ITALIA SUL LASTRICO PER COLPA DI QUESTI TRE

ITALIA SUL LASTRICO PER COLPA DI QUESTI TRE
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POVERO UN ITALIANO SU QUATTRO:
L’ISTAT CERTIFICA IL DISASTRO
DI CUI SONO COLPEVOLI I POLITICI
MA ANCHE GRANDI IMPRENDITORI
COME LA FAMIGLIA AGNELLI,
DE BENEDETTI E BERLUSCONI

___di Fabio Giuseppe Carlo Carisio ___

Con la precisione di una meridiana messicana anziché di un orologio svizzero l’Istat ci racconta che anche nel 2017, ovvero ormai dodici mesi fa, ci sarebbe in Italia una persona povera ogni quattro abitanti. Ma per far inghiottire il boccone amaro ai nemici del reddito di cittadinanza ci aggiunge una spolverata di zucchero comunicando «un miglioramento rispetto all’anno precedente» pari all’1 %. L’Italia rimane comunque sul lastrico con 17 milioni di persone a rischio di povertà assoluta. E’ certamente l’effetto del fallimento di una classe politica ma anche quello dei grandi imprenditori che hanno avuto intelligenza, mezzi e occasioni per rinnovare tanto la politica quanto l’Italia. Giovanni Agnelli con i suoi cinici eredi, Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi: ecco i tre principali responsabili del disastro e le loro gravi colpe.

LA STIMA DEI PIU’ POVERI IN ITALIA

La stima dei residenti a rischio  povertà cala infatti al 28,9%, dal 30% del 2016, evidenzia l’Istat. In particolare risulta «pressoché stabile al 20,3% la percentuale di individui a rischio di povertà (era 20,6%) mentre si riducono sensibilmente i soggetti che vivono in famiglie gravemente deprivate (10,1% da 12,1%), come pure coloro che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (11,8%, da 12,8%)». Non so chi rediga i comunicati dell’Istat, che giungendo con un anno di ritardo non filmano la reale situazione contingente del disagio ma una stima già obsoleta, ma di certo è un funzionario ben pagato e molto ottimista perché rilevare in un calo del 2 % (ovvero un milione di abitanti) coloro che escono dallo stato di povertà assoluta un dato di “sensibile” miglioramento è davvero da benestante burocrate più che da analista sociale. . Senza contare che sarebbe interessante inquadrare questa percentuale in un approfondimento sociale più ampio concernente la mortalità dei più disagiati: potremmo magari scoprire la tragica circostanza che i numeri sono calati solo perché parte dei più poveri sono deceduti, essendo coloro che versano in miseria nell’ulteriore drammatica condizione di non potersi permettere le cure adeguate per patologie molto gravi a causa di un sistema sanitario sempre più privatizzato e sempre meno adeguato ad assistere disabili e malati cronici e terminali. Ciò ci porterebbe inevitabilmente a fare una digressione sui motivi per cui alcuni illuminati sociologici ed esperti di medicina stanno spingendo per la legalizzazione dell’eutanasia… Ma voglio invece provare a spiegare perché oggi l’Italia dei grandi stilisti, armatori, rubinettai e imperatori di brand mondiali è finita sul lastrico. La risposta è semplice: per colpa di tre imprenditori gli Agnelli, De Benedetti e Berlusconi in perfetto ordine di gravità delle colpe criminiali nella distruzione economica e politica del paese. Cito loro come esempi di tre condotte imprenditoriali che invece di aiutare il paese a combattere la maledetta triade massoneria-intelligence-mafia hanno banchettato con essa per goderne i maggiori benefici fino a darsi alla fuga: la dinastia ovina con tanto di trasferimento di sede in paesi stranieri, quella dei repubblicastri sinistroidi a colpi di crack e pilotando mediaticamente dalla Svizzera i destini politici, quella del genio della comunicazione di Arcore accettando troppi compromessi fino a farsi sbattere fuori dalla politica pur di non finire per qualche tempo in gattabuia come toccò a molti dei grandi statisti della storia.

