BAMBINI RAPITI DALLA LEGGE: a soli 3 anni nelle mani dell’orco. Fiesoli portato in carcere, quanto ci resterà?

BAMBINI RAPITI DALLA LEGGE: a soli 3 anni nelle mani dell’orco. Fiesoli portato in carcere, quanto ci resterà?
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Confermati i 14 anni per pedofilia a Fiesoli.
Grazie all’età potrebbe ottenere i domiciliari
Ancora ferma la Commissione d’inchiesta sul Forteto
Le comunità infantili tra business ed abusi:
rivelazioni shock di di avvocati e parlamentari.
Figli strappati alle famiglie solo perchè povere
Angela, tolta ai genitori diventa un film
Luca: TSO in psichiatria coi malati adulti
Circa 4000 minori spariti nel nulla nel 2015

AGGIORNAMENTO DEL 7 NOVEMBRE 2019

La notizia trova un po’ di risalto solo su Firenze Today. Ignorata dall’Ansa tutta concentrata sulla caccia alle streghe che minacciano a parole la senatrice a vita Liliana Segre. Condanna definitiva per Rodolfo Fiesoli, a lungo leader della comunità-cooperativa del Mugello dove sono stati abusati minori. La IV Sezione penale della Corte di Cassazione, nel collegio presieduto da Francesco Maria Ciampi, ha rigettato il ricorso presentato dagli avvocati Zilletti e Mazza.

La condanna per Fiesoli resta dunque quella stabilita dall’appello-bis: 14 anni e 10 mesi di reclusione. Ricorso rigettato anche per l’altra imputata, Daniela Tardani, condannata a 6 anni e 4 mesi. Resta adesso da capire dove e quando gli imputati saranno arrestati per scontare la pena.

Il fondatore del Forteto di Vicchio (Firenze), Rodolfo Fiesoli, scortato dai Carabinieri in carcere a seguito della condanna divenuta definitiva dopo il pronunciamento ieri della Cassazione per accuse di violenze su minori ospitati nella comunità da lui creata, a Firenze 23 dicembre 2017.

Fiesoli ieri si è costituito nella caserma dei Carabinieri di Padova che lo hanno scortato in carcere. L’arrestato ha però 78 ed è pertanto probabile che possa richiedere ed ottenere i domiciliari.

“FORTETO E BIBBIANO: ORRORI ANNUNCIATI NEL SOLCO DELLA CULTURA DI SINISTRA”

 

ARTICOLO DELL’11 APRILE 2019

E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me. Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare.
(Vangelo di Matteo, 18,5-6)

___di Fabio Giuseppe Carlo Carisio ___

Rapiti dalla giustizia come la piccola Angela Lucanto, la cui drammatica storia di bambina, impunemente “sequestrata’ dalla legge, è stata raccontata in libro diventato fiction su Canale 5. Strappati alle famiglie a volte con un Trattamento Sanitario Obbigatorio che li fa trascorrere interminabili ore della loro infanzia in un reparto di Pischiatria accanto a malati cronici adulti. O li “deporta” legalmente, senza un minimo di reale contraddittorio giuridico, dentro qualche covo di orchi, come accaduto ad un bimbo di soli 3 anni finito nella cooperativa agricola toscana Il Forteto che sarà al centro di una specifica Commissione bicamerale d’inchiesta appena istituita (Gazzetta Ufficiale 25 marzo 2019).

AGGIORNAMENTO SULLA COMMISSIONE IL FORTETO QUI

Il Parlamento dovrà capire come sia stato possibile che i minori disagiati abbiano continuano ad essere affidati a quella comunità anche dopo la scoperta di violenze sessuali e conseguenti condanne nei confronti dei gestori.  Una vicenda per cui l’Italia è sta anche multata dalla Corte Europea dei Diritti Umani (Cedu). Ma mentre le vittime degli abusi ogni giorno sono imprigionate nei ricordi di questa traumatica esperienza che ne ha marchiato a fuoco infernale i loro cuori, il condannato, il sedicente profeta Rodolfo Fiesoli, nonostante una recente condanna a 14 anni, è libero, per le solite quisquillie tecnicistiche del pianeta giustizia italiano: primo colpevole di queste aberrazioni in una società che non può certo definirsi civile se toglie inermi fanciulli a famiglie perlopiù soltanto povere per sbatterli in una gabbia di soprusi.

