NASSIRIYA, L’EVITABILE STRAGE DI CARABINIERI “LASCIATI SOLI E SENZA ONORI MILITARI”. Il racconto (e video) del reduce eroe. In lotta con lo Stato per benefici negati

NASSIRIYA, L’EVITABILE STRAGE DI CARABINIERI “LASCIATI SOLI E SENZA ONORI MILITARI”. Il racconto (e video) del reduce eroe. In lotta con lo Stato per benefici negati
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12 novembre 2003 – 12 novembre 2020

di Fabio Giuseppe Carlo Carisio

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«Alle vittime di Nassiriya sarebbero spettate le decorazioni e gli onori previsti per i caduti di guerra perché si sa che quanto avvenuto è accaduto in un teatro operativo di guerra. Per non ammettere responsabilità non è stato concesso nulla di tutto ciò. A chi viene riconosciuto il disturbo post traumatico grave. come per primi fecero gli americani dopo il Vietnam, spetta il riconoscimento di reduci di guerra. Ma le reali situazioni di danni psico-fisici non sono state riconosciute dalle amministrazioni militari per un “ordine di scuderia’: perché altrimenti sarebbero state invase dalle richieste dei benefici. Si dice che il Carabiniere diventa eroe quando muore. Mentre il milite dell’Arma pensa soprattutto a portare a casa la pelle. Il sacrificio di Nassiriya ha consentito ai vertici di riempirsi la bocca parlando di “martiri, santi, eroi” salvo poi dimenticarci».

Il vice brigadiere in congedo Pietro Mario Innocente Sini, 56 anni, di Porto Torres (Sardegna) è un eroe di guerra. Ma per lo Stato Italiano è soltanto una Vittima del Terrorismo insignita della Medaglia d’Oro al pari di altri colleghi che poco o nulla fecero in quella tragica mattina del 12 novembre 2003: quando un autocarro GMC con cisterna imbottita da circa 300 kg di tritolo (immersi nel gasolio per occultarlo), esplose nella caserma Maestrale del Battaglione dei Carabinieri del Reggimento Antica Babilonia in Iraq.

Insieme ad altri colleghi si trovava nell’ingresso della base militare di Nassiriya quando la deflagrazione devastò un intero edificio e ne danneggiò gravemente un altro causando 28 morti, tra cui 19 italiani (di cui 12 carabinieri e 5 militari dell’Esercito) e 9 iracheni, e 58 feriti.

L’appuntato scelto dei Carabinieri Pietro Mario Innocente Sini sull’aereo al rientro da Nassirya il 13 novembre 2003

L’onda d’urto fece volare la sua Jeep a venti metri di distanza. Ma appena riavutosi dai traumi multipli scese dall’auto e si mise alla ricerca dei colleghi feriti portandoli fuori da quell’inferno di fumo, macerie e brandelli insanguinati di corpi. La sua immagine tra i detriti ha fatto il giro del mondo ed è la più luminosa medaglia guadagnata sul campo da un militare vero che può ben essere considerato un eroe ma, per l’ipocrita Repubblica Italiana, è diventato uno scomodo superstite.

Fu infatti la sua testimonianza che contribuì ad alzare il coperchio delle verità occultate su quell’attacco kamikaze di matrice jihadista. Lo fece durante il processo militare che si concluse con l’assoluzione di tutti i vertici imputati e poi quello civile nel quale il comandante della missione italiana, il generale Bruno Stano dell’Esercito Italiano, fu condannato dalla Corte di Appello di Roma a risarcire le famiglie delle vittime per aver sottovalutato il pericolo nonostante i ripetuti allarmi sull’imminente attentato. Il colonnello dei Carabinieri Georg Di Paoli, comandante diretto dei militi dell’Arma Benemerita, fu invece assolto.

L’autocisterna GMC imbottita di tritolo dell’attacco kamikaze jihadista

Gli allertamenti sul concreto rischio di un camion esplosivo furono intercettati dal Sismi (l’intelligence militare) come dalle stesse pattuglie della stessa PET (Police Evaluation Team) della Traffic Police, l’unità di informazione e addestramento dei Carabinieri di cui lo stesso Sini faceva parte, destinata a raccogliere informazioni sensibili e a formare i poliziotti iracheni nel controllo del territorio.

