GOLFO PERSICO: LANCIAMISSILI USA PER BLOCCARE L’ACCORDO IRAN-IRAK

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VENTI DI GUERRA PER I PIANI SULL’ORO NERO:
WASHINGTON MINACCIA TEHERAN COI TOMAHAWK
PER FERMARE IL DRAGAGGIO DEL FIUME ARVAND
CROCEVIA NEL TRAFFICO DELLE PETROLIERE
E LE NUOVE PIATTAFORME MARINE RUSSE
INTANTO CONTINUA IL MASSACRO NELLO YEMEN

___di Fabio Giuseppe Carlo Carisio ___

«Armand Dive inizia dopo il Ramadan». E’ questa la notizia principale di ieri sera sul sito dell’agenzia di stampa iraniana Tasnim nella versione in persiano in riferimento all’accordo tra Iran ed Iraq per il dragaggio del fiume Shatt al-ʿArab, corso d’acqua in cui si riuniscono Tigri ed Eufrate prima di sfociare nell’Oceano Indiano, punto cruciale per il traffico delle petroliere. Il transito fu interrotto anni fa  durante la guerra tra i due paesi e la mancata pulizia dell’alveo fluviale ostruito oltrchè dai detriti alluvionali anche dalle carcasse delle navi affondate apposta per bloccare lo sbocco marittimo. E proprio alla foce dell’Arvand è iniziata la costruzione delle piattaforme petrolifere marine in sinergia tra una società russa ed una iraniana controllata dal governo. E’ da qui che si sviluppano moltissimi importanti progetti sull’oro nero. Ed è questo il reale motivo dei venti di guerra che soffiano dagli Usa: una triplice alleanza tra Russia-Iran-Iraq con l’aggiunta della Siria, da tempo alleata di Mosca, taglierebbe fuori Washington da gran parte del mercato del greggio mediorientale. In questo clima esasperato si innesta l’escalation del conflitto nello Yemen dove la capitale Sana’a è stata bombardata dai Sauditi in rappresaglia contro uno attacco ai suoi impianti petroliferi da parte dei droni dei rivoluzionari Houti.

USA E FRANCIA VERSO LA GUERRA DEL GOLFO: INCUBO CARO-PETROLIO

Dietro questi progetti su Arvand si cela la “fretta” che ha indotto il consulente della sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jonh Bolton, a soffiare sul fuoco delle tensioni contro l’Iran per convincere il presidente americano Donald Trump, ormai burattino dei consiglieri fraudolenti guerrafondai, ad intensificare la pressione militare nel Golfo Persico.

Il cacciatorpediniere lanciamissili DDG Gonzales US Navy

Come segnala il network Russia Today ieri, giovedì 16 maggio, due cacciatorpedinieri missilistici USS Gonzalez (DDG-66) e USS McFaul (DDG-74) hanno superato lo Stretto di Hormuz per raggiungere il gruppo d’attacco della portaerei Abraham Lincoln (CVN-72) e la nave anfibio Kearsarge (LHD-3), rispettivamente dispiegate al largo delle coste dell’Oman e degli Emirati Arabi Uniti, poco lontano dalla base della Quinta Flotta Us Navy, nel porto di Manama, in Bahrein. Le due navi sono armate dei potenti Tomahawk, i missili da crociera con gittata di circa 2 km già impiegati da Trump in Siria nell’aprile 2018 in risposta all’attacco chimico di Douma, poi rivelatosi un’invenzione dei White Helmets britannici.

Un missile da crociera Tomahawk prodotto da un’azienda bellica americana

Proprio come contro Damasco l’esercito Usa potrebbe prendere a pretesto alcuni incidenti avvenuti nei giorni scorsi per scatenare una rappresaglia che, come riporta il network del Qatar Al Jazeera citando un media filo saudita, potrebbe essere “chirurgica” come quella condotta sul suolo siriano nei confronti delle postazioni degli Hezbollah libanesi e delle Forze Quds iraniane, entrambi di confessione islamica Sciita e perciò nemici storici del Regno dell’Arabia Saudita, monarchia teocratica di ispirazione Wahabita-Sunnita. In pratica il conflitto che sta dilaniando lo Yemen e vede contrapposta la minoranza etnica religiosa degli sciiti Houti al governo di Rabbu Mansour Hadi sostenuto dai Reali Sauditi insieme ai loro occulti alleati jihadisti sunniti di Al Qaeda potrebbe esplodere in tutto il Golfo Persico con l’appoggio militare degli americani. Le preoccupazioni dei generali Usa dell’Africom nella base di Camp Lemonnier in Gibuti sono sempre state quelle di avere a 30 km in linea d’aria le coste yemenite occupate dagli Houti filoiraniani e perciò hanno sostenuto i Sauditi con aiuti militari in armi e munizioni, ufficialmente interrotti solo dopo la decisione del Congresso Usa per l’assassinio del giornalista Jamal Kashoggi, opinionista del Washington Post, nel consolato dell’Arabia a Istanbul. Mentre di fronte alle coste dell’Iran l’esercito americano può fare affidamento non solo sulle navi della Quinta Flotta ma anche sulla base dell’Us Air Force di Al Udeid, invece, sono stati trasportati due bombardieri B-52 pronti ad ogni evenienza.

 

BOMBARDAMENTI TRA HOUTI E