BAMBINI DI BIBBIANO: LE TERAPIE “HANSEL E GRETEL” PROMOSSE DALLA SUORA FAN PD

 

COMUNITA’ PER MINORI: UN BUSINESS A TUTTI I COSTI

Alcune delle statistiche dell’indagine parlamentare – CLICCA SULL’IMMAGINE PER LEGGERE IL DOSSIER COMPLETO

Non solo i soprusi di qualche responsabile con devianze pedofile ma anche quelli degli stessi professionisti che gravitano e lucrano intorno alle comunità dei minori. Un grande business prima che un servizio delicato: basti pensare che le rette quotidiane foraggiate dallo Stato variano dai 69 euro di quelle più basse di Roma fino ai 118 del Veneto e possono salire addirittura a 400 euro se la struttura è anche terapeutica-sanitaria. I conti degli affari sono presto fatti: su 11 macroaeree italiane la media delle diarie è di 95 euro per minore (secondo tariffe ormai già vecchie), ovvero 1.900 al dì se calcolati per una ventina di ospiti che fanno un bel fatturato di 693.500 euro l’anno a spese Regioni. Basti rilevare che in Piemonte le comunità per minori sono aumentate del 36 % in un anno (da 183 del 2014 a 249 del 2015), in Umbria del 29 % (da 24 a 31) ed in Emilia Romagna del 22 % (da 371 a 451) per un totale di 3352 strutture dove nel 2015 erano accolti circa 22.975 mila piccoli ospiti. Dati già vecchi perché non esiste un archivio nazionale centralizzato: i numeri, riferiti in alcuni casi a statistiche addirittura del 2013, sono quelli dell’Indagine conoscitiva sui minori “fuori famiglia” elaborata dalla Commissione Bicamerale sull’Infanzia e l’Adolescenza fino al gennaio 2018 nei cinque anni di mandato.

L’organismo parlamentare presieduto dall’ex deputata Michela Vitroria Brambila ha messo in luce criticità drammatiche come la brutalità degli affidamenti coattivi contro i quali i genitori hanno ben pochi strumenti di difesa legale, essendo preso per oro colato il parere soggettivo dell’assistente sociale, ma ha pure puntato il dito sull’assenza di controlli nelle comunità, anche grazie alle segnalazioni di varie associazioni di tutela dei minori tra cui l’onlus Finalmente Liberi di cui è presidente l’avvocato veronese Cristina Franceschini.

“MIA FIGLIA YASKA SEGREGATA CON GLI PSICOFARMACI E COSTRETTA AD ABORTIRE DALLO STATO”

Grazie ad un suo dossier nel 2015 è scoppiato sui media nazionali lo scandalo dei giudici onorari in palesi conflitti d’interessi: psicologi ed educatori chiamati a sentenziare sulla sorte dei bambini, con l’autorità di magistrati togati, che erano soci o consulenti nelle stesse strutture di accoglienza per cui disponevano gli affidi, legittimando il sospetto che fossero di manica larga nel disporre la custodia dei minori per ingrassare i bilanci dei gestori privati e i loro conseguenti “dividendi”.

«E’ stato segnalato come addirittura alcune strutture, per ricevere finanziamenti privati, indicano alla fondazione privata finanziatrice la durata prevedibile, esprimendola in anni, anche se non è dato sapere sulla base di quale criterio, e sostituendosi al giudice – scrive la Commissione di deputati e senatori che ha analizzato il mondo degli affidi – Così come succede che l’accertamento sulla opportunità o meno che la collocazione in istituto debba proseguire, si basi su quanto riferiscono i gestori o gli operatori delle strutture ospitanti. In tali casi ci si chiede come si può essere sicuri che i gestori e gli operatori delle strutture di accoglienza riferiscano secondo il criterio del diritto soggettivo dell’interesse del minore o vi possa essere il dubbio che, nella ponderazione, in qualche modo, possa assumere rilievo, se non addirittura prevalenza, il dato del gestore?».

Una domanda resa ancor più inquietante dai menzionati conflitti d’interessi di circa 200 giudici onorari scoperti da Franceschini. Una vergogna talmente grave da indurre il Csm (Consiglio Superiore della Magistratura) a correre i ripari emandando una normativa ancor più restrittiva: che però rischia di restringere assai poco dato che si regge su autocertificazioni e non su screening ispettivi e controlli incrociati su una banca dati nazionale che nemmeno esiste. Il risultato è un inferno dantesco su cui è lo stesso Parlamento a lanciare ai genitori il monito di Alighieri “lasciate ogni speranza voi ch’entrate”.

Una sparpagliata “città dolente” di “eterno dolore” in cui le sofferenze dell’infanzia finiscono celate sotto un gigantesco tappeto d’indifferenza. Dove accanto a comunità virtuose operano lager come Il Forteto in grado di produrre un bilancio sociale devastante del sistema affidi.

La bocciatura più eloquente viene dai numeri dell’inchiesta parlamentare: nel 2015, su circa 21.035 ospiti totali il 17,2 % dei minori è fuggito dalle comunità ed il 2 % ha avuto destinazione ignota, ovvero, tradotto dal burocratichese, significa che 400 bambini presi in affidamento dallo Stato sarebbero letteralmente spariti nel nulla! In questa sintesi sono tracimate a pelo d’acqua le mie logiche opinioni e furenti emozioni. D’ora in avanti parleranno solo i virgolettati delle indagini parlamentari, delle notizie di cronaca giudiziaria e della novella Giovanna d’Arco che sta sfidando le lobby del sociale e le corruzioni della malasanità per salvare i fanciulli di oggi che saranno domani, onesti padri di famiglia o delinquenti, soprattutto in ragione di come e dove saranno educati.