Le sue parole hanno ricostruito lo stato di allarme antecendente il 12 novembre che non risultava agli atti perché gli ‘X-files” dei Patrol Report quotidiani erano andati tutti distrutti nell’esplosione e nel successivo incendio. O quantomeno ciò sostenne il quartier generale dell’Arma senza ovviamente possibilità di contro-verifica. Da quel giorno è cominciato il suo secondo calvario: quello professionale e morale che si è aggiunto a quello dei quotidiani disturbi psico-fisici.

A distanza di 17 anni dal tragico evento, infatti, ancora attende che sia fissata la prima udienza davanti al Giudice del Lavoro affinchè sia riconosciuta la gravità dei danni biologici conseguenti a quell’attacco kamikaze. Il 2 giugno 2020 nella Prefettura di Sassari ha accettato la Medaglia d’Oro quale Vittima del Terrorismo dopo averla in precdenza restituita in gesto provocatorio per portare all’attenzione dei media lo scandalo di questi militari caduti e superstiti lasciati senza onori dalla Repubblica Italiana che spreca vitalizi per politici anche corrotti e poi centellina i benefici economici ai veri Servitori della Patria ed alle famiglie che ne hanno pianto e la morte o ne condividono la sofferenza.

Le sue verità su Nassiriya che cominciano con un ritorno all’inferno. Le memorie della missione militare, di quei drammatici momenti dell’esplosione e del soccorso ai compagni feriti. In altri reportage daremo spazio alla rabbia di alcune vedove che hanno dovuto affidarsi agli avvocati per avere giustizia.

 

IL CONTESTO MILITARE IN IRAQ

«Il compound militare di Nassiriya era composto da due basi militari italiane. Il Comando del Reggimento dei Carabinieri della MSU Antica Babilonia nella caserma Libeccio ed il Comando del Battaglione nella caserma Maestrale (soprannonminata Animal House) che distava circa un centinaio di metri in linea d’aria dall’altra riva del fiume Eufrate che attraversa il centro della città, collegata dal Ponte degli Ulivi. Era un’operazione militare al 100 % anche se con finalità umanitaria di Peace Keeping nell’ambito ONU che autorizzò la missione 15 luglio 2003 con la risoluzione 1483. Ma se tu ti presenti con armi lunghe, pistola e cingolati vieni visto comunque come invasore. La gente non è tutta analfabeta, ci sono persone molto preparate che sapevano come non fosse una missione totalmente di pace. Noi Carabinieri italiani siamo capitati in territorio iracheno mentre le truppe americane erano ancora in piena guerra quindi siamo stati associati a un comando militare invasore. Per questo non ci toglieremo mai il dubbio che ci possano essere state coperture e complicità locali dell’attentato».

Il comando del Reggimento dei Carabinieri nella base Libeccio e sullo sfondo, al di là del fiume Eufrate, la base Maestrale dove avvenne l’attentato

Nassiriya era un punto logistico fondamentale proprio per l’Esercito USA che aveva la base operativa multiforze a Tallil a circa 25 km dalla città, dove in precedenza c’era un importante aeroporto militare di Saddam Hussein, tra il centro operativo americano di Baghdad e la base interforze di Camp Wolf a Kuwait City. L’Unità di Manovra dei Carabinieri era composta dalla Traffic Police, con compiti informativi addestrativi, Custom Police, per monitoraggio delle attività commerciali e finanziarie, e Local Police, con funzione di pattugliamento ordinario del territorio. Erano reparti integrati con i poliziotti iracheni. Tallil aveva un importantissimo significato religioso perché il tempio dello Zigurat, edificato nell’antico periodo babilonese, era considerato la casa di Abramo e pertanto il fulcro della discendenza di tutte le tribu abramitiche.

