UNA TALPA MONDIALISTA ROTHSCHILD ALLA CORTE DI SALVINI

UNA TALPA MONDIALISTA ROTHSCHILD ALLA CORTE DI SALVINI
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L’EX BERLUSCONIANO DELLA BANCA D’ORO BARCLAYS
DA SOTTOSEGRETARIO LEGHISTA AGLI ESTERI
SOSTIENE LA BATTAGLIA DI TRUMP CONTRO MADURO
I MISSILI DI TEL AVIV CONTRO GLI SCIITI IN SIRIA
E LE POLITICHE SIONISTE-AMERICANE CONTRO L’IRAN

___di Fabio Giuseppe Carlo Carisio ___

Alla fine la talpa mondialista alla corte di Matteo Salvini ha gettato la maschera. Lo ha fatto sulla scottante questione Venezuela che sta spaccando la politica internazionale ma non il “Deep State” degli Usa, dove i sempre critici Democratici sembrano approvare la linea estremamente dura della Casa Bianca ispirata dal guerrafondaio John Bolton: forse perché più che essere una condotta scelta dal presidente repubblicano Donald Trump è una strategia suggerita, quasi imposta, da quel governo ombra internazionale che trascende ogni colorazione partitica e rappresenta il punto di convergenza di alta finanza bancaria, intelligence militare e politica mondialista del Nuovo Ordine Mondiale già denunciato dall’alto ufficiale della marina canadese William Guy Carr nel 1956 nel suo libro Pawns in game.

«Caro Nicolas Maduro lascia subito. Nessuna solidarietà da Roma. Non ti riconosciamo come presidente. Elezioni subito» è il Tweet con cui il Sottosegretario agli Esteri Guglielmo Picchi, deputato leghista dal 2016 ma per 23 anni di Forza Italia, dirigente in aspettativa della Barclays di Londra, la banca aurea dei Rothschild, gela gli entusiasmi del presidente venezuelano legittimamente eletto, dopo le astensioni degli europarlamentari di Lega, M5S e parte del Pd alla risoluzione svedese di riconoscimento del presidente autoproclamato ad interim Juan Guaidò, sostenuto dagli americani e capo dell’Asamblea Nacional, il parlamento di Caracas, e di auspicio ad immediate elezioni presidenziali.

Un atto con cui l’Italia, unico dei 28 paesi non allineato con il Parlamento Europeo, aveva formalmente preso le distanze dalla crisi anche attraverso le dichiarazioni del pentastellato Sottosegretario agli Esteri Manlio di Stefano in un intervista a Tg2000: «L’Italia non lo riconosce (Guaidò – ndr). Siamo totalmente contrari al fatto che un Paese o un insieme di Paesi terzi possano determinare le politiche interne di un’altra nazione. Si chiama principio di non ingerenza ed è riconosciuto dalle Nazioni Unite». Ma non secondo il ministro della Farnesina Enzo Moavero Milanesi, già esponente del partito dei banchieri Scelta Civica di Mario Monti, il quale aveva invece di fatto smentito il voto degli europarlamentari italiani in un’audizione al Senato: «L’Italia si riconosce pienamente nella dichiarazione dell’Ue di sabato 26, una posizione che ribadisce l’obiettivo di arrivare ad elezioni libere, democratiche e trasparente. Ci riconosciamo anche in un termine di giorni entro il quale devono essere convocate le elezioni. La situazione in Venezuela è fluida, tesa, in cui la priorità deve essere quella di evitare che possano aumentare le violenze e prevenire che si possa arrivare ad uno scontro. C’è chi teme la possibilità di una guerra civile».

C ‘è invece chi, come Bolton, fa di tutto per attuarla… E nel mezzo c’è il Dicastero degli Esteri italiano spaccato in due! Purtroppo i deputati cinquestelle hanno finito per accontentare l’ala leghista anti Maduro ed è stata quindi approvata dalla Camera, il 12 febbraio scorso con 266 voti a favore, 205 contrari e nove astenuti (i deputati di Leu), una risouzione di maggioranza per sollecitare immediate elezioni non riconoscendo quelle di Maduro ma, per fortuna, senza nemmeno riconoscere l’autoproclamato presidente Guaidò. Perché quersto brusco cambio di rotta???