Ecco i motivi di uscita in cui è evidente l’alto numero di minori in fuga

 

VIOLENZE SESSUALI DI GRUPPO SU MINORI DISABILI

Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi, condannati rispettivamente a 14 e 6 anni per abusi sessuali ed entrambi liberi: il primo in attesa della nuova udienza in Cassazione, il secondo per intervenuta prescrizione

«La cooperativa agricola “Il Forteto”, comunità di recupero per minori disagiati, sita nel comune di Barberino di Mugello (Firenze), è stata al centro di una lunga vicenda giudiziaria per abusi sessuali, maltrattamenti e pedofilia, iniziata già alla fine degli anni settanta culminata nel 1985 con una prima condanna (per maltrattamenti aggravati e atti di libidine) dei co-fondatori, Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi – e conclusasi nel 2015 con un’ulteriore condanna (in primo grado) a diciassette anni di reclusione del sig. Fiesoli, condanna ridotta a 15 anni e 10 mesi in appello e in relazione alla quale è intervenuta anche la Cassazione nel 2017 (nella relazione illustrativa si precisa che Cassazione, 3^ sez., sentenza n. 3346 del 22 dicembre 2017, ha reso definitiva la condanna del sig. Fiesoli e, pur avendo dichiarato alcuni reati estinti per prescrizione, ha confermato le relative statuizioni civili)».

Comincia così la sintesi parlamentare annessa alla proposta di legge n. 1060 per l’istituzione della Commissione bicamerale d’inchiesta approvata dalla Camera dei Deputati lo scorso 27 febbraio che si focalizza poi sugli ulteriori sviluppi della vicenda giudiziaria capace di far gridare allo scandalo media e parlamentari per l’arresto e la successiva scarcerazione dopo soli 7 mesi del principale imputato dopo che il suo braccio destro Goffredi ha evitato la reclusione a 6 anni grazie all’intervenuta prescrizione. Richiederebbe un articolo a sé illustrare i tecnicismi giuridici per cui il 77enne Fiesoli ha affrontato da uomo libero l’udienza del 26 ottobre 2018 e pertanto si rimanda a un esauriente articolo del Messaggero.

TOGHE SPORCHE: NEI GUAI ANCHE IL PROCURATORE GENERALE, MATTARELLA SI DIMETTA

Quel che conta è che in quella data la Corte d’Appello di Firenze lo ha condannato a 14 anni e 10 mesi in quanto «accusato di abusi sessuali, anche su minori, e maltrattamenti sugli ospiti della comunità cooperativa di accoglienza di affidi familiari Vicchio del Mugello (Firenze) di cui era il padre-padrone – come riferisce l’agenzia Adkronos – La Corte d’Appello ha celebrato il nuovo processo dopo il rinvio disposto dalla Cassazione per un ricalcolo della pena complessiva di Fiesoli che scaturisce da una diversa valutazione del reato “base”, cioè quello più grave. La Corte ha condannato a 6 anni e 4 mesi l’altra imputata, Daniela Tardani, accusata di violenza sessuale di gruppo insieme a Fiesoli.

Altri imputati del processo, membri della comunità del Forteto, hanno patteggiato una pena di due anni». Non solo quindi il “profeta” si è conquistato un ulteriore sconto di pena ma essendo la sentenza impugnabile in Cassazione potrà dormire sonni tranquilli fino al prossimo pronunciamento della Suprema Corte cui ha fatto ricorso: tanto da dover temere ormai più l’età avanzata che la giustizia italiana.

 

BIMBO DI 3 ANNI TRA I PEDOFILI: ITALIA CONDANNATA

La serra della cooperativa agricola Il Forteto a Barberino del Mugello (Toscana)

Ma non è di queste perversioni giudiziarie che dovrà occuparsi la Commissione parlamentare d’inchiesta: «Nonostante i gravi capi di imputazione, nel 1997, Rodolfo Fiesoli risultava ancora a capo della comunità e, come si precisa nella relazione di accompagnamento del disegno di legge, il Tribunale dei minorenni avrebbe continuato ad affidare minori alla struttura (almeno 60 fino al 2009). Inoltre, proprio per il trattamento subito da due bambini affidati dal Tribunale alla comunità, l’Italia è stata condannata, nel luglio 2000, dalla Corte europea dei diritti dell’uomo – adita dalle madri alle quali i minori erano stati tolti – a pagare una multa di circa 150 milioni di lire come risarcimento dei danni morali.