AGNELLI: PUBBLICIZZARE LE PERDITE MA PRIVATIZZARE GLI UTILI

La filosofia del compianto, da molti ma non certo da me, avvocato Gianni Agnelli (Torino, 12 marzo 1921 – Torino, 24 gennaio 2003) fu sempre quella di brigare con la politica per far prosperare l’azienda di famiglia: nuotare nell’oro come il leggendario Paperon de Paperoni, potersi regalare una vita da sceicco anche nell’Italia del dopoguerra, avere qualche miliardo di vecchie beneamate lire in più da spendere in un altro campione per la Juventus e in un altro diamante per qualche femmina di ardente gioventù. Un intellettuale così acuto e callido da ben conoscere tutti gli intrighi tra massoneria, servizi segreti stranieri e mafia che tenevano imbrigliata l’autonomia governativa italiana ma invece di usare la sua florida intelligenza, il suo potere economico e la sua influenza politica per affrancare gradualmente da simili perniciosi gioghi il popolo bue italico utilizzò ogni strumento, lecito o meno, per arricchire la sua grande industria facendola sostenere da ingenti e continuativi finanziamenti pubblici con la scusa che almeno dava da lavorare a tanti operai anche se un pochino sottopagati. Tutto ciò con l’aiuto di un quotidiano che nel Torinese è stato ribattezzato ironicamente La Busiarda incaricato del compito di proteggere i potenti amici e sparare a quelli ostili. Sarebbe lungo ed ozioso analizzare tutto l’excursus dell’ex gruppo Fiat, giunto persino a rinnegare il nome che aveva convinto tutti i patrioti a comprare auto nostrane, perciò meglio leggere la filosofia che ha tracciato il solco ai suoi degni eredi: pubblicizzare le perdite e privatizzare gli utili. Una tecnica finanziaria cinica e spietata che stata poi applicata senza il minimo tributo alla memoria degli avi e senza un’ombra di dignità verso la cittadinanza italiana dai rampolli della sua discendenza.

L’avvocato Gianni Agnelli

Una stirpe ben vocata al profitto ad ogni costo in virtù del gran fiuto di famiglia (in particolare di alcuni…) non solo per affari e nevosi piaceri ma anche per l’odore dello sterco in cui era ormai caduto l’italico Stivale, dalle stragi rosse e nere a quelle di mafia, senza che la sua potenza finanziaria e mediatica, nel frattempo accresciutasi per il controllo del 20 % del Corsera, cercasse una reale soluzione per una rinascita politica. Gli agnellini cominciarono presto a leggere libri importanti come La crisi della democrazia. Rapporto sulla governabilità delle democrazie alla Commissione trilaterale (The Crisis of Democracy: On the Governability of Democracies) uno studio del 1975 scritto da Michel Crozier, Samuel P. Huntington e Joji Watanuki per la Commissione Trilaterale ed edito nel 1977 in Italia con la prefazione di Gianni Agnelli. E iniziarono a pascolare anche nei palazzi del Bilderberg già cari agli avi, fino a giungere ad indossare alla perfezione la divisa dei mondialisti. Rassegnati a lasciare il proprio paese al destino dello spolpamento da parte di multinazionali e potenze straniere sono emigrati con tutto l’ormai consolidato reddito fiscale internazionale di Fca in Inghilterra, dove l’euro non c’è e non può fare danni con o senza Brexit, e insediando l’azienda in quei Paesi Bassi dove la legislazione consente tassazioni più favorevoli: meglio scappare che lottare per cambiare il proprio paese! Venduto anche il Corriere della Sera con la sua storica sede di via Solferino, inglobata La Stampa nella società de La Repubblica in cambio di una piccola partecipazione, a loro nel Bel Paese rimangono i palazzi, l’Allianz Stadium e la Juventus che, anche quando beccata a corrompere gli arbitri, si guarda ben bene dall’accettare la revoca del titolo come un minimo senso di legalità giuridica e lealtà sportiva imporrebbe. Fiat Oscuritas! Gli anglo-italici targati Fca di nostrano han conservato solo il business del calcio e qualche fabbrichetta che ogni due mesi minacciano di chiudere. Con un impero finanziario, tanti studi, doti intellettive e ben due quotidiani in mano sono riusciti soltanto a lasciare lo Stivale nella merda. Se un giorno diventerà mai premier un politico di autorità avrebbe tutte le motivazioni per revocare almeno la cittadinanza italiana ad avi e discendenti per attentato alla Repubblica…