UN BERLUSCONIANO IL CONSULENTE DI POLITICA ESTERA DI SALVINI

Il sottotenente aviere armiere di complemento dell’Aeronautica Militare alla Sarvam di Viterbo dal 1996 al 1997 (foto da profilo Facebook)

A sostegno del ministro Moavero di chiara estrazione montiana e mondialista era intervenuto sabato 2 febbraio il sottosegretario Picchi in quota Lega che può vantarsi di essere anche il consulente di politica estera del vicepremier e leader del Carroccio Matteo Salvini. Questo spiega perché il segretario leghista, acclaratamente sostenitore ed estimatore di Vladimir Putin, è già scivolato su insidiose bucce di banana come il suo commento sugli “Hezbollah terroristi” durante la visita in Israele, da dove partono gli F-16 dell’Idf (Israel Defence Force) per bombardare preventivamente la Siria in barba ad ogni trattato internazionale e colpire preventivamente le postazioni delle milizie libanesi sciite filoiraniane e i Pasdaran della Forza Quds, determinanti nella vittoria dell’esercito repubblicano di Bashar Al Assad contro i jihadisti dell’Isis.

Questo spiega perché, nei primi giorni successivi all’autoproclamazione di Guaidò a Caracas, Salvini assunse posizioni nettamente critiche di Maduro salvo poi attenuarle fino a concedere ai suoi europarlamentari di prendere saggiamente le distanze dalla controversa questione venezuelana. Allo stesso sottosegretario Picchi va peraltro il merito diplomatico di aver organizzato l’incontro con Donald Trump nel 2016 a Washington del leader della Lega.

Per comprendere gli orientamenti di politica estera del deputato, personaggio sovente in ombra sui media ma sempre sotto i riflettori nei summit internazionali come si confà ad ogni occulto regista low-profile, basta leggere la sua carriera. Classe 1973, universitario in Economia a Firenze con successivo master in Business alla Bocconi, poco più che ventenne, si è subito gettato a capofitto in politica nella fondazione di Forza Italia diventando consigliere circoscrizionale (1995-1999) nella sua città natale Firenze, dopo essere stato per un anno anche sottotenente di complemento dell’Aeronautica Militare alla Sarvam di Viterbo.

DEPUTATO DOPO LA DIRIGENZA NELLA BANCA DELL’ORO A LONDRA

Il dirigente in aspettativa della Barclays Capital di Londra, Guglielmo Picchi, eletto deputato nella Circoscrizione Estera con Forza Italia nel 2006

È stato eletto per la prima volta Deputato alla Camera nel 2006, nel collegio europeo della Circoscrizione Estero, e riconfermato nel 2008 e nel 2013. Un risultato eccezionale dato che è uno dei pochi berlusconiani entrati in Parlamento grazie ai voti degli italiani all’estero e che evidenzia fin da subito le sue aderenze internazionali. Per capire come abbia raggiunto questo obiettivo bisogna dare un’occhiata al suo curriculum da talento emergente della finanza internazionale come emerge dal suo profilo Linkedin.

Nel 1997, a soli 24 anni, lavora già nel gruppo KPMG, il network di società indipendenti, affiliate a KPMG International Cooperative, società di diritto svizzero specializzata nella forniturra di servizi fiscali, legali e amministrativi di revisione contabile e consulenza manageriale. L’ex bocconiano si rivela sicuramente bravo poiché nel 2001 è già inquadrato come Senior. Ma sono anni bui per la Kpmg coinvolta nello scandalo Xerox dopo gli accertamenti della Sec, l’ autorità di controllo della Borsa americana, che aveva indagato sul crollo del capitario azionario della multinazionale delle fotocopiatrici conseguente ad una revisione della contabilità in merito ai ricavi iscritti negli ultimi cinque anni. Dopo quella vicenda Kpmg perse la consulenza Xerox e finì nell’occhio del ciclone per i default di banche internazionali come The Guardian accusa gli amministratori: «Hanno permesso a una serie di società di mutui subprime statunitensi di alimentare la crisi finanziaria per cui il mondo sta ancora vacillando» scrisse il prestigioso quotidiano britannico in riferimento al crack Lehman Brothers.

