l’opinione – L’ULTIMO CANTO DEL GRILLO

“TROPPI POTERI AL QUIRINALE”
IL FONDATORE DEI CINQUESTELLE
SFIDUCIATO DAI SUOI MINISTRI
PER AVER DETTO LA VERITA’.
FINISCE QUI LA RIVOLUZIONE M5S

…infin ch’arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov’ei precipitando, il tutto obblia…
(Giacomo Leopardi)

Fa quasi tenerezza su palco a sbraitare con l’affocata lena di un decennio fa le verità che il popolo italiano vorrà sentire gridare finchè non saranno realtà… Fa tenerezza perché oggi le urla in una piazza che ancora lo acclama mentre la tribuna dei suoi accoliti, emeriti sconosciuti balzati grazie a lui dal lavoro di steward da stadio a quello di ministri di governo, si gira dall’altra parte e ormai inebriata dai profumi del sacro incenso delle Istituzioni storce pure il naso quando il leader che fu, il Beppe nazionale, passato dagli show-denuncia alle denunce sul web che hanno sancito il successo del Movimento 5 Stelle, attacca il Quirinale, la poltrona più alta di tutte, incarnando con le sue frasi un pensiero che è di molti… Ecco perché mi ricorda quei versi sopracitati del Canto notturno del pastore errante nell’Asia del maliconico e funesto vate di Recanati: anche se, nella sostanza, appare più come l’ultimo canto del Grillo.

Un’aria plumbea è scesa come una cappa sullo spirito rivoluzionario dei pentastellati, si respira un clima greve, in cui persino il mitico Edoardo Bennato, quello che senza pensarci due volte aveva mandato sonoramente “Al diavolo il grillo parlante”, perde la voce e lo lascia solo a duettare con la manina dell’ultimo inghippo governativo, il feticcio partorito dal nuovo capo dei grillini, quel Gigino un po’ ministro affettato e un po’ guappo a corto di congiuntivi.

Beppe ha sempre saputo fare il comico con inimitabile talento e raffinatissima intelligenza: se ci fosse ancora un Nobel per la letteratura a disposizione per un menestrello lo meriterebbe con applausi da destra e da sinistra, come conferma la trasversalità del movimento da lui inventato, ma purtroppo quel premio se l’è già portato via un giullare meno audace e verista ma certamente più comunista… E così Grillo rimane lì, mano nella mano con il simbolo del primo posticcio pasticcio governativo finito in diretta sulla tv nazionale. Da magistrale istrione sa rendere eloquente quella mano più di quella della mostruosa Famiglia Addams ma su di essa aleggia la stessa grottesca atmosfera del telefilm perché anche gli elettori pentastellati meno intelligenti hanno capito che la “manina” è una sorta di gag creata dal vicempremier giallo per riprendersi un po’ del consenso che il più scafato collega verde, Matteo Salvini, gli sta rubando gorno dopo giorno. Non solo. Per una volta il Grillo strepitante si gingilla con un ninnolo che non è uscito dalla genialità mediatica dei Casaleggio ma dalla pacchiana mente di un ex studentello senza tante ambizioni intellettuali.

Nonostante ciò Beppe ritorna al verace impeto primigenio, a quelle verità che stanno per urlare anche le pietre e, facendosi forse per l’ultima volta interprete tanto dell’italico senso comune quanto del buon senso democratico, se la prende col Quirinale, con la sua inviolabilità a prova di critica per il rischio di vilipendio, con la sua onnipotenza che vede l’illustre inquilino Capo delle Forze Armate e Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, in seno al quale può abbracciare un compagno di partito del Pd quale suo vice senza che nessuno dei due sia stato scelto dal popolo, senza che nessun parlamentare s’indigni più di tanto…

In un paese di politici scaltri ed intelligenti la sortita di Grillo sarebbe stato l’assist perfetto per fargli smorzare i toni valicando la questione e riesumando, anche solo per un breve romantico sogno, quell’agonizzante idea della Repubblica Presidenziale dove, come negli Usa, in Francia, in Russia e persino in Siria, il Presidente della Repubblica è sì plenipotenziario ma solo in virtù del fatto che è stato eletto dai cittadini.

Invece no. Il modesto teatrino dei politicanti d’oggi sa solo lanciare sassi alle piccionaie, magari poi dicendo che ha pure sbagliato mira, e fare da pompiere nei confronti di quelle Istituzioni e Personalità che – anche a causa di una Costituzione postbellica studiata apposta per non far comandare nessuno e scongiurare un altro duce – sono state la dannazione dell’Italia almeno negli ultimi 7 anni.

Ecco quindi il Grillo, solo come un cigno morente, levare l’ultimo canto mentre le sue creature a cinque stelle sono adagiate sulle ricche poltrone dei Ministeri e si sperticano in dichiarazioni adulanti verso il Colle; giungendo a dire persino ciò che di peggio non avrebbero potuto dire: “Grillo non riveste ruoli istituzionali. Né la maggioranza né il governo intendono riformare i poteri del Presidente della Repubblica”.

L’aria di rinnovamento si è già fatta stantia, la ventata di rivoluzione istituzionale è diventata refolo. Ci fa tenerezza a questo punto l’ultimo canto del Grillo, rimasto esule in casa propria, stanco e politicamente moribondo, come il pastore errante nell’Asia di Leopardi.

Al contempo comincia già a diventare urticante la diplomazia leziosa dei nuovi ministri del cambiamento che, ovviamente e purtroppo per l’Italia, avanti di questo passo saranno presto cucinati a dovere da quel sistema politico lobbizzato da massoneria, alta finanza e tecnocrati dell’Unione Europea, sostenuto proprio dal Colle, che è stato capace di esiliare e rimbambire persino un genio, del bene o del male, a seconda dei punti di vista, come Silvio Berlusconi.

Fabio Giuseppe Carlo Carisio
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FONTI

http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2018/10/21/di-maio-non-ce-piano-b-restiamo-in-ue-per-cambiarla_c4a8fe97-27e0-48bc-b20e-02521f112174.html

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