SILVIA ROMANO: CACCIA AI RAPITORI

ITALIANA RAPITA DA UNA SETTIMANA
NELLE MANI DEI SEQUESTRATORI
IN FUGA VERSO LA FORESTA DI BONI
COVO DEI TERRORISTI SOMALI.
UN UFFICIALE NON HA DUBBI:
“RAPIMENTO SU COMMISSIONE
PER I JIHADISTI DI AL SHABAAB”

E’ trascorsa una settimana esatta da martedì 20 novembre quando un commando di cinque uomini armati di kalashnikov e machete hanno assaltato l’orfanotrofio Chakama Guest House ferendo cinque keniani e sequestrando la volontaria italiana Silvia Costanza Romano ma il caso resta intricato in una foresta di misteri. Se il comandante della Polizia Regionale Costiera, Noah Midwanda, continua a ripetere come un mantra la parola “ottimismo” ed annuncia risultati in 48-72 ore – un’enormità di tempo per i sequestratori in fuga come per la 23enne milanese – le indagini sembrano appese all’esile speranza delle treccine africane ritrovate nella boscaglia dagli oltre cento uomini tra poliziotti, militari e volontari che stanno battendo a tappeto le foreste vicino a Garsen, nella contea Tana River dove è stato istituito il campo base, e soprattutto presidiano quella del Parco Naturale di Boni. Quest’ultima è una vasta area di oltre un chilometro quadrato quadrati al confine tra Kenya e Somalia, a cavallo delle contee di Garissa e Lamu, così impervia per la fitta vegetazione e le belve feroci che i miliziani islamisti somali Al Shabaab ne hanno fatto il loro covo. A giorni alterni, dalle cronache degli ormai numerosi reporter italiani inviati nella contea di Kilifi dove è avvenuto il rapimento, il nome della temutissima e sanguinaria cellula jihadista, il volto somalo-keniota di Al Qaeda, appare e scompare tra smentite e conferme. L’ultima ipotesi a prendere forma, nelle dichiarazioni di un ufficiale dei corpi speciali kenyani, è quella del rapimento su commissione che si affianca a quella molto meno credibile di una rapina finita male di delinquenti comuni. A rievocare il nome degli integralisti musulmani è proprio uno dei militari che sta dando la caccia ai tre rapitori, secondo alcuni di etnia Oromo, una minoranza somala che vive da secoli in Kenya, secondo altri di tribù Wardei. L’identità etnica dei sequestratori è una delle tante incognite di questa vicenda cui se ne aggiungono altre: mentre alcuni investigatori riferiscono all’inviata di Repubblica che i rapitori di Silvia non avrebbero ancora guadato il fiume Tana e pertanto non avrebbero ancora ragguinto la contea di Lamu e la foresta di Boni, il reporter del Daily Nation sostiene che le ricerche si siano ormai estese anche in questa zona forestale, rifugio dei jihadisti come il confinante Lag Badana-Bushbush National Park in Somalia.

LE ACCUSE CONTRO GLI AL SHABAAB

I fondamentalisti islamici militanti del gruppo terroristico somalo Al Shabaab vicino ad Al Qaeda

«Sono stati gli Al Shabaab». Gabriel Ibaya, 45 anni, ufficiale dei corpi speciali kenyani parla uno stentato italiano in virtù di esperienze professionali alberghiere ma attraverso una lingua che i comandanti non possono capire si sbilancia con l’inviato del Corriere della Sera, Francesco Battistini confidando la sua ipotesi sul sequestro: «Quel giorno, la ragazza è scappata con Al Shabaab – dice – Loro controllano tutta questa zona. Io non vivo qui, ma conosco quest’area perché ci ho lavorato cinque anni». E secondo il miltare proprio i terroristi avrebbero detto ai rapitori: «per favore, fate questo lavoro, così poi noi vi paghiamo». A confermare ciò ci sarebbe una testimonianza che si è rivelata molto importante anche per individuare la direzione dei tre sequestratori in fuga con la ragazza italiana: quella di Elima, la moglie di Said Adan Abdi, la “mente” dell’agguato, scoperto proprio perché prenotò un alloggio a Chakama per due dei suoi complici, individuati dagli investigatori nelle persone di Ibrahim Adan Omar e Yusuf Kuno Adan. Su tutti e tre è già stata messa una taglia di 1 milione di scellini kenioti, pari a 9mila euro, una gran somma da quelle parti se si pensa che con 40mila euro si può comprare un appartamento nella turistica Malindi. Ebbene proprio la donna, sempre secondo Ibaya, avrebbe fatto il nome degli Al Shabaab quali mandanti del sequestro nella telefonata col marito che le è costata l’arresto. L’ipotesi dell’atto d’ispirazione terroristica è stata accreditata anche dal governatore di Kilifi, Amason Jeffah Kingi, tanto da far infuriare il comandante della Coast Police di Mombasa che, proprio per evitare allarmismi che possono compromettere l’affluenza turistica, continua a parlare di delinquenti comuni. Ed ha probabilmente ragione perché secondo le ultime indiscrezioni sarebbero solo dei sicari teleguidati dai terroristi islamici.