Il bocconiano Picchi però era già uscito da Kpmg per approdare alla Ernst & Young Investments ed alla torinese Ipi spa del Gruppo Fiat, nelle quali rimase per pochi mesi nel 2001, prima di fare il salto di qualità entrando nella storica e blasonata Barclays Capital nel 2002. Si tratta di uno dei gruppi bancari più potenti del mondo che gli esperti di finanza ritengono controllato dalla dinastia Rothschild. Fu proprio la N M Rothschild & Sons Limited, con sede nella City di Londra, a conferire un ruolo di rilevanza mondiale alla Barclays: le cedette il suo posto nella London Bullion Association, il gotha della finanza mondiale che per quasi due secoli, dal 1871 al 2004, si era riunito nel quartier generale dei Rothschild nella via londinese St Swithin’s Lane, per decidere il prezzo dell’oro (e dell’argento) e da cui è nata la London Bullion Market Association (LBMA) e successivamente la società di “clearing (compensazione)” London Precious Metal Clearing Limited (LPMCL), costituita ora dalle dieci banche più importanti del pianeta.

Ebbene Picchi è stato dirigente della divisione investimenti della Barclays dal 2002 al 2006, prima di mettersi in aspettativa proprio in virtù della sua elezione a deputato negli azzurri di Silvio Berlusconi nella Circoscrizione Estera in Europa, trasferendo così il costo dei contributi previdenziali connessi al suo certamente ottimo stipendio manageriale dalle casse dell’istituto di credito londinese a quelli dell’Inps italiana, come prevede la legge sulle aspettative aziendali.

 

LE MANIPOLAZIONI DEGLI INTERESSI BANCARI DELLA BARCLAYS

I coniugi Marcus Agius, già chiarmain Barclays a Londra, e Katherine Rothschild, coerede del patrimonio della dinastia dei banchieri

Per comprendere ancora quale sia l’importanza di Barclays nel panorama finanziario mondiale basti dire che il suo ex presidente Marcus Agius è marito di Katherine, figlia ed erede di Edmund Leopold de Rothschild (scomparso nel 2009), nipote di Lionel Nathan, e comproprietaria tra patrimoni vari e partecipazioni bancarie, di quel paradiso terrestre chiamato Exbury Garden, un parco naturalistico di 81 ettari nell’Hampshire, vicino a Beaulieu, dotato persino di una piccola rete ferrovia con convogli in dimensioni ridotte per una gita intorno allo stagno di Summer Lane Garden.

Lo stesso Agius fu indotto a lasciare la chairman perché implicato nell’inchiesta sulle manipolazioni del tasso d’interesse londinese Libor che influenza l’Euribor: da cui dipendono i mutui immobiliari e tuti i finanziamenti a tasso variabile in genere. Divago un attimo soltanto per far capire a chi è poco esperto di economia l’importanza e la sfrontatezza della Barclays sullo scenario economico internazionale. «Sei delle maggiori banche al mondo pagheranno 5,6 miliardi di dollari per risolvere la disputa con le autorità americane sulla manipolazione dei tassi di cambio. Quattro – Citicorp, JPMorgan, Barclays, Royal Bank of Scotland – delle cinque banche si dichiarano anche colpevoli di aver cospirato per manipolare il prezzo del dollaro e dell’euro. La quinta banca, Ubs si dichiarerà colpevole per quanto riguarda le accuse relative a manipolazioni del Libor (avrebbe violato i termini di un accordo precedente e pagherà una multa aggiuntiva). Secondo l’accusa, il ‘Cartello’ avrebbe usato una chat room esclusiva e un linguaggio in codice per manipolare i cambi – scrive Repubblica in un articolo online del 20 maggio 2015 – Per Citi la multa è di 925 milioni, per Jpm è da 550 milioni, per Barclays è da 650 milioni e per Rbs da 395 milioni. Sempre in connessione alle indagini, la Federal reserve ha imposto multe da oltre 1,8 miliardi di dollari a sei banche: per Ubs, Barclays, Citigroup e Jpm sono pari a 342 milioni di dollari, per Rbs sono pari a 274 milioni e per Bank of America sono da 205 milioni. In aggiunta, Barclays ha raggiunto un accordo con il Dipartimento dei servizi finanziari dello Stato di New York, la commodity futures trading commission e la Financial conduct authority britannica per un’addizionale multa combinata da 1,3 miliardi. Se si tengono in considerazione, spiega il dipartimento di giustizia, i patteggimenti già annunciati con varie agenzie americane e non, inclusi l’Office of the comptroller of the currency e la Swiss financial market supervisory authority, le intese annunciate oggi portano il totale delle multe e penalità pagate dalle 5 banche a quasi 9 miliardi di dollari».