Lo Ziggurat di Tallil, ritenuto la Casa di Abramo

«Il comando italiano dipendeva dalla Divisione del Regno Unito di Bassora a sua volta comandato dal Centro Operativo della Coalizione a guida USA, ma in realtà noi avevamo molte più frequenti relazioni con gli americani che coi loro HMB, i blindati Hammer con armi pesanti, non hanno mai smesso di pattugliare le piazze di Nassiriya anche dopo il nostro arrivo – ricorda Sini – Mentre alle basi americane non ci si poteva nemmeno avvicinare, noi, per quanto armati e in possesso di strumenti passivi e attivi, eravamo i “buoni” che dialogavamo con la popolazione: offrivamo cure alle famiglie locali grazie alla Croce Rossa Italiana, addestravamo i poliziotti iracheni, i bambini venivano vivino alla base con i telefoni satellitari per permetterci di chiamare a casa ad un euro a minuto. Ma abbiamo pagato anche per la nostra importante attività investigativa. Anche gli USA conoscono il potere dei Carabinieri di offire attività sanitaria, aiuti alimentari e amicizia ma nel contempo creare una rete intelligence. Loro avevano un bel comando della CIA, i nostri servizi segreti lavoravano ma pure noi riuscivamo avere le informazioni facendo del bene».

Le auto della Central Intelligence Agency il contropsionaggio USA, a Nassirya

Proprio su questa azione umanitaria e sugli impegni anche per aumentare gli approvigionamenti idrici ha indugiato molto il film “Nassiriya, per non dimenticare” grazie al ruolo dell’attore Raoul Bova (reso celebre nel ruolo del carabiniere Capitano Ultimo nella fiction sulla mafia e la cattura del boss Totò Riina) ed alla produzione di Pietro Valsecchi che, come vedremo, ha avuto un ruolo importante nello svelare i retroscena di una strage evitabile.

 

LA MATTINA DEL MASSACRO

«Siamo stati colpiti nel momento esatto in cui eravamo più deboli. Probabilmente avevano appreso che c’era fase di cambio di personale e quindi hanno intuito che sarebbe stato più facile organizzare un attacco. Poiché era terminata la nostra missione tutti i dispositivi di protezione arma lunga (Beretta AR 70 semiautomatico), caschi e giubbotto erano già stati consegnati per la partenza. La mia pattuglia era una delle poche ancora armate».

Fu proprio anche questa circostanza, in qualche modo, a salvare la vita all’allora appuntato Pietro Sini, al suo capo-pattuglia maresciallo Giorgio Cucca ed al collega Antonio Lupatin. Il racconto del superstite è preciso quanto ancora angosciante a distanza di tanti anni.

Bambini iracheni davanti alla base Maestrale nei giorni prima della strage

«Alle 8 si esce dalla base e si saluta come tutte le volte la guardia di turno, dopo aver controllato che il dispositivo della polizia era al suo posto. Ci portammo alla base Libeccio per un caffè e li trovammo un’altra squadra della Custom Police composta dai marescialli Fregosi, Trincone, Ragazzi e Bruno e ci si scambiò una serie di battute. Nel contesto squillò il telefono: era la centrale che chiedeva se il maresciallo Fregosi fosse lì. Lo chiamai: “la vogliono al telefono”. Dopo qualche minuto chiuse la conversazione, si avvicinò a noi e disse: andiamo in base, vengono i ragazzi della Sassari, con i registi. Ma ribadiva che gli ordini per quella mattina erano di non venire da noi… Chissà perché!».

Sini con i bambini iracheni amici dei Carabinieri

La Brigata Sassari dell’Esercito Italiano, infatti, era collocata nella caserma White Horse fuori dalla città. Lì erano arrivati registi che dovevano studiare il contesto per realizzare la fiction per Taodue RTI (gruppo Mediaset) ma a cui erano stati sconsigliati i movimenti visti i precedenti allarmi. Tra i civili che moriranno quel giorno ci furono anche il regista Stefano Rolla ed il cooperatore internazionale Marco Beci insieme ai militari dell’Esercito che li avevano scortati: capitano Massimo Ficuciello, maresciallo capo Silvio Olla, primo caporal maggiore Alessandro Carrisi, caporal maggiore capo scelto Emanuele Ferraro, caporal maggiore Pietro Petrucci. Oltre agli 11 carabinieri.