IL MAGO SVIZZERO DEL MONTE DEI PASCHI

Non volendo ripercorrere tutta la trama degli affari alquanto sospetti perpetrati dal cittadino svizzero che vanta la tessera numero 1 del Partito Democratico, accozzaglia di ex democristiani sinistri e comunisti radical chic sopravvissuti per salde amicizie con le toghe rosse al terremoto di Tangentopoli, mi limiterò a scrivere i nomi di due società, una banca ed un progetto: Cir, Sorgenia, Monte dei Paschi di Siena e rigassificatore di Gioia Tauro. Quattro soggetti con un’identità in comune quella del commendatore della Légion d’Honneur Carlo De Benedetti, classe 1934, ingegnere, dirigente d’azienda, imprenditore ed editore. E’ lui il residente elvetico che ha imperversato nel mondo degli affari italici accanto al patron della Fiat, con il vantaggio di essere di due lustri più giovane e pertanto protagonista assoluto anche del terzo millennio. Può vantare persino una laurea in Legge honoris causa della peraltro sconosciuta Wesleyan University, Middletown, Connecticut, probabilmente ottenuta per come è riuscito a gudadagnarsi l’assoluzione dall’accusa di omicidio per i morti di amianto all’Olivetti o per come se la cavò dalla rovina del gruppo  Ne uscì forte della svendita delle società sane e dei lucrosi guadagni con Omnitel poi confluita in Vodafone. Riuscì a sfuggire sul fil di lana della Cassazione alla condanna a 8 anni e 6 mesi di reclusione per il crack del Banco Ambrosiano da lui agevolato in soli due mesi di vicepresidenza. Risorgendo dalle sue ceneri, come l’araba fenice tanto cara all’esoterismo massonico che già lo aveva sedotto portandolo ad entrare nella Loggia Cavour di Torino, investì nell’editoria acquisendo La Repubblica ed iniziando la battaglia con Silvio Berlusconi per il famoso Lodo Mondadori e dando guinzaglio libero ad Eugenio Scalfari di pilotare la rinascita della nuova sinistra con l’urlo forcaiolo del quotidiano rivolto solo ai politici nemici: Bettino Craxi su tutti, reo tra l’altro di aver impedito a De Benedetti di svendere la Sme del colosso di stato Iri, già privata dell’Alfa Romeo regalata da Romano Prodi alla Fiat.

L’ingegnere Carlo De Benedetti

Dopo la legge sul mercato libero del diessino Bersani, che sembra scritta apposta per consentire all’ingegnere di fare concorrenza ad Enel nella gestione dell’energia elettrica, si cimenta in questo campo fondando Sorgenia che, dopo averla portata al tracollo, deve poi lasciare alle banche creditrici, guidate dal Monte dei Paschi di Siena. Mps è banca di sinistra e sebbene in fortissima crisi si appioppa il 22 % di azioni: ma ciò avviene nello stesso momento in cui il Decreto Salvabanche di Mario Monti le regala miliardi di stato. Se Mps non avesse avuto l’aiutone statale che sarebbe accaduto alla società energetica debenedettiana? Un altro fallimento come Olivetti? L’ormai invecchiato volpone esce dall’affare Sorgenia conquistando la clausola di un 10 % di premio sulla plusvalenza quando l’azienda risanata sarà rivenduta ad un nuovo partner, a cifre sicuramente importanti se il rigassificatore di Gioia Tauro andrà in porto. Negli ultimi anni De Benedetti senior si defila anche dalla Gedi (evoluzione del Gruppo L’Espresso) dando spazio al figlio Marco che si conquista notorietà sui social in virtù del suo ruolo da consigliere di amministrazione nella Ong Save The Children. Imprenditoria, politica e media continuano ad intrecciarsi con lautissimi guadagni per il cittadino svizzero ed i suoi eredi ma solo gravissimi danni per l’Italia. Medaglia d’argento per quanto ha disfatto e fatto per portare il paese sul lastrico. Osando già più dell’avvocato nel prendersi e vantarsi della tessera di un sinistro partito, il Pd, che in sette anni ha fatto invadere le coste da centinaia di migliaia di migranti e distrutto il tessuto microeconomico sociale italiano: perfetto esempio del comunista radical chic, coi soldi degli altri.

BERLUSCONI: MEGLIO NAZARENO CHE GALEOTTO

Questa è la pagina più dolente da scrivere di questa storia. Perché è il racconto di un imprenditore temerario che sarà certamente ricordato come grande statista internazionale: capace di far liberare in solo un giorno tre attivisti umanitari svizzeri arrestati da Gheddafi come spie, con la sola minaccia di rendersi suo ospite a Tripoli fino alla loro scarcerazione. Silvio Berlusconi è un genio dell’imprenditoria capace di scolpire imperiture pietre miliari nel firmamento dell’economia italiana come Mediaset e Mediolanum, una delle più solide banche europee, e di vincere con una squadra di calcio ben 5 Coppe dei Campioni facendo sbavare d’invidia i rivali bianconeri della famiglia Agnelli. Un politico che ha iniziato il vero risorgimento italiano, non quello fatto di moti carbonari o di sanguinarie rivoluzioni di un Mazzini al soldo dei massoni inglesi, quello che ha consentito all’Italia di ritornare grande, potente ed influente nel mondo intero. Persino troppo, tanto da rendere necessaria la sua eliminazione politica per le strategie internazionali che, avvicinando una nazione Nato a Russia e Libia, la stavano rendendo geopoliticamente più importante degli Usa nel Patto Atlantico e nell’Unione Europea.