A riconferma della correlazione tra Barclays e Rothschild ecco la notizia del novembre scorso: dal 2 maggio 2019 il chairman della Barclays, John McFarlane lascerà il posto al manager veterano dell’impero finanziario più importante del mondo Nigel Higgins, da 36 anni in Rothschild, attualmente vice chairman della holding parigina. Alla luce di tutto ciò l’elezione di un dirigente di un istituto dell’alta finanza mondialista nella Circoscrizione Estera Europea per Forza Italia avvenuta nel 2006 non desta alcuno stupore. Lo suscita la sua candidatura nel partito “populista/sovranista” della Lega nel collegio Toscana 1 e la sua nomina a Sottosegretario agli Esteri. Anche in ragione di un ruolo politico internazionale esercitato tra molte ombre.

 

IL RUOLO DELL’OCSE NELLE MIGRAZIONI EUROPEE

Al di là dei trattati dell’Unione Europea nella gestione dell’emergenza migratoria da parte di Frontex, l’agenzia europea della guardia frontiera e costiera più inutile che esista, al di là dei protocolli altisonanti Triton, voluto dal premier Matteo Renzi per sbarcare tutti gli immigrati in Italia e quindi ridistribuirli solo nelle intenzioni, o Themis, garantendo porti di approdo in tutte le nazioni mediterranee (ivi inclusa Malta, Spagna e Francia), c’è un altro organismo che avrebbe dovuto occuparsi di questo allarme sociale del Vecchio Continente in generale e dell’Italia in particolare: l’Ocse.

«L’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo sviluppo (OCSE) è stata istituita nel  con la Convenzione firmata il 14 dicembre 1960, e ha sostituito l’OECE, creata nel 1948 per gestire il “Piano Marshall” per la ricostruzione post-bellica dell’economia europea – si legge nel sito ufficiale – Obiettivo dell’organizzazione è promuovere politiche  in grado di migliorare il benessere economico e sociale di persone di tutto il mondo. L’OCSE costituisce un forum in cui i governi possono lavorare insieme per condividere esperienze e cercare soluzioni a questioni comuni, di tipo economico, sociale e ambientale.

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali partecipa ai lavori dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) o Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD). La Direzione Generale dell’Immigrazione e delle Politiche di Integrazione partecipa ai lavori del Working Party on Migration, un gruppo di lavoro formato dai delegati dei Paesi aderenti all’OECD che svolge una funzione di orientamento alla pianificazione delle attività di rilevazione, analisi e valutazione delle politiche migratorie. Tra i compiti del gruppo di lavoro si segnala la raccolta e l’interpretazione delle informazioni statistiche contenute nella pubblicazione International Migration Outlook, che si propone quale riferimento internazionale per la comprensione dei fenomeni migratori, nonché strumento per una pianificazione delle priorità di intervento dell’azione pubblica».

 

PICCHI, UNA POLITICA ESTERA ALL’OCSE INCONSISTENTE

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il sottosegretario agli Esteri Guglielmo Picchi

L’attuale Sottosegretario agli Esteri Guglielmo Picchi, insediatosi il primo giugno 2018 col Governo gialloverde del premier Giuseppe Conte, fin dal suo primo mandato parlamentare ottenne incarichi prestigiosi e strategici, probabilmente anche per merito delle sue conoscenze nella City di Londra dove lavorava prima di diventare deputato a Montecitorio. Come evidenzia il suo curriculum dal 2006 è membro della Commissione Affari Esteri e Comunitari, della quale è divenuto nel 2015 segretario; nello stesso anno è stato nominato presidente del Comitato permanente sugli italiani nel mondo e la promozione del sistema paese. Dal 2008 fa parte della Delegazione parlamentare all’Assemblea dell’OCSE dove dal 2016 è vice-presidente del Comitato generale sugli affari politici e di sicurezza».

L’ex forzista oggi leghista nella XVII Legislatura (2013-2018) è stato presidente del Comitato per la Politica estera dell’UE e nell’OSCE è stato eletto anche vicepresidente e responsabile dell’Italia della commissione ad hoc sul fenomeno migratorio e membro della commissione per il controterrorismo. Ebbene il “peso politico” dell’esperto diplomatico internazionale sulla questione migranti in Europa indurrebbe a calare un velo pietoso. Ciò in cui sembra maestro il neosottosegretario è la strategia del camaleonte che cambia colore di pelle in relazione alla ribalta ove si mostra.