Il riferimento alla pronuncia CEDU (Sentenza Scozzari e Giunta c. Italia del 13 luglio 2000) riguardava una vicenda del settembre del 1997, anno in cui due bambini (all’epoca di 10 e 3 anni) – di cui le ricorrenti erano, rispettivamente, la madre e la nonna – venivano inseriti con provvedimento giudiziario nella comunità “Il Forteto”.

Due dei principali dirigenti e fondatori della comunità erano stati condannati per avere abusato sessualmente di tre handicappati affidati alla loro custodia, fatti noti ai giudici interni. Prima dell’inserimento in comunità, il maggiore dei due bambini era stato vittima di violenze di natura pedofila da parte di un operatore sociale. La Corte EDU ha giudicato che i due dirigenti incriminati avevano svolto un «ruolo attivissimo» nella custodia dei minori ed ha concluso che vi era stata una violazione dell’articolo 8 della Convenzione (diritto al rispetto della vita privata e familiare) a causa, in particolare, dell’affidamento ininterrotto di questi ultimi alla comunità “Il Forteto”».

Proprio su queste gravissime anomalie devono fare luce deputati e senatori per diradare la nebbia in cui è rimasta avvolta l’attività della cooperativa già oggetto delle ispezioni della Regione Toscana e del Ministero dello sviluppo economico. Quest’ultimo, chiamato a valutare i profili amministrativo-gestionali, nell’agosto 2013, ne aveva chiesto il commissariamento: «richiesta successivamente respinta dall’assemblea della cooperativa stessa». Nota ancora il documento di Montecitorio evidenziando l’audacia mai sopita di questo soggetto privato sospettato di avere molteplici coperture politiche da non meglio identificati esponenti della sinistra. Com’è possibile che tali e tante storture nell’affidamento dei minori siano avvenute anche dopo i reati accertati a carico dei gestori? Risponde in parte la Commissione Brambilla svelando la pericolosità per certi versi disarmante del sistema affidi.

 

“MINORI ALLONTANATI DA CASA DA CHI DOVREBBE AIUTARLI”

L’ex deputata Michela Vittoria Brambilla, presidente della Commissione parlamentare Infanzia e Adolescenza della XVII legislatura

«L’avvocatessa Maria Carsana, presidente dell’Associazione per la tutela dei minori e della persona vittima di violenza, in merito agli allontanamenti disposti ex articolo 403 del codice civile replicando alla domanda posta da alcuni componenti la Commissione su quanti decreti di allontanamento vengano successivamente convalidati, ha affermato che, sulla base della sua esperienza diretta, tutti i provvedimenti d’urgenza adottati sulla base della richiamata disposizione sono sempre stati convalidati. Si tratta di un dato che dovrebbe far riflettere, considerato che si tratta di provvedimenti emessi se c’è un sospetto di forte disagio o comunque di inidoneità delle famiglie ad accudire i propri figli. Particolarmente significativo a tale riguardo è che nella gran parte dei casi trattati, in qualità di difensore delle famiglie coinvolte in tali procedimenti, tali allontanamenti vengono disposti a seguito della richiesta di aiuto di queste famiglie, da parte di chi è preposto ad aiutarle. Anche tale dato dovrebbe far riflettere tutti. Una volta che una famiglia fa ingresso nel circuito dei servizi socio-assistenziali difficilmente riesce ad uscirne, per cui prima di consigliare ad una famiglia di rivolgersi allo Stato per chiedere aiuto, è bene valutarne tutte le conseguenze».

A suggerire a chiare lettere ai genitori di pensarci non due ma settanta volte prima di rivolgersi alle assistenti sociali non è un avvocato populista nemico del sistema ma il documento ufficiale XVII bis n. 12 approvato il 17 gennaio 2018 dalla Commissione bicamerale per l’Infanzia e l’Adolescenza. L’organismo presieduto dall’ex deputata azzurra Michela Vittoria Brambilla in poche righe evidenzia due gravi criticità tra le tante: tutti gli affidi sono proposti dalle assistenti sociali senza contraddittorio con la famiglia e quelli di emergenza disposti da un giudice onorario sono quasi sempre convalidati dai Tribunali dei Minori.

«LA MIA BIMBA MALATA DI CUORE RAPITA DALLO STATO E IMBOTTITA DI PSICOFARMACI»

Sono infatti gli stessi parlamentari nella loro indagine conoscitiva sui minori “fuori famiglia” a lanciare pesanti “j’accuse” al sistema ed ai suoi stessi gestori. «Senza generalizzare, in alcuni casi si trovano operatori bravi e preparati, seppure troppo pochi numericamente rispetto ai casi da seguire, mentre in altri, piuttosto frequenti, capita che l’assistente sociale che deve relazionare al tribunale non sia competente o abbia delle presunzioni del tutto personali del concetto, assolutamente non codificato, di capacità genitoriale. Peraltro, la mancata definizione di tale concetto implica una molteplicità di interpretazioni circa il suo effettivo significato – scrive la Commissione – Pertanto, in molte situazioni i tribunali per i minorenni prendono per oro colato tali relazioni, che determinano la permanenza in istituto dei minori nel 42% dei casi, secondo lo studio citato, oltre 48 mesi, e nel 22% dei casi da 24 a 48 mesi. Si tratta complessivamente del 64% degli affidamenti ad istituti, comunità familiari o a famiglie affidatarie che si protraggono ben oltre i 24 mesi previsti dalla legge. Infatti, tranne casi eccezionali, la permanenza fuori dalla famiglia di origine, come prescritto dalla legge, non dovrebbe superare tale periodo di tempo».