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«Io ero seduto davanti sulla Jeep Land Rover Defender quando con la mia squadra decidiamo di fermarci in testa al ponte per parlare con i poliziotti della Traffic. La Defender condotta dal maresciallo Bruno si affianca e il maresciallo Fregosi mi chiede “che fai?” – ricorda Sini – “Sto regalando a questi bambini un po’ di latte, biscotti e acqua”. Si avviano piano piano verso la base e si aspattano all’ingresso. Il carabiniere di guardia alla sbarra, Andrea Filippa, li fa entrare. Arriviamo anche noi e lì ci aspettava il “grande” Fregosi. Ma nel frattempo avevamo deciso di andare a trovare il Comandante della Traffic Police, il colonnello Rahym (iracheno – ndr) che ci aveva invitati a cena per la sera dell’11. Il maresciallo Ragazzi era sulla sinistra dell’ingresso e parlava con il maresciallo Trincone, mentre il maresciallo Bruno stava parcheggiano la Land».

Sono le 10,40 in Iraq, le 8,40 in Italia. «Ciao collega. Inizio ad allontanarmi forse uno, due tre secondi… Un boato metallico impressionante. Una spinta meccanica spaventosa. La Jeep decolla e viene sbalzata a circa venti metri di distanza e si spegne… Non capivamo nemmeno cosa fosse accaduto! E’ tutto un caso di detriti che piovono dall’aria. Ho pensato che fosse finita».

 

URLA DISUMANE E ARIA DI SANGUE

«Scesi dal mezzo e mi resi conto che la base era in fiamme, per quello che ne restava! Sapevo che dentro vi erano diversi colleghi. Misi in moto la Jeep e mi lanciai verso il perimetro della base, giù al volo dentro a quell’inferno di fumo denso. Sentii delle urla: erano il maresciallo Lucchesi e il collega Marco Pinna, entrambi feriti. Lucchesi aveva avuto la peggio. Indicai a Pinna la strada da percorrrere. Caricai sulle spalle Lucchesi per portarlo in un luogo più sicuro. Non esitai a rilanciarmi all’interno e chiesi al collega Lupatin di trovare qualche estintore per poter salire ai piani superiori. Non si vedeva niente mentre si udivano urla disumane. Ci furono una serie di detonazioni e scoppi vari di proiettili nella struttura e non so come li ho evitati: la casermetta delle munizioni si era incendiata!».

«Noto una sagoma al centro della scalinata: era la marescialla Iacopini. Cerco di metterla al sicuro affidandola al collega Lupatin fuori dalla base. Decido di salire e nel buio totale trovo il maresciallo De Rasis gravemente ferito. E’ un “cristiano” alto oltre 1 metro e 80 del peso di 120 kg. Lo carico sulle spalle mentre percorro la via più sicura cadiamo dal muretto e cerco di evitare il peggio a De Rasis. Mi rialzo e raggiungo l’esterno. Chiedo alla gente presente di darmi una mano: l’odore del sangue ha impregnato anche l’aria!».

L’appuntato Pietro Sini mentre porta in salvo sulle spalle il mareciallo Maurizio Lucchesi – VIDEO

«Decido di rientrare nella base: il fumo ne fa da padrone. Prendo una maschera antigas a un tenente e mi inoltro ai piani sueriori dove trovo altri cadaveri: il maresciallo Giovanni Cavallaro è nella branda privo di vita. Il mio pensiero va alle guardie sul tetto svenute durante l’esplosione (carabinieri Stefanelli e Calderone). Uno ad uno li accompagno ai piani inferiori facendogli indossare la maschera antigas. Feci diverse incursioni all’interno per cercare i colleghi. All’ingresso della base vi erano diversi corpi e brandelli tra le macerie. Iniziò il recupero delle salme: nessuno se la sentiva. Mi feci coraggio e con il personale della Croce Rossa inziammo a fotografare e identificare le vittime prima di posarli nelle black bags».