Silvio Berlusconi festeggia la sua quinta Coppa dei Campioni nel 2007 dopo la vittoria del Milan contro il Liverpool ad Atena

Certamente colpevole di aver arruolato in Forza Italia troppi politici della Prima Repubblica con le mani sporche di tangenti, lui che di denaro certo non necessitava ma solo della possibilità di far funzionare le sue molteplici attività imprenditoriali, è stato perseguitato, dalle stesse toghe rosse che avevano massacrato il suo padrino mai rinnegato Bettino Craxi, con 500 perquisizioni da cui non sarebbe uscito indenne nemmeno San Francesco. Fu logorato da centinaia di processi spesso imbastiti sul nulla (o su quel poco che ad altri politici era consentito fare), costretto a vedere un amico e collaboratore di fiducia come Marcello Dell’Utri condannato per un reato inventato ad hoc: concorso esterno in associazione di stampo mafioso, come se bastassero le dicerie per affiliare chiunque a Cosa Nostra anche in assenza di prove. Alla fine persino lui, colpito dal dardo giustizialista di una condanna per un’evasione pari allo 0,3 % del fatturato, praticamente una percentuale fisiologica a qualsiasi impresa e di certo assai meno grave dell’evasione contributiva del Gruppo L’Espresso di De Benedetti sotto inchiesta per truffa all’Inps, quando era ancora in auge con il suo charme politico, si è fatto abbattere psicologicamente. Amareggiato dalla fuga di Veronica Lario, fulminea come quella di Elisa Isoardi da Matteo Salvini tanto da indurre a pensare ad una strategia di occulti manovratori per colpire i potenti nazionalisti nel cuore, accerchiato nella solitudine di Arcore da infidi amici, aspiranti attrici e minorate meretrici, costretto da premier ad avallare il bombardamento dell’amico Gheddafi su intimazione di Giorgio Napolitano (Capo di Stato ma anche Capo delle Forze Armate che quindi avrebbe potuto disporre l’intervento comunque), affossato da uno spread in impennata che qualche accorto magistrato scoprì essere frutto di una manovra pilotata da società di rating, cedette oneri ed onori. Lasciò le redini del Governo senza lottare. Ritornò leader politico dopo nuove elezioni ma accettò di firmare l’insulso patto del Nazareno con l’impostore mandato da Washington, al secolo Matteo Renzi, ed iniziò il suo calvario in ostaggio del Giglio magico e delle toghe rosse che vedendolo ormai impotente lo costrinsero ad umiliarsi fino all’affidamento ai servizi sociali. Lui ,ormai deluso e disilluso invece di reagire, forte della potenza del suo gruppo finanziario di portata mondiale (tra media e banca) e del consenso del popolo, invece di sfidare pure l’ardimento dei giudici e consegnarsi alle patrie galere almeno libero nello spirito per divenire martire dell’ingiustizia politica e indurre così Forza Italia ed il suo Giornale a suscitare la reazione dei suoi seguaci, divenne un cagnolino addomesticato capace solo di abbaiare e pronto a tornare a cuccia al primo tintinnar di manette. Ebbe l’ultimo empito d’orgoglio politico paventando l’uscita dall’Euro dell’Italia se non fossero stati rinegoziati i maledetti parametri d’ingresso: regalarono la presidenza del Parlamento Europeo al suo amico e discepolo Antonio Tajani e si adagiò sull’origliere della senescenza accanto alla sua nuova giovane concubina. Finisce così, tra i balbettii dell’anzianità, dello scoramento ma soprattutto del consapevole tradimento del tentato miracolo italiano, la storia del cavaliere disarcionato. Complice anche lui del disfacimento socioeconomico del paese soprattutto per aver legittimato 7 anni di sciagure votando i due Presidenti della Repubblica peggiori della storia d’Italia. Finisce anche lui nell’elenco di quegli imprenditori che avrebbero potuto ma non hanno voluto salvare il paese. A Silvio, il lettore mi consenta, va però l’onore delle armi. Per averci almeno provato…

Fabio Giuseppe Carlo Carisio
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