 

TOLTI ALLE FAMIGLIE SOPRATTUTTO PERCHE’ POVERE

Ecco le motizazioni principali degli affidi di minori alle comunità suddivise per tipologia nel 2014

E sono proprio i numeri a sancire il fallimento della filiera dell’affidamento che parte dall’assistenza sociale, passa per i giudici onorari (go) coi loro conflitti d’interessi (di cui parleremo più avanti) ed approda ai Tribunali dei minori nei quali siedono, accanto ai togati, gli stessi “go”.

Su 19.955 minori entrati nei presidi residenziali nel 2013 soltanto 1.399 erano vittime di abusi o maltrattamento in famiglia mentre 7.632 sono stati “allontanati dal nucleo familiare per problemi economici, incapacità educativa e problemi psico-fisici dei genitori”. «In materia di tutela dei minori e inadeguatezza genitoriale, tra le disfunzioni e contraddizioni presenti a livello normativo e applicativo, è stato segnalato l’eccessivo ricorso alla formula “dell’ inadeguatezza genitoriale”, che è presente in circa il 39% dei casi di allontanamento, a fronte dei casi di maltrattamento o abuso, pari solo al 4%.

A tale riguardo è stato ricordato come in Italia la maggior parte degli allontanamenti dei minori dalle proprie famiglie avvenga sulla base di tale valutazione, che appare discrezionale e arbitraria, ma che rappresenta il criterio principale degli affidi etero-familiari – rimarcano i parlamentari – Vi è quindi una generalizzazione del rimedio dell’allontanamento a ipotesi che non costituiscono un presupposto normativo idoneo per giustificarlo; tanto più, dove la motivazione, riguardi una valutazione personologica o generica sull’idoneità o meno ad essere genitori».

Una contestazione di inadeguatezza spesso conseguenza di mere divergenze caratteriali: «nel 100% dei casi la motivazione dell’allontanamento si rinviene in valutazioni assolutamente generiche e addirittura in certi casi di “incidenti” sulle opinioni personali degli interessati: assistenti sociali-famiglia di origine». Ma dinnanzi alla quale pare impossibile difendersi per le famiglie.

 

FAMIGLIE CON POCHISSIME POSSIBILITA’ DI DIFESA

«Alcune delle associazioni audite dalla Commissione, tra cui la rappresentante legale dell‘Associazione Rete sociale, avvocatessa Catia Pichierri, hanno evidenziato in particolare: l’impossibilità per i genitori di difendersi, in quanto il decreto di affido e/o di allontanamento viene emesso dal Tribunale, in camera di consiglio, inaudita altera parte; l’irragionevolezza dei tempi processuali nelle fasi successive all’allontanamento, nonché la circostanza che l’attuazione del provvedimento venga lasciata in genere allo stesso operatore sociale che ha effettuato la segnalazione. È stata anche sottolineata l’eccessiva rapidità nella valutazione della necessità dell’allontanamento, che si contrappone ai tempi eccessivamente lunghi ritenuti “necessari” per valutare la fondatezza delle motivazioni su cui il provvedimento stesso si basa».

Ovvero prima si sbatte il bambino in comunità, poi con tutta calma si valuta nel merito se sia stato opportuno farlo. Ed il confronto giuridico avviene in un contesto assolutamente sfavorevole ai genitori: «Nel corso del procedimento, per legge deve essere nominato un tutore provvisorio che rappresenti il minore, ma nella maggior parte dei casi è nominato a tutela del minore stesso il responsabile del servizio sociale che ha elaborato la relazione di allontanamento, con un evidente conflitto di interessi.

Per quanto concerne l’avvocato del minore, che ha anch’egli diritto di difendersi nell’ambito della procedura, in genere viene nominato dallo stesso tutore provvisorio che, come detto, in molti casi è il responsabile del servizio sociale che ha redatto la segnalazione di allontanamento». Una spirale senza fine nella quale il bandolo della matassa è retto dall’assistente sociale che ovviamente, non avendo contraddittorio, può condizionare anche il minore.