Le 19 vittime italiane di Nassiriya

I CARABINIERI CADUTI: maresciallo aiutante Massimiliano Bruno, sottotenente Giovanni Cavallaro, brigadiere Giuseppe Coletta, appuntato Andrea Filippa, maresciallo luogotenente Enzo Fregosi, maresciallo capo Daniele Ghione, appuntato Horacio Majorana, brigadiere Ivan Ghitti, vice brigadiere Domenico Intravaia, sottotenente Filippo Merlino, maresciallo aiutante, Alfio Ragazzi, maresciallo aiutante Alfonso Trincone.

 

GLI ALLARMI IGNORATI PER GIORNI

Dopo aver trascorso una giornata intera a recuperare resti umani il superstite-eroe Pietro Sini il 13 novembre rientra in Italia con un volo militare per Ciampino. Non solo è psicologicamente traumatizzato dalla tragedia ma si è provocato una grave distorsione al ginocchio per salvare il robusto collega ferito. Gli altri traumi verranno fuori settimana dopo settimana. Ci vorranno anni, invece, perché emerga la verità sugli allarmi ignorati in un clima omertoso che, senza riuscirci, ha cercato di avviluppare anche lo stesso appuntato.

«Prima di chiamare noi a testimoniare nel giugno 2007 la Procura Militare di Roma sentì la deposizione del produttore del film su Nassiriya, Pietro Valsecchi, poiché la fiction aveva innescato una serie di risposte che mancavano rivelando cose segretate da lui assunte grazie ai contatti con i reduci. Quando venni chiamato a testimoniare ero ancora in servizio nell’Arma ed il mio comandante di Compagnia mi chiese se fossi proprio sicuro di voler testimoniare. Ma io non potevo rifiutarmi… La mia testimonianza ha dato molto fastidio perché portai alla luce la storia dell’8 novembre che non risultava agli atti. Infatti la Procura non aveva ricevuto nessuno dei nostri Patrol Report quotidiani con la motivazione che l’archivio dei file nel server era andato distrutto durate l’esplosione e l’incendio».

L’appuntato Pietro Sini con la divisa sporca di sangue tra i detriti dopo l’esplosione nella caserma Maestrale

Già nel mese di ottobre del 2003 un sergente iracheno di un comando distaccato aveva chiesto di incontrare i Carabinieri con una certa urgenza. Era diventato nostro amico perché grazie ad unasegnalazione al personale della Croce Rossa Italiana presente nella base dell’Esercito Italiano fu curato un suo familiare gravemente malato.

«Voleva sdebitarsi. Il mio capo cellula maresciallo Giorgio Cucca compilò un Patrol Report indicando punto per punto quello che il sergente aveva sentito “a breve colpiremo gli italiani a Nassiriya”, più o meno questo era il contenuto. La nota fu trasmessa ai superiori in lingua italiana ed inglese ma la riposta fu agghiacciante: “Non creaiamo allarmismi inutili”» ricorda Sini. Nel frattempo la tensione aumentava in città ed uno dei campanelli di allarme fu il conflitto a fuoco con un morto nella Ice House, la fabbrica del ghiaccio fondamentale in un paese dove nemmeno i pochi bar avevano i frigoriferi.

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«Non si era più sicuri di circolare sul territorio. Ma l’8 novembre fu una giornata non facile da dimenticare. I componenti di un comando di polizia fuori da Nassiriya ci accennarono che girava voce che un mezzo carico di esplosivi era stato dissequestrato ed era diretto in città contro gli Italiani. Decidemmo di andare al comando della Brigata Sassari per rubare qualche notizia utile con la scusa di bere una bibita fresca».

Ma ecco la scena rimasta impressa nella memoria dell’allora appuntato dei Carabinieri: «Buio totale! Mentre ci avvicinavamo al perimetro della base italiana dell’Esercito che di solito era illuminata a giorno era tutto spento. Spensi il motore della Jeep che stavo guidando e con il binocolo visore notturno notai diversi mezzi corazzati Centauro con le luci militari notturne accese e vidi che anche loro controllavano chi eravamo. Accesi i dispositivi luminosi blu e comunicammo alla nostra centrale Skorpio di avvisare il centro operativo della Brigata».