L’AGGUATO PREMEDITATO CONVINCE PIU’ DELLA RAPINA

Tra le ultime testimonianze raccolte dai cronisti c’è quella di un giovane presente al rapimento che ha sostenuto che due dei cinque rapinatori avrebbero chiesto soldi subito alla ragazza italiana quando è stata sorpresa nel corridoio dell’orfanotrofio di proprietà della onlus marchigiana Africa Milele. Una richiesta abbastanza assurda dato che Silvia viveva in una spartana stanza in quel villaggio dove la miseria si percepisce in ogni angolo e le capanne di giunchi e paglia contrastano visibilmente con gli unici sgargianti colori giallo-verdi della facciata della Chakama Guest House. Una richiesta che non giustificherebbe molteplici particolari dell’agguato: condotto con motociclette acquistate ad hoc e con i potenti fucili d’assalto semiautomatici kalashnikov con cui, perdipiù, il commando ha ferito cinque keniani tra cui una donna gravemente alla spalla, un dodicenne alla coscia ed un bambino di 10 anni all’occhio, che i medici sperano di salvargli. Un’aggressione violenta, pianificata con tanto di affitto dell’alloggio per due degli assalitori, peretrata con armi potenti che non può essere giustificata, anche solo per una sproporzione tra costi e benefici, col bottino di una rapina. Può darsi invece che i sequestratori abbiano chiesto soldi, sperando che la giovane milanese li tenesse in camera mentre ne aveva solo sull’account del cellulare, solo per incrementare i proventi con un guadagno immediato e sicuro. Ecco perché è molto più credibile l’ipotesi di un rapimento soprattutto se organizzato su commissione. Va ancora chiarito il ruolo dei due uomini del commando allontanatisi dai rapitori in fuga: c’è chi sostiene che sarebbero due gregari spariti proprio per la rapina andata a male ma potrebbero essere anche due miliziani jihadisti che hanno preferito lasciare ai complici tutti i rischi della gestione dell’ostaggio per poi recuperarlo in un luogo sicuro.

LE INDAGINI TRA ETNIE RIVALI, LINCIAGGI E BOTTE DELLA POLIZIA

Per comprendere appieno le difficoltà investigative che sta affrontando la polizia è necessario rammentare che, come ben ricorda su Tiscali News l’editorialista Alberto Negri, la zona dove è stata sequestrata Silvia «è una delle più povere della contea di Kilifi, popolata dai Giriama, tribù in gran parte assai mite e ospitale» che si trovano a convivere con un’etnia di origine somala, gli Oromo (chiamati anche Orma), quasi tutti convertiti all’Islam, «che da sempre incutono ai Giriama un atavico timore avendone subito le incursioni sin dal 1700». La rivalità tra queste due comunità è sfociata nel linciaggio che gli abitanti di Chakama hanno compiuto mercoledì scorso nei confronti di alcuni membri di questa comunità pastorale musulmana, accolti con pietre e bastoni quando sono scesi dal bus. Proprio per questo il coordinatore regionale della costa, Bernard Lemparamarai, quello che ha annunciato ai cronisti l’arresto di Elima dopo l’intercettazione di una telefonata col marito fuggiasco, ha invitato tutti a non addossare colpe alla comunità in quanto le responsabilità sono di individui singoli. Non solo. Ha anche fatto all’inviata di Repubblica Rafaella Scuderi un’importante precisazione (che va presa col beneficio del dubbio visti i continui mutamenti di informazioni): «Non sono di etnia Orma, ma Wardei – spiega Lemparamarai – Sono criminali comuni che non hanno nulla a che vedere con i loro clan, ma sono sostenuti  dai pochi abitanti delle terre che attraversano». Una presa di posizione che giunge dopo un altro spiacevole episodio avvenuto qualche giorno fa nel villaggio di Matolani dove alcuni residenti sostengono di essere stati picchiati dalle forze di polizia nel corso delle investigazioni. Come riporta il quotidiano keniota Daily Nation il deputato di Garsen Ali Wario ha detto di essere rattristato dall’incidente e di aver chiesto ai suoi elettori di cooperare con la polizia per aiutare a trovare la signora Romano.