Come nella drammatica storia diventata argomento di una fiction trasmessa dallo scorso 31 marzo su Canale 5 “L’amore strappato”. E’ la miniserie in tre puntate, diretta da Simona Izzo e Ricky Tognazzi e interpretata da Sabrina Ferilli ed Enzo Decaro, ispirata al libro “Rapita dalla giustizia”, scritto da Caterina Guarneri e Maurizio Tortorella con l’aiuto della vittima, che narra la storia di Angela Lucanto: a 7 anni strappata alla sua famiglia e rinchiusa in un istituto dopo che suo padre era stato accusato, ingiustamente, di aver abusato di lei.

ALTRI BIMBI MORTI NEL LAGER DEGLI USA IN SIRIA

 

ANGELA: “RAPITA DALLA GIUSTIZIA” PER UN FANTASMA

La copertina del libro e la locandina del film sulla piccola Angela Lucanto – a fondo pagina le scene iniziali

L’incubo di Angela Lucanto inizia il 24 novembre 1995 quando al suo arrivo a scuola viene prelevata dai carabinieri che la portano in un istituto a Milano all’insaputa della mamma Raffaella e del papà Salvatore: ignari dell’accaduto e disperati per non averla trovata alla fine delle lezioni.

Ad innescare una tragedia è una cugina, allora 14enne, che soffriva di disturbi mentali ed accusò alcuni parenti, tra cui Salvatore, di averla molestata sessualmente, aggiungendo che il signor Lucanto lo aveva fatto anche ad Angela. Fu il disegno di un fantasma a portare all’arresto del padre: «Una delle zelanti psicologhe che collaboravano con il pm con il compito di “far parlare” la bambina, le chiese di disegnare un fantasmino e lei lo fece – racconta la mamma – Fu interpretato come simbolo fallico e mio marito il 26 gennaio 1996 alle 5 del mattino fu trascinato a San Vittore. Non capivamo cosa stesse accadendo, eravamo certi che in poche ore l’equivoco si sarebbe chiarito, invece restò in cella due anni e mezzo».

Fin qui una storia di ordinaria ingiustizia nei confronti di un adulto, poi scagionato da ogni accusa, mentre la moglie continua a lottare per riavere sua figlia. Si incatena fuori dall’istituto dove si trovava Angela ma ottiene l’effetto opposto perché la bambina venne trasferita da Milano a Genova dove l’incubo diventa tremendo.

«Io ero intollerante al latte e dissi di non poterlo bere perché stavo male. Allora mi tenevano senza mangiare, con davanti la tazza di latte fino a quando non lo bevevo – raconta la ragazza divenuta maggiorenne – Se chiedevo dei miei genitori mi veniva detto che non mi cercavano e non si ricordavano nemmeno più di me». Il processo, finalmente, stabilì la verità. Salvatore passò da una condanna a 13 anni all’assoluzione e dunque al riconoscimento della sua innocenza in secondo grado e in Cassazione. Ma le pratiche per l’adozione proseguirono e Angela fu affidata a una famiglia di Varese che, pur di convincerla a cambiare cognome, le comunicò che i suoi genitori erano morti. I genitori non si danno per vinti: s’improvvisano agenti segreti e s’informano sui movimenti della coppia adottiva scoprendo che è solita andare in vacanza ad Alassio.

Seppure cresciuta e divenuta adolescente la rconoscono in spiaggia e mandano avanti suo fratello come racconta sua madre: «Francesco le ha rivolto la parola per la prima volta: temevamo non ci volesse più, invece ci aspettava da sempre. Appena entrata in casa è andata dritta a cercare le sue cose. Angela aveva 17 anni ed era adottata, le era vietato incontrarci e i magistrati le hanno fatto la guerra, ma appena ne ha compiuti 18 è tornata da noi».

Un dramma evitabile perché come ribadiscono i responsabili delle associazioni e anche la Commissione parlamentare Infanzia la pratica dell’affidamento che dovrebbe essere di extrema ratio, è diventata prassi quotidiana. «È chiaro infatti che se un allontanamento può essere sostituito da un intervento di assistenza domiciliare – peraltro molto meno costoso – e questa strada non viene percorsa, la normativa non viene applicata in modo conforme rispetto ai princìpi in essa fissati – stigmatizzano i parlamentari nel già citato documento – A tale riguardo è stato sottolineato come nei casi più gravi si dia addirittura corso alla dichiarazione di adottabilità di minori che hanno una famiglia di origine che li rivuole e che rischia di perderli per sempre». Per fortuna, qualche volta, arrivano prima gli angeli custodi dal volto umano a rimettere le cose a posto…

 

LUCA, 12 ANNI SBATTUTO PER TRE GIORNI IN PSICHIATRIA

L’avvocato Cristina Franceschini, presidente dell’associazione onlus di tutela dei minori Finalmente Liberi

L’avvocato Cristina Franceschini, presidente della onlus Finalmente Liberi, ha condotto molte battaglie per togliere i minori dalle comunità e riconsegnarli ai genitori disperati. E le ha vinte tutte! Perché il sistema, come già detto, fa talmente acqua che appena in causa entra un legale esperto il castello di automatismi e coperture crolla. Come nel caso del dodicenne Luca, oggi maggiorenne, il cui nome è ovviamente di fantasia a protezione del suo angosciante trascorso.