I Centauro della Brigata Sassari dell’Esercito Italiano

«La base era in allerta ed il personale approntato al peggio. Contattammo dei militari che conoscevamo all’ingresso e ci fu confermato quanto già a nostra conoscenza: ci invitarono ad andare via e a stare attenti nel transitare nelle strade. Indossammo i i giubbotti anti-proiettile, Con noi c’era la marescialla Iacobini che chiese spiegazioni del nostro comportamento e gli riferimmo che quanto ci avevano raccontato nel pomeriggio aveva trovato conferma».

Viene fatto il secondo Patrol Report sullo stato di allerta. Ma l’imminente rientro per la fine della missione previsto per il 14 novembre allontana per un momento i brutti pensieri.

«La mattina dell’11 novembre ci siano recati l comando della Traffic Police ed il colonnello preoccupato ci disse che era stato disposto dai vertici che i ponti della città nei giorni 11, 12 e 13 sarebbero stati a senso unico. Qualcosa non quadrava. Ma dal centro di coordinamento della città di Cipihai ci venne detto che si dovevano effettuare dei collaudi delle strutture. Dopo un briefing si dispose il rafforzamento del presidio di poliziotti di Traffic Police e Local Police sui ponti e vicino alle nostre basi dei Carabinieri Maestrale e Libeccio».

La base maestrale in fiamme dopo l’esplosione vista dalla Libeccio

Ma il piano diabolico degli estremisti jihadisti di Al Qaeda era già entrato nella fase operativa. «Tutti ci eravamo resi conto che la base non era stata adeguatamente protetta in relazione ai vari allarmi prevenuti. Si sapeva che era stata dissequestrata un’autocisterna anche se non si conosceva il tipo. Poi si scoprì che era stata parcheggiata in una strada adiacente all’Eufrate, dirimpettaia alla base Maestrale e distante non oltre 200 metri. Quando ho raccontato al dibattimento davanti alla Procura Militare i passaggi importanti delle informazioni raccolte l’8 novembre ed ho toccato il tasto dei ponti a senso unico ho visto storcere il naso e sono stato attaccato perché sostennero che non ci fossero i Patrol Report. Sicuramente questa testimonianza decretò la mia fine professionale».

 

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Nel 2006 la Corte d’Appello del Tribunale Civile di Roma confermò la tesi degli allarmi ignorati condannando il generale Bruno Stano, comandante dell’Esercito Italiano e dell’Italian Joint Tasck Force Iraq, a risarcire le famiglie delle vittime ma assolse un po’ a sorpresa il colonnello Georg Di Paoli, allora comandante del Reggimento dei Carabinieri. La sentenza fu confermata dalla III sez. civile della Cassazione il 10.09.2019.

Poco più di quindici giorni prima della strage il Sismi aveva avvertito di un “attacco in preparazione al massimo entro due settimane”, precisando anche che c’era un “camion di fabbricazione russa con cabina più scura del resto”, scrissero i giudici sottolneando”l’evidente sottovalutazione di un allarme così puntuale e prossimo”. Nonostante le segnalazioni fossero giunte dopo il massacro dell’11 settembre 2001, quando Al Qaeda, insieme ai suoi complici dell’Arabia Saudita e dei servizi segreti deviati, avevano dimostrato la capacità di pianificare attentati devastanti.

 

 

LE GRAVI PATOLOGIE CONTESTATE DALL’ARMA

«Nei giorni successivi alla tragedia ero stato inviato presso la Commissione Medica Ospedaliera (CMO) di Cagliari per accertamenti medico sanitari dove mi venivano assegnati 40 giorni di cura e riposo per dei problemi al ginocchio a causa di una forte distorsione avvenuta il 12 novembre mentre cercavo di allontare da dentro la base il maresciallo De Rasis, per stress e infiammazione ghiandole mammarie, successivamente asportate, a causa dell’uso eccessivo del farmaco Clorichina in teatro operativo, ma non mi fu riconosciuta la causa di servizio chiesta nel 2004. Non feci ricorso per non aver compromessa la vita operativa visto che dovevo partire per la missione in Kosovo».