Se da una parte si è rivelato determinato nel sostenere la posizione della Lega contro le immigrazioni indiscriminate dall’altra è socio fondatore del Centro Studi Machiavelli, un think tank di geopolitica smaccatamente filosionista e filoamericano che sul Global Compact Onu tenne posizioni molto diplomatiche come evidenziò Repubblica: «Il Centro studi “conservatore” Machiavelli, seguito da vicino in particolare dal sottosegretario agli Esteri Guglielmo Picchi, si era espresso a favore del Global Compact sui rifugiati. Il rapporto era stato presentato alla Camera alla presenza del senatore leghista Manuel Vescovi. Lo studio sostenuto dai parlamentari del Carroccio, intitolato “I global compact su migrazioni e rifugiati, sono compatibili con le politiche del governo italiano?” (autore Carlo Sacino), si era concluso con un parere positivo. “La conclusione della nostra analisi è che il Governo italiano dovrebbe firmare il global compact sui rifugiati in quanto in linea con le proprie preferenze. Ma unirsi a Usa, Australia, Austria e Ungheria nel rifiuto dell’orientamento espresso dal global compact sulle migrazioni”». Una posizione ragionevole ma anche abbastanza “morbida” sul Global Compact, di certo lontana da quella della base degli elettori leghisti, che infatti non trovò seguito per il diniego della firma del Governo gialloverde.

 

IL CENTRO STUDI MACHIAVELLICO FILOSIONISTA

Il sottosegretario Guglielmo Picchi ad Israele nel novembre scorso con Reuven Azar, il consigliere delle politiche estere di Benjamin Netanyahu

Non sono solo gli interventi di Fiamma Nirenstein sull’antisemitismo a palesare l’orientamento filo-sionista del think tank che, grazie a Picchi, presenta tutti i suoi nuovi report in Parlamento. “La sfida con l’Iran vista da Israele” è l’undicesimo dossier pubblicato dal Centro Studi Politici e Strategici Machiavelli in cui «l’escalation militare tra Israele e Iran si fa sempre più vicina perché Gerusalemme si sente minacciata dall’aggressività di Teheran» secondo la tesi sostenuta dall’analista Rebecca Mieli in occasione di una conferenza stampa alla Camera dei Deputati. Per l’autrice quest’aggressività iraniana si manifesterebbe nella retorica bellicosa di Teheran, nel suo programma missilistico e nucleare non seriamente minato dal JCPOA (l’accordo internazionale da cui recentemente si sono ritirati gli Stati Uniti), e dalla crescente presenza militare in Siria e a supporto di Hezbollah in Libano.

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«Rebecca Mieli ha sottolineato come ciò abbia portato a uno stringersi del legame tra Israele e vari Paesi arabi ostili all’Iran, come l’Arabia Saudita. Ma potrebbe essere Mosca a favorire un accordo negoziale – aggiunge una sintesi del report sul sito del Centro Studi – Come ha notato il Prof. Matteo Bressan della LUMSA, esiste una divergenza strategica tra Russia e Iran in Siria. Ciò è dimostrato dal ricorso fatto ai sistemi anti-aereo S-300, posti da Mosca in Siria, ma mai utilizzati per proteggere iraniani e Hezbollah dalle incursioni israeliane».

Un’affermazione che si regge effettivamente sul mistero che avvolge le tattiche di contraerea siriana ma pare alquanto azzardata se espressa come certezza dato che i ripetuti raid dell’Idf (Israel Defence Force) contro la Siria, come spesso riferito da Gospa News in mezzo all’oscuramento dei media occidentali (dei link a fondo pagina Netanyahu emula Hitler nella guerra religiosa alla Siria), hanno distrutto solo qualche deposito di armi e ucciso fortunatamente non più di una ventina di persone in un intero anno nel quale, però, sono state scagliati più di 2mila missili: probabilmente se non ci sono state reiterate stragi è proprio grazie alle batterie contraeree S-200 prima e S-300 ammodernate poi e quale batteria di s-400 a Khmeimim  (dopo l’incidente del velivolo russo di ricognizione abbattuto il 17 settembre 2018 con 15 soldati uccisi) che hanno consentito ai siriani di intercettare il 95 % dei razzi lanciati dagli F-16 israeliani sempre più vicino a Damasco da dicembre.

Ma siccome i missili che intercettano altri missili di norma esplodono disintegrandosi entrambi senza lasciare molte tracce (peraltro su territorio siriano) e dubito che il professor Bressan sia confessore del capo di stato maggiore dell’esercito di Assad viste le smaccate posizioni filo-islaeriane siamo costretti a tenerci i dubbi sull’utilizzo o meno degli S-300. Dossier e posizioni sono comunque del Centro Studi Machiavelli e non di Picchi, of course, lui il 21 gennaio, alle 7,27 del mattino, dopo il raid dell’Idf sulla capitale che uccise 11 persone e suscitò la comprensibile reazione furiosa dell’Iran, ha fatto peggio ed ha sparato un twitt in inglese da perfetto filosionista più che da sottosegretario italiano: «Teheran dovrebbe smettere di minacciare Israele che ha lo stesso diritto di esistere dell’Iran. La mia solidarietà al grande popolo di Gerusalemme». Nessuna solidarietà, invece, per i morti ammazzati siriani dai missili della guerra santa anti-sciita di Benjamin Netanyahu

 

LA POSIZIONE ATLANTISTA E FILOAMERICANA DI PICCHI

Il consigliere della Casa Bianca Rudolph Giuliani e il sottosegretario Guglielmo Picchi in un summit a New York nei giorni caldi di gennaio della crisi in Venezuela

«Noi preferiamo che Putin giochi dalla nostra parte del campo e non mandarlo nella parte avversa, perché sarebbe più pericoloso far saldare l’alleanza tra Russia, Iran e Turchia, allargandola fino alla Cina. Invece è meglio avere Mosca dalla nostra stessa parte, con Israele e gli Stati Uniti». Fu una delle dichiarazioni d’esordio del sottosegretario Picchi all’Adnkronos in cui ribadì che nel contratto di governo Lega-M5S «c’è scritto che la Russia è un importante partner strategico e commerciale dell’Italia, ma questo non vuol dire che non siamo con la Nato e la Ue, ma riteniamo sia giusto chiedersi se le sanzioni hanno funzionato. Il ruolo dell’Italia può essere quello di un governo che mette insieme russi e americani e lo fa su temi operativi, possiamo cambiare gli equilibri e questo può essere considerato pericoloso, perché certe rendite di posizione che ci sono state finora possono cambiare».

Parole molto diplomatiche parzialmente smentite da altre in un un suo articolo per Analisi Difesa: «Riportare al centro della politica estera e di difesa l’interesse nazionale dell’Italia non implica affatto un disimpegno verso l’Alleanza Atlantica, ma al contrario prelude ad un suo rafforzamento. Prima di essere un patto militare, la NATO è appunto un’alleanza politica che nei suoi testi fondativi richiama i comuni valori dell’Occidente, quei valori di cui la sovranità nazionale è parte integrante».

La posizione di Picchi sul Patto Atlantico era stata ben rimarcata  in un’intervista a Il Foglio prima della nascita del governo col M5S: «Da quando c’è Salvini parliamo molto con gli americani. Siamo atlantisti da sempre, mica come i Cinquestelle che hanno firmato atti parlamentari in senso opposto. Il primo ambasciatore visto da Salvini è stato lo statunitense Eisenberg, quello russo ancora non l’ha nemmeno incontrato. A noi non sta bene che due paesi della Nato abbiano deciso di bombardare la Siria: senza mandato Onu. Anche Angela Merkel non mi sembra felicissima. Non partecipa e non dà le basi. Però nessuno mette in dubbio il suo atlantismo. Sfido chiunque a trovare un solo atto ufficiale della Lega in cui si mette in dubbio l’Alleanza atlantica. Salvini è stato il primo segretario della Lega ad aver mai messo piede al Congresso degli Stati Uniti».

Una posizione filoamericana confermata non solo organizzando l’incontro di Salvini con Trump nel 2016 (grazie al quale probabilmente si meritò il sottosegretariato) ma anche nel summit del 18 gennaio 2018 con l’avvocato repubblicano Rudolph Giuliani, ex Sindaco di New York, ed oggi consigliere per la cyberinformatica della Casa Bianca. Un endorsement verso gli Usa che è però cresciuto sempre più man mano che Washington e Tel Aviv hanno preso le distanze da Mosca sulla Siria, sulla crisi del Mar d’Azov in Crimea con l’Ucraina e infine sul Venezuela: dove è diventato smaccato al limite dell’imbarazzo il tifo di Picchi su Twitter per John Bolton, il consigliere militare di Trump pizzicato dalle telecamere con l’appunto, minaccioso quanto depistante, sull’invio delle truppe in Colombia.

«Un altro ufficiale militare venezuelano riconosce il legittimo presidente di VZ. Gli Stati Uniti invitano tutti i membri militari a seguire il comando del Generale Yánez e a proteggere i pacifici manifestanti che sostengono la democrazia» è il messaggio ritwittato da Picchi di Bolton che aveva già avvertito Nicolas Maduro: «Gli auguro un quieto pensionamento su una bella spiaggia, ma potrebbe trovarsi a frequentare la spiaggia a Guantànamo». Mentre a Caracas il presidente legittimo sfoggia l’ennesima geniale intuizione politica di indire rapide elezioni non per le Presidenziali, come voluto da opposizione Usa, Ue e altre nazioni, bensì per il rinnovo anticipato dell’Asamblea Nacional, finalizzato a riprendere il controllo del Parlamento, è doveroso porsi qualche domande su uno dei volti italiani della politica estera.

Il sottosegretario leghista Picchi ricorda il golpe Usa a Caracas del 2002 con l’arresto del presidente eletto Hugo Chavez, le proteste con incitazione alla violenza ordite nelle città venezuelane nel 2015 dal leader dell’opposizione filoamericana Leopoldo Lopez, mentore di Guaidò? E’ a conoscenza del blitz compiuto nei giorni scorsi (13-1-2019) reparti speciali Usa in Afghanistan per liberare 40 comandanti dell’Isis da una prigione Talebana e portarli via in elicottero chissà dove? A Guantanamo anche loro? Oppure in Venezuela per aiutare i servizi segreti americani a far scoppiare la guerra civile? Da un esponente di governo della Lega ci si aspetterebbe maggiore sobrietà diplomatica verso altri paesi dello scacchiere internazionale come la Russia al fine di interrogarsi sui motivi per i quali il presidente Vladimir Putin ha un atteggiamento di supporto al presidente democraticamente eletto del Venezuela, così come lo ebbe per quello della Siria in contrasto con Barack Obama.

Da un sottosegretario del Carroccio ci si aspetterebbe un atteggiamento più sovranista verso un paese sudamericano messo sul lastrico non dal socialismo bolivariano che lo ha portato ad un “alto sviluppo umano (dati Hdi Onu 2011-2017) bensì dalle sanzioni di Washington e dalle manipolazioni di rating. Da un dirigente in aspettativa di una banca aurea mondialista controllata dai Rothschild ci si attende invece proprio questo! E magari anche qualche collegamento con Cia, Gchq e Mossad. Non desterebbe stupore qualche simile relazione con l’intelligence internazionale. Anzi. Potrebbe aiutarci a capire chi suggerì di portare proprio a Firenze nel 2005 l’allora agente segreto statunitense Michael Ledeen ad un convegno sui Neocon organizzato e pagato da Matteo Renzi, il pupillo sinistro di Berlusconi. Ma il sottosegretario Picchi ha la possibilità di smentire tutte queste analisi, ipotesi e suggestioni dimostrando nei fatti di essere molto più leghista che mondialista. La risoluzione del parlamento italiano anti-Maduro per ora conferma invece i nostri sospetti.

Fabio Giuseppe Carlo Carisio
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FONTI

http://www.repubblica.it/online/lf_primo_piano/020702kpmg/kpmg/kpmg.html?ref=search

https://www.theguardian.com/business/2012/jul/01/barclays-chairman-poised-departure

https://www.repubblica.it/economia/finanza/2015/05/20/news/scandalo_libor_le_banche_pagheranno_5_6_mld_di_dollari-114836708/

http://www.ftaonline.com/news/barclays-sceglie-rothschild-co-il-suo-prossimo-chairman

https://www.repubblica.it/politica/2018/12/18/news/migranti_onu_adotta_global_compact_rifugiati_meloni_chi_ha_deciso_si_italia_-214536323/

https://www.adnkronos.com/fatti/politica/2018/06/03/rapporti-putin-salvini-scoppia-caso-soros_qIt7Et1d3dTneSgBxgQEdJ.html

http://lnx.picchi.info/tag/sicurezza/

https://www.ilfoglio.it/politica/2018/04/17/news/lega-atlantista-189757/

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