TRECCINE DI SILVIA NELLA FORESTA: LOTTA CONTRO IL TEMPO

Silvia Costanza Romano con le treccine

Il comandante della Polizia Regionale Costiera Noah Mwivanda, che guida la ricerca dei sospetti nelle foreste, ha dichiarato di aver arrestato un’altra persona, portando così il numero dei fermati a 21. Lo riferisce sempre Charles Lwanga sul Daily Nation facendo riferimento al suocero di Abdi, il padre di Elima, finito in manette dopo quest’ultima probabilmente per aver agevolato la fuga del genero. Dal campo base di Garsen, sulla strada tra Malindi e Garissa, nella contea Lamu tristemente nota per gli attentati degli Al Shabaab che nel 2015 costarono la vita a 150 studenti, continuano le spedizioni nella boscaglia di acacie spinose, baobab, e arbusti bassi che l’altro giorno hanno consentito alla polizia di rintracciare delle extension a forma di treccine colorate, della tipologia particolare che Silvia si sarebbe fatta mettere sui suoi capelli castani chiari: un indizio evidente che la pista battuta anche con l’utilizzo di droni con rilevatori termici del calore umano sta portando agenti e militari dei corpi speciali nella direzione giusta.

BLOCCARE I RAPITORI PRIMA DELLA FORESTA DI BONI

Ora però è in atto una lotta contro il tempo. Nella foresta di Boni ci sono infatti i covi dei miliziani jihadisti Al Shabaab armati fino ai denti ed addestrati alla guerriglia. Proprio al confine tra le contee di Garissa e Lamu, a Ijara, il 19 novembre gli agenti della Rapid Border Patrol Unit (RBPU) avevano effettuato un blitz nell’operazione di sicurezza multi-agenzia denominata “Linda Boni” intesa a stanare i pericolosi miliziani di Al-Shabaab nascosti all’interno della fitta boscaglia: avevano ucciso quattro terroristi islamici che hanno ingaggiato un conflitto a fuoco e recuperato sei fucili AK-47: la stessa arma semiautomatica d’assalto “kalashnikov” usata anche dai sequestratori e prediletta dai miliziani jihadisti perché in grando di diventare anche un lanciagranate con l’aggiunta di un apposito congegno. Ecco perchè gli investigatori stanno pattugliando i confini della foresta di Boni nel tentativo di impedire ai sequestratori di avvicinarsi a qualche covo dei guerriglieri Al Shabaab, annidati tra il parco keniota ed il confinante Lag Badana-Bushbush National Park in Somalia, tre volte più grande del primo. Se infatti i rapitori riuscissero o fossero addirittura già riusciti in tale impresa non solo potrebbero essere aiutati nella fuga ma il loro ostaggio diventerebbe merce preziosa nelle mani dei terroristi: per un riscatto o, peggio ancora, per una vendetta. Da oltre un anno questi jihadisti sono infatti bersaglio di continue azioni militari non solo in Kenya ma anche nei loro campi base in Somalia dove, proprio il giorno precedente il rapimento, i droni americani dell’Africom con due attacchi mirati avevano ucciso 37 miliziani del gruppo estremista somalo.

Fabio Giuseppe Carlo Carisio
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FONTI

https://www.corriere.it/esteri/18_novembre_27/kenya-rapitori-silvia-volevano-riscatto-lampo-10aa0d0c-f245-11e8-9ee1-95c4f8c44f3b.shtml

https://www.repubblica.it/esteri/2018/11/27/news/kenya_si_stringe_il_cerchio_sui_rapitori_della_volontaria_italiana-212803643/?ref=RHPPBT-BH-I0-C4-P9-S1.4-T1

https://www.nation.co.ke/counties/tana-river/Suspected-abductor-wife-arrested/3444928-4868664-othadxz/index.html

https://www.corriere.it/esteri/18_novembre_26/treccine-silvia-trovate-bosco-siamo-un-passo-rapitori-bcc0df9e-f1b9-11e8-8ec9-d371ed363eb6.shtml

https://notizie.tiscali.it/esteri/articoli/silvia-romano-analisi-situazione/

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