Ma col passare del tempo la situazione si aggrava per i traumi subiti e per l’eccesso di uso di Clorichina inserita nel piano terapeutico anti-malarico e contro la Mosca Bianca che provoca la leucemia. «Ne assunsi per 4 mesi 500 mg alla settimana. Mi fu diagnosticata una ginecomazia ma la CMO non mi riconobbe la causa di servizio perché altrimenti avrebbe dovuto riconoscerla a tutti gli altri militari inviati in missione all’estero con la stessa patologia».

Devastanti i danni subiti dall’esplosione all’udito, alla schiena e agli arti inferiori: «Ho sviluppato un’ipoacusia in particolare all’orecchio destro. Si sono formate due ernie discali per l’impatto col terreno dell’auto sbalzata a venti metri di distanza e il successivo urto con il volante. Ed infine una gonalgia alle ginocchia quando si sono scontrate col cruscotto della jeep».

Nonostante queste gravi condizioni inizia la battaglia a colpi di costose perizie e consulenze legali per ottenere un indennizzo. «Mi resi conto che tutte le attenzioni iniziali erano svanite e stava cominciando il mio calvario. Mi rendevo conto che ero un “peso” e pertanto feci richiesta per un posto presso il comando della Polizia Militare della Brigata Sassari: ma benchè disponibile mi fu negato». Non solo.

Il Parco Caduti di Nassiriya a Porto Torres (Sardegna)

L’appuntato scelto Sini fatica persino a ricevere i permessi per ritirare i premi che la società gli ha riconosiuto: l’iter per Cittadinanza Onoraria a lui concessa dal Comune di Porto Torres cominciò nel 2004 e si concluse solo il 4 marzo 2011, nel 2006 riceve la medaglia commemorativa della Corce Rossa Italiana e poi quella d’Argento dell’Ordine di Malta.

Nel 2004 il governo Berlusconi cerca di porre rimedio alla situazione delle vedove e dei reduci coinvolti in attentati ed istituisce la legge 206 con le nuove “Norme per le vttime del terrorismo, della mafia e di tale matrice”.

«L’11 marzo 2008 venni invitato presso la Camera dei Deputati per ritirare un premio nella Giornata Nazionale in memoria delle Vittime di Tragedie ma si inventarono di tutto per negarmi l’autorizzazione a partecipare. Vista l’insistenza dell’organizzazione mi inviarono per servizio in divisa ma ne pagai le conseguenze e gli accanimenti».

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L’umiliazione finale al superstite-eroe arriva due anni dopo. «Il 16 giugno 2010 venni messo in congedo assoluto, castigandomi e trattandomi come il peggior militare per disturbo da stress post traumatico grave, cronico con difficoltà all’adattamento».

Nel 2011, intanto, a seguito delle domande inoltrate al Ministero degli Interni per il riconoscimento dei benefici della legge 206/2004 «venivo inviato presso la Commissione Medica Ospedaliera di Cagliari per essere sottoposto ad accertamenti medico legali con il riconoscimento della categoria e percentuale di invalidità, conclusasi con categoria 8 e 25 % di invalidità nonostante la mia consulenza di parte aveva dimostrato una categoria più grave tra 3 e 4 pari ad un invalidità tra il 65 e l’80 %».

Un calcolo che si rivelerà fondamentale alla luce degli ulteriori benefici introdotti da una revisione della legge 206/2004 nel 2015 quando a tutti i reduci con invalidità superiore al 50 % (classe 6 a scendere) fu riconosciuto oltre all’indennizzo per il diretto interessato anche uno “speciale assegno” ai familiari elargito dal Ministero dell’Economia (MEF).

LA MEDAGLIA D’ORO RESTITUITA PER POLEMICA

Nel febbraio 2014 l’appuntato scelto Sini, congedato col grado di vicebrigadiere in virtù della legge sulle vittime del terrorismo, riceve finalmente la Medaglia d’oro che attesta, di fatto, il suo status reduce di guerra e colma anni di ritardi nel riconoscimento dei traumi subiti anche per salvare i compagni feriti.

Ma siccome l’iter per il riconoscimento del suo effettivo grado di invalidità procede a rilento nella macchina infernale della burocrazia italiana (spesso le pensioni di invalidità vengono erogate ai civili così tardi che nel frattempo muoiono) decide di fare un gesto clamoroso.

