ADIOS PABLITO! IL GOLEADOR CHE IN 6 GIORNI DIVENTO’ RE DI SPAGNA. Anche grazie alla Fede! Le sue gesta narrate da Gianni Brera

ADIOS PABLITO! IL GOLEADOR CHE IN 6 GIORNI DIVENTO’ RE DI SPAGNA. Anche grazie alla Fede! Le sue gesta narrate da Gianni Brera
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di Fabio Giuseppe Carlo Carisio

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Adios Pablito! Addio Paolo Rossi! I tuoi occhi da eterno ragazzo hanno intenerito anche i cuori lontani dal calcio. Il tuo urlo tracimante di gioia esploso nel primo gol contro il Brasile nel lontano Campionato Mondiale 1982 è rimasto impresso nella memoria di chi come me ebbe la fortuna di ammirarlo in diretta. Con quel grido di giubilo hai annientato in un istante la rabbia e l’amlarezza covate nell’anima per giorni e giorni.

Quando i razionalisti cinici del giornalismo sportivo continuavano a bersagliare il commissario tecnico della Nazionale Italiana Enzo Bearzot perchè si ostinava a farti giocare titolare sebbene non fossi in forma. Lui ti aveva visto giocare in Argentina nel 1978 e conosceva il tuo talento di goleador di rapina, capace di segnare di piedi, di testa, di ginocchio e persino in caduta libera come facesti nella finale contro la Germania spianando agli Azzurri la vittoria del III mondiale, dopo quelli un po’ dimenticati perchè maturati nel 1934 e 1938 durante il Ventennio Fascista.

In sei giorni (dal 5 all’11 luglio 1982), in tre partite e con 6 gol indimenticabili hai permesso all’Italia di conquistare la mitica Fifa World Cup, sei diventato il primo capocannoniere dei mondiali di calcio con la maglia azzurra e hai conquistato il Pallone d’Oro più atipico in un flash-bang. Nel 2004 la Fifa ha celebrato le tue gesta inserendoti nella lista dei 125 giocatori più forti della storia, stilata in occasione del centenario della Federazione. Ti sei dimostrato un campione vero e miracolato: come se fossi davvero benedetto da quel Dio dei Cristiani in cui hai sempre testimoniato la tua fede…

Ero un bambino quando mi alzai di notte con mio padre per vederti giocare in Argentina, ero un adolescente malato di calcio – giocato e tifato – quando quattro anni dopo in Spagna confidai con tutto me stesso per la tua rinascita dopo la controversa sospensione di due anni per il calcio-scommesse. Sono un uomo triste oggi che piango la tua scomparsa a soli 64 anni per una lunga malattia che hai vissuto nella riservatezza degli affetti familiari lasciando esterrefatti persino i tuoi compagni di squadra per questo fulmine a ciel sereno.

“Sei mesi fa ho perso un fratello, oggi ne piango un altro. Non voglio dire altro, per me questo non è il momento di parlare”. Al telefono con l’ANSA, Antonio Cabrini, compagno di squadra di Paolo Rossi per tanti anni alla Juve e in Nazionale, è distrutto nel ricordare il goleador dell’Italia Mundial.

L’incontenibile esultanza di Paolo Rossi dopo il primo gol al Brasile il 5 luglio 1982

“Lo ammetto… piango. Facevi parte del gruppo di ‘Amici Veri. Con te non solo ho vinto ma anche vissuto”.. E’ il messaggio commosso di Zibi Boniek, compagno polacco di Pablito nella Juventus che vinse due scudetti, una Coppa Italia, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Uefa e, dulcis in fundo, la Coppa dei Campioni 1984-1985.

In un baleno sei apparso nel gotha dei fenomeni sportivi portando con 24 gol la piccola squadra del Lanerossi Vicenza al secondo posto nel Campionato di calcio di serie A 1977-78. Poi fu il Perugia a confermare il tuo talento fino all’incidente della presunta combine sulla partita con l’Avellino che ti costò due anni di squalifica. Al termine dei quali fu l’Italia di Bearzot a incoronarti Re dei Mondiali di Spagna e la Juventus di Platini & Co a consacrare il tuo talento negli anni successivi.

«Per sempre» ha scritto su instagram, dando la ferale notizia, tua moglie Federica Cappelletti. Per sempre rimarrai nel cuore dei tifosi e degli amanti del calcio proprio come diventasti lo spettro del Brasile di Zico, Socrates e Falcao, tanto da meritarti poi la stima del grande Pelè. Il dream-team dei Carioca che in Spagna faceva tremare le ginocchia agli avversari solo quando leggevano la formazione fu mandato a gambe all’aria dalla tua storica tripletta nel match decisivo vinto 3 a 2 che portò poi l’Italia a sconfiggere in seminifinale  la Polonia (2-0, doppietta di Rossi) e a trionfare in finale contro i tedeschi di Rumenigge (3 a 1).