«Tra i casi sconcertanti di cui mi sono occupata nella tutela dei minori affidati alle comunità c’è sicuramente quello di un ragazzino di 12 anni che nel 2012 fu inserito in una struttura terapeutica. Il fanciullo aveva accertati problemi di dislessia e quando non riusciva a fare i compiti per la difficoltà di lettura aveva comportamenti incontrollabili. Ciò avveniva solo a casa ma non a scuola. I genitori hanno chiesto aiuto ai servizi sociali che hanno suggerito un affidamento volontario ad una comunità. La famiglia dopo aver valutato la cosa e visto che il figlio non voleva andarci ha ritenuto che non fosse utile. Ma nonostante ciò è stata disposto il suo affidamento terapeutico: è stato prelevato con un’ambulanza anche in cosiderazione dei suoi problemi cardiaci e sottoposto ad un Tso (Trattamento Sanitario Obbligatorio) finalizzato al suo inserimento nella struttura. Poiché non esistono divisioni di Psichiatria per minori – questa, già di per sé, è una cosa vergognosa – è stato quindi tenuto per tre giorni in un reparto con pazienti adulti».

Una stanza di sicurezza di un reparto pischiatrico ospedaliero

Finito il Tso, traumatizzato a vita e ultrasedato, Luca viene portato nella struttura di destinazione dove trascorrerà la sua pubertà. «Dopo circa due anni i genitori si sono rivolti a me perché mi interessassi del caso. Scoprii così che era sottoposto a pesanti trattamenti quotidiani di psicofarmaci, mangiava solo pasta in bianco e biscotti, aveva interrotto la frequentazione scolastica perché veniva tenuto sedato e dormiva praticamente tutto il giorno. Tanto che era ingrassato di 20 chili in un anno. Incontrai il neuropsichiatra infantile che lo aveva in cura e faceva le prescrizioni dei farmaci somministrati dalla comunità e gli chiesi quante sedute di psicoterapia facesse il ragazzino, come previsto dal suo progetto di inserimento. All’inizio stette zitto. Poi dietro mia insistenza rispose: “Penso che le faccia”. Il medico che gli presciveva un bombardamento di psicofarmaci non sapeva nemeno quale fosse il suo piano di recupero. I genitori spesero circa mille euro per comprare un Pc con un programma di sintesi vocale per ovviare ai suoi problemi di dislessia, affinchè potesse leggere e studiare i testi scolastici. Nonostante il minorenne costasse allo Stato 200 euro al giorno, si sentirono rispondere che potevano portarsi pure via il computer perché la struttura non aveva risorse sufficienti per pagare un educatore specializzato».

«LA MIA BIMBA MALATA DI CUORE RAPITA DALLO STATO E IMBOTTITA DI PSICOFARMACI»

«Proposi un piano alternativo di assistenza educativa che fu imediatamente accolto, come avviene ogni volta che li sottoponiamo alle istituzioni: tutti i casi di cui mi sono occupata come avvocato avrebbero potuto essere risolti, e sono stati risolti, senza l’affidamento in comunità. Ringrazio la senatrice Alessandra Mussolini che per prima nel 2013 ci ha incontrati insieme a cinquanta famiglie cominciando quel processo di sensibilizzazione politica poi proseguito dalla Commissione bicamerale per l’Infanzia e l’Adolescenza presieduta della deputata Michela Brambilla e culminato nell’Indagine conoscitiva sui Minori “fuori famiglia”, a cui ha dato un contributo anche il nostro dossier sui conflitti d’interessi dei giudici onorari, in cui si evidenziano gravissime criticità nel sistema e, soprattutto, come noi sosteniamo da tempo, l’inefficienza o insussistenza di controlli. Basti pensare che quando ci fu l‘ispezione nella comunità del dodicenne affetto di dislessia i responsabili erano stati avvisati in precedenza, come sovente accade, e avevano portato i ragazzi per un giorno in gita in un centro commerciale affinchè non potessero essere interpellati».

 

I CONFLITTI D’INTERESSI DEI GIUDICI ONORARI

La vicenda appena citata porta subito alla ribalta la questione delle comunità terapeutiche che, oltre ad avere gli oneri di educazione e custodia delle altre, hanno anche precise responsabilità in materia di assistenza sanitaria e, proprio in virtù di queste, si vedono tributata una diaria per ogni ospite ben più elevata. E’ infatti pendente davanti al Tribunale di Perugia un rinvio a giudizio nei confronti dei titolari di una cooperativa umbra che, secondo le accuse della Procura, avrebbe esercitato anche attività sanitaria benchè sprovvista delle necessarie autorizzazioni. Ai titolari, marito e moglie, erano stati sequestati anche 6 milioni di euro provento di illeciti guadagni secondo la magistratura. Ma siccome la Cassazione aveva poi annullato proprio tale provvedimento del Gip del Tribunale accogliendo le tesi difensive, specificatamente nel merito a qualifiche esistenti come comunità terapeutica, preferiamo attendere gli esiti processuali prima di riportare la vicenda.

