Repubblica Bolivariana. A metà dicembre 2018, infatti, il presidente venezuelano Nicola Maduro era volato a Mosca per incontrare il presidente russo Vladimir Putin e riconfermare la loro alleanza, forse anche già pianificando le strategie per difendersi dall’imminente golpe, di cui certamente, i servizi segreti dei rispettivi paesi, il Sebin di Caracas e lo Fsb del Cremlino, erano già al corrente. Pochi giorni dopo insieme alle promesse del ministro russo degli Esteri Sergey Lavrov delle «armi necessarie a difendersi» all’Aeroporto Internazionale di Maiquetia “Simon Bolivar” sono atterrati due bombardieri strategici Tu-160, un cargo An-124 e un velivolo a lungo raggio IL-62 dell’esercito moscovita. Ecco perché un’attacco militare frontale sembra da escludere in tempi brevi: almeno fino a martedì 19 marzo quando il presidente statunitense Donald Trump, ormai teleguidato dal suo consigliere guerrafondaio Bolton, incontrerà il presidente Jair Brasiliano proprio per parlare del Venezuela come già annunciato in una nota ufficiale della Casa Bianca.

Combattenti Isis trasportati in Irak con i camion dell’esercito americano

Nel febbraio scorso però gli americani hanno già fatto trapelare sui media affermazioni, prive di ogni minimo elemento probatorio, circa la presenza in Venezuela di miliziani Hezbollah, i valorosi combattenti dell’esercito libanese che hanno aiutato la Siria a sconfiggere l’Isis ma sono considerati organizzazione terroristica da Usa e Regno Unito. Alla luce delle continue liberazioni di comandanti Isis avvenute nelle scorse settimane prima in Afghanistan, proprio ad opera delle forze speciali Usa, e poi nella zona siriana dell’Eufrate, da dove sarebbero stati deportati in cambio delle rivelazioni sul nascondiglio di 50 tonnellate di oro rubato a Mosul, non è da escludere che la strategia bellica per molti aspetti criminale di Bolton possa pensare anche a seminare nello stato caraibico la gramigna dell’Isis. Per i miliziani sunniti del Daesh sarebbe facile dover scegliere tra una minaccia di reclusione a Guantanamo ed un’opportunità di combattimento a Caracas, aizzati anche solo dal sospetto che ci siano componenti degli odiati sciiti. Per gli Usa sarebbe facile liberarsi di loro a lavoro finito con le solite bombe a grappolo come quelle usate a Deir El Zor ucciderebbero guerriglieri jihadisti e bambini innocenti. Proprio per la spietata crudeltà dimostrata dagli Usa dal 2011 in poi sotto la presidenza di Barack Obama e riconfermata da Donald Trump dopo un anno di tentennamenti può indure a ritenere reale un pericolo che al momento è solo una semplice ipotesi.

Fabio Giuseppe Carlo Carisio
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BLACKOUT VENEZUELA: GUAIDO’ SOTTO INCHIESTA PER SABOTAGGIO ELETTRICO

IL GIUDICE: «GOLPE VENEZUELA NEI PIANI DI SOSPETTA SPIA USA»

 

SPORCO DOPPIO GIOCO USA: ISIS LIBERO IN CAMBIO DI ORO

 

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