Il leggendario Pelè con Pablito

Come forse solo pochi sanno, il suo miracoloso mondiale nacque lungo il cammino luminoso della sua anima. «Fin da piccolo ho frequentato la chiesa: facevo il chierichetto e all’epoca nel mio paese, Santa Lucia, una frazione di Prato, la parrocchia era il principale luogo di aggregazione. Pensi che ho scoperto la passione per il calcio proprio lì: a 10 anni giocavo nella squadra messa in piedi da don Sandro» confidò qualche anno fa Paolo Rossi al settimanale cattolico Credere.

«La mia era una generazione dove i valori cristiani erano ancora importanti: facevano parte integrante della nostra cultura e permeavano i nostri comportamenti. Personalmente la fede mi ha aiutato molto, soprattutto nei momenti di difficoltà. Non sono un bigotto ma credo fermamente che siamo di passaggio su questa Terra e che tutto non si esaurisce dopo la morte» aggiunse il campione.

Ogni volta che mi attanagliava la nostalgia di vedere le scarpe coi chiodi nel ripostiglio per i miei ripetuti piccoli traumi toglievo dalla libreria il Dvd sulla storia del tuo Pallone d’oro e per un attimo mi tuffavo nel cielo azzurro della tua strepitosa impresa sportiva benedetta dalla dea Eupalla, più imprevedibile e magnanima di tanti giornalisti sportivi che ti avrebbero voluto estromesso dal torneo del 1982 prima che tu potessi dimostrare il tuo immenso valore. Mai mi sono chiesto dove fossi e cosa stessi facendo… Come se tu fossi già immortale nel mio cuore! Ora lo sei davvero anche per la storia del calcio. Adios Pablito!

Non sono mai stato un giornalista sportivo, ma solo un tuo devotissimo fans anche in virtù della mia piccola umile storia di centravanti in qualche torneo amatoriale… Ecco perchè lascio ad alcune frasi del poeta del calcio per antonomasia, il mitico Gianni Brera, l’onere e l’onore di ricordarti: mentre si appresta ad accoglierti e ad abbracciarti lassù nell’Empireo degli eroi buoni, radiosi e cristian dello sport.

Fabio Giuseppe Carlo Carisio


QUANTO CONTA, FRATELLI, UNO CHE SA GOLEARE!

di Gianni Brera

Frasi tratte da un articolo pubblicato su “Repubblica” il 13 luglio 1982. E’ il primo commento di Gianni Brera (1919-1992) al trionfo dell’Italia di Bearzot nel Mundial spagnolo

Io triumphe, avventurata Italia! il terzo titolo di campione ti pone accanto al magno Brasile nella gerarchia del calcio mondiale. Hai strabiliato solo coloro che non te ne ritenevano degna, non certo coloro che sanno strologare a tempo e luogo sul mistero agonistico del calcio. La tua vittoria è limpida, pulita: non e neppure venuta dal caso, bensì da un’applicazione soltanto logica (a posteriori!) del modulo che ti è proprio, e in tutto il mondo viene chiamato all’italiana. Eri partita misera outsider, fra lo scetticismo di tutti coloro che prendevano alla lettera i principi enunciati dal tuo bravissimo e un po’ fissato Ct Egli straparlava da anni di imporre il proprio gioco. Ha tentato di farlo e si è amaramente accorto di non averne. L’ha tentato con squadre che gioco non avevano a lor volta. Per Ia miseria d’un gol ha preceduto il Camerun, evitando uno smacco insopportabile per Ia tua storia gravida di eventi e di allori.       

Il grande giornalista sportivo Gianni Brera

Contro il Brasile, quasi Ia stessa musica. Anche il Brasile aveva battuto l’Argentina, però umiliandola secondo fantasie che molto avevano del rituale africano. Nessuno al mondo avrebbe osato sperare nel miracolo di un’altra vittoria italiana. E invece ha propiziato il nuovo miracolo l’ingenua galloria dei brasiliani, dimentichi d’un assioma fondamentale del gioco: il safety first (primo non prenderle) degli antichi maestri inglesi. Bastava ai brasiliani il pareggio per accedere alle semifinali: hanno dimenticato Ia difesa mandando anche i terzini a cercare Ia vittoria. Noi abbiamo fatto esattamente il contrario. E’ per giunta rifiorito Rossi sulla contorta e bassa siepe del nostro orto improvvisamente dilatato, e aperto ai miracoli. I pavoni brasiliani non si sono accorti di Rossi, non l’hanno degnato d’un guardo. Ha segnato tre gol e ne ha sbagliato un quarto, il più facile, subendo per giunta un rigore. Di goleada avrebbero dovuto perdere i brasiliani. Sono stati risparmiati dalla fortuna, che i malevoli e i fessi consideravano fin troppo favorevole a noi. Mi sono accorto a questo punto che capitare nel gruppo dei più forti era stata una bazza autentica. Non avendo gioco, l’Italia esaltava quello degli altri, se ne avevano: e certo non ne erano privi i piu forti. Così abbiamo moltiplicato le doti tradizionali delle nostre difese. E molto avremmo gradito che, per onestà critica, il commissario tecnico Bearzot riconoscesse questa virata di bordo.

