FEMMINICIDI PARTIGIANI

STORIE DI STUPRI E MATTANZE 
DEI LIBERATORI D’ITALIA

di Fabio Giuseppe Carlo Carisio
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fonte bibliografica: Il Sangue dei vinti di Giampaolo Pansa

Il femminicidio è una grave piaga della società contemporanea, epifenomeno di un retaggio culturale che nei secoli legittimò gli abusi maschilisti ma anche, o forse soprattutto, di una generale inaudita deflagrazione di violenza sociale che miete vittime tra genitori anziani come tra bambini in culla. Se ne discute ogni giorno in Parlamento alla ricerca di risposte legislative che spesso si rivelano solo un vacuo tentativo di smorzare gli effetti più che una reale soluzione per affrontare le cause. Se diamo uno sguardo alla nostra storia, però, scopriamo che il femminicidio è antico quanto la libertà d’Italia.

Tutti oggi si scandalizzano per episodi che balzano sulle prime pagine, a volte senza nemmeno conoscere il vortice di tensioni e violenze psicofisiche reciproche che ha portato ad un aggressione o peggio ad un omicidio, ma pochi s’indignano per le stragi di donne civili compiute dopo il 25 aprile 1945 dai partigiani liberatori e rimaste quasi tutte senza giustizia. Si tratta di uno dei femminicidi più vergognosi d’Italia: un ricordo che, certamente, crea un po’ d’imbarazzo tra le stesse femministe, nella maggior parte dei casi di vocazione comunista e quindi magari figlie, sorelle, nipoti di coloro che quei crimini li perpetrarono con efferatezza: aggiungendo alla sanguinaria violenza omicida anche la sevizia e l’onta eterna dello stupro.

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