Resta invece ancora elevato, secondo l’avvocato Franceschini, il rischio di conflitti d’interessi tra i giudici onorari e le strutture di accoglienza denunciati nel dossier. «Non credo sia risolto. Dopo il nostro dossier il Csm ha promulgato filtri più stringenti prevedendo che i giudici onorari non possano lavorare a qualsiasi titolo nelle comunità e non solo come dirigenti, cosi come i loro parenti e conviventi ma mancano le verifiche. Anche la precedente circolare che vietava di ricoprire cariche rappresentative all’interno di strutture per minori era stata ignorata da giudici onorari che poi erano di fatto incompatibili: quindi il sistema delle autocertificazioni non garantisce un controllo puntuale e l’assenza del doppio ruolo» dice la presidente di Finalmente Liberi. Il nocciolo del problema è legato al fatto che psicologi o direttori di comunità per alimentare un proprio business privato potrebbero infiltrarsi nella categoria dei giudici onorari per garantirsi un alto numero di affidi. Come confermò la scoperta del legale di 200 casi di palesi gravi incompatibilità.

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«Se sono previste delle incompatibilità è proprio per evitare che ci siano interessi altri che non siano quelli del minore: non credo di dire nulla di strano se asserisco che gli allontamenti dalle famiglie sono traumi indelebili, Basti pensare a tutti quegli adottati che una volta divenuti maggiorenni ricercano le proprie origini… I legami non si possono spezzare, se poi quel bambino è stato tolto per motivi insufficientemente seri, non potrà mai accettare di vivere lontano e crescerà con un disagio che influirà sulla sua vita da adulto».

 

ISPEZIONI NELLE COMUNITA’ MA… CON PREAVVISO!

Il vero problema per Franceschini è la sovreglianza sulle strutture. «Un controllo iniziale è dato dalle certificazioni  per poter operare, poi mandano ogni 6 mesi dei report alle procure minorili ma capita che manchino pure questi. Non esiste un organismo che controlli senza preavviso e senza una precedente segnalazione. Spesso mi riferiscono di ispezioni con preavviso di una settimana quindi in tempo utile per sistemare al meglio le cose e far uscire i ragazzi che potrebbero raccontare qualcosa. Non sempre le case famiglia sono alloggi così accoglienti e con personale preparato. Certo ci sono realtà virtuose ma ci sono anche quelle dove i bambini mangiano male, vengono utilizzati per pulizie e per accudire i bimbi piccolissimi e altro ancora… Finchè mancheranno controlli e rendicontazioni puntuali delle somme pubbliche investite, su chi è stato pagato e per quale percorso, col relativo esito,  ritengo siamo ben lontani da un vero garantismo a tutela del minore e da un’ ottimizzazione delle risorse personali ed economiche. La mia associazione continua con l’attività di sensibilizzazione della collettività attraverso i media, i convegni e i contatti con istituzioni sia locali che nazionali: ma serve che un ente terzo crei una banca dati ove dovranno confluire tutti i curriculum degli operatori sociali, del personale di comunità e di chi fa il giudice onorario per dei controlli incrociati e seri».

Una conclusione che è in perfetta sintonia con quella della Commissione Brambilla che «sulle incompatibilità previste per i giudici onorari componenti dei collegi giudicanti di primo grado o delle sezioni per i minorenni delle corti d’appello, raccomanda che la vigilanza su tale aspetto sia rafforzata» e «ritiene assolutamente indispensabile rendere effettivi i controlli sulle strutture di accoglienza da parte delle procure della Repubblica presso i Tribunali per i minorenni, nonché i controlli previsti a livello sia nazionale, sia locale. Inoltre uno specifico e più attento controllo deve essere svolto sulle strutture che erogano prestazioni socio-sanitarie, in cui sono ospitati minori con gravi problematiche fisiche o psichiche».

Auspici che si spera vengano accolti dalla nuova Commissione parlamentare Infanzia e Adolescenza per sollecitare ispezioni ministeriali anche nei confronti di chi è deputato ai controlli: la magistratura. Comprensibile quando lamenta carenza d’organico, ingiustificabile quando risulta incapace di utilizzare il Codice Penale per tenere in carcere un condannato a 14 anni per violenze di gruppo su minori disabili. Perché ancor più grave della carenza dei controlli è la certezza di farla sempre franca… «Fare una legge e non farla rispettare equivale ad autorizzare le cose che si vuole proibire» proclamò il Cardinale Richelieu, come ricorda l’avvocato Franceschini nel suo profilo Facebook.

Fabio Giuseppe Carlo Carisio
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