II Ct è onesto: chi gli ha mancato di rispetto al difuori della tecnica ha fatto molto male, ha offeso il buon senso e Ia logica, tanto rari fra gli italioti, che per contro asseriscono di sprecare l’intelligenza (ormai sono convinto che costituisca un’aggravante). (…) La Polonia ha giocato male e noi non abbiamo giocato bene. in quanto il nostro, cara e smandrippata Italia, è solo contro-gioco. Ma i due bellissimi gol di Rossi ci hanno assicurato Ia finale: per Ia quale si sono classificati anche i tedeschi.

I tedeschi avevano una paura fottuta nel primo tempo, durante il quale non hanno mai osato distendere i loro attacchi. (…) I tedeschi non hanno toccato terra. Nel primo tempo hanno accennato al forcing senza mai liberare un uomo. Nel secondo si sono un poco più arrischiati in avanti e li ha subito colti Ia folgore di Rossi. Nel primo tempo ci siamo concessi l’ineffabile lusso di sbagliare un rigore. A parte ho raccontato perché. Giocare da outsiders una finale mondiale non è emozione da poco. I nostri prodi ne apparivano oberati fino al groppo in gola, all’inane balbettio, alla rinuncia.

Alla ripresa, ci siamo presentati convinti che Ia retrovia avrebbe tenuto. I tedeschi hanno assunto un forcing più fiducioso: hanno tentato un gioco esaltando puntualmente Ia dialettica del nostro contro-gioco (se cito padre Hegel, non abbiatevene a male). Per un guizzo fulmineo è rifiorito il genio di Rossi. Quanto conta, fratelli, avere uno che sa goleare! Una volta rotto il ghiaccio, si può anche segnare dopo cinque passaggi cinque in area tedesca. II cuore fa indegni capitomboli nel vecchio petto ammaccato da tanti eventi che furono: pero quei satanassi ci provano: tocco, ritocco e al fin della licenza non tocco. Bensì porto Ia botta. Il gol di Tardelli è quanto di più elegante sia stato visto da queste parti. voglio dire in una finale di campionato del mondo che toglie fantasia anche ai poeti e santitità di propositi ai santi.

La finale mondiale è una prova dura, acre, ammorbante, velenosa, per giocar bene Ia quale bisogna appartenere ai fenomeni in terra. Io non ho mai visto brillarvi nemmeno Pelè. II peso della responsabilità è tale che aggiunge i suoi gravami morali alle ruggini bio-chimiche della stanchezza. Stralunati automi obbediscono a schemi che hanno dentro come memorie tecniche e agonistiche. Non inventano più nulla: possono solo impedire che s’inventi. Bearzot l’ha capito e merita dieci. Tardelli ha persino superato l’impasse tentando istintivamente una conclusione-d’una dolcezza a dir poco sadica: non proprio il pallonetto, ma Ia battuta beffarda nell’angolo opposto a quello che stava disponendosi a presidiare il portiere tedesco. Sul 2-0 ho acchiappato il mio cuore tarlato e bislacco e l’ho rimesso dove suole pompare secondo necessità logica. II terzo gol è stato un contentino, e così il primo dei tedeschi, povere anime.

Non si vince un mondiale senza storia; non si arriva senza nerbo ne valore a una finale mondiale. Con nerbo e valore ci sono arrivati i tedeschi. Con bravura estrema li ha battuti l’Italia. ln alto allora le bandiere e i canti per l’Italia tri-campeona del mundo: in alto le bandiere e i canti per chi se l’è meritato. AI diavolo i malevoli i cacaminuzzoli gli invidiosi gli incompetenti i pirla i fessi ai quali non è piaciuta la vittoria italiana. Io triumphe, avventurata Italia. Dovessi per un mese cantare le tue caste glorie, ebbene, lo farei con grato entusiasmo. E grazie a voi, benamati brocchetti del mio tifo, benamati fratelli miei in mutande. Avevo pur detto che Paolo Rossi in trionfo è tutti noi. II terzo titolo mondiale dell’Italia non si discute come non si discutono i miracoli veri. Adios, intanto tia Espana, adios.

Gianni Brera

 

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