Il primo di aprile 2016 si reca presso la Prefettura di Sassari per restituire in segno di protesta la sua Medaglia d’Oro insieme alle onorificenze di Cavaliere della Repubblica Italiana. Ma l’amministrazione in prima istanza la rifiuta. «In quei giorni della problematica si interessò il Comandante della Legione Carabinieri Sardegna generale Antonio Bacile che cercò di darmi una mano fu poi trasferito nella penisola».

Nel 2017 anche al successore toccò la medesima sorte così Sini prende coraggio e diede compimento alla sua intenzione che lo portò sulle prime pagine di tutti i quotidiani d’Italia. «Nell’anniversario della strage, il 12 novembre 2018, dopo essermi reso conto che tutti i miei segnali di richiesta di aiuto erano vani mi sono recato presso il Comando Generale dell’Arma dove consegnai le onorificenze».

Sini riceve nuovamente la Medaglia d’Oro per le Vittime del Terrorismo dal prefetto di Sassari Maria Luisa D’Alessandro il 2 giugno 2020

Ma oltre al danno ecco la beffa che però contribuì a gettare benzina sul fuoco della polemica in tutti i media italiani. «Il 4 luglio mi veniva notificato un atto amministrativo da parte della Prefettura di Sassari dove, richiamando una serie di disposizione, mi chiedevano il recupero di euro 1.458,01: le spese sostenute dal Ministero degli Interni per la coniazione della medaglia».

La diplomazia si mise in moto e cercò di indurre il vicebrigadiere a porre fine alla contestazione: «Il 2 giugno 2020 il prefetto di Sassari, Maria Luisa D’Alessandro, in occasione della Festa della Repubblica, mi ha riconsegnato la Medaglia d’Oro quale Vittima del Terrorismo. L’ho accettata perché il mio intento era quello di far capire che non volevo rifiutare l’onorificenza bensì richiamae l’attenzione su ciò che stava accadendo in relazione alla privazione dei diritti miei e di altri cinque carabinieri del mio contingente. Ora la causa è pendente presso il giudice del Lavoro di Sassari pr il riconoscimento del danno ma anche della gravità e dell’aggravamento perché troppo spesso viene sottovalutata la sua entità reale».

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Nassiriya, per non dimenticare. Recitano pomposamente politici e vertici dell’Arma ad ogni anniversario del 12 novembre. Ma per ricordare degnamente una strage, peraltro molto probabilmente evitabile come altri complotti jihadisti, bisogna prima di tutto tributare la dovuta attenzione ai diritti di quei servitori della Patria che per onorarla in missione sono morti o hanno riportato insanabili traumi psicofisici. Non esiste infatti retorica più sporca ed infame di quella che celebra l’eroismo dei militari costringendoli a combattere battaglie burocratiche a volte più asfissianti di quelle vissute in guerra.

Fabio Giuseppe Carlo Carisio
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MAIN SOURCES

GOSPA NEWS – JIHADISTI REPORTS

GOSPA NEWS – ZINE DI GUERRA REPORTS

GOSPA NEWS – LOBBY ARMI REPORTAGES

GOSPA NEWS – INCHIESTE OSINT

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Fabio Giuseppe Carlo Carisio

Un pensiero su “NASSIRIYA, L’EVITABILE STRAGE DI CARABINIERI “LASCIATI SOLI E SENZA ONORI MILITARI”. Il racconto (e video) del reduce eroe. In lotta con lo Stato per benefici negati

  1. Di due cose vado fiero: la prima è di essere stato salvato da due anonimi cittadini iraqueni che ho visto piangere quando mi hanno lasciato all’ingresso dell’ospedale civile di Nasiriyah e che la sera hanno riportato in ospedale a Tallil il mio portafogli senza aver toccato nulla, nemmeno 1 dollaro o 1 euro; la seconda è – a differenza tua – di non essere mai andato neppure a ritirarle le 3 medaglie d’oro: la croce d’oro d’onore nel 2005, la medaglia doro delle vittime del terrorismo nel 2008 e la croce d’oro d’onore nel 2013. Se proprio ne hai bisogno prendi pure le mie di cui non so proprio cosa farmene. Dott. Riccardo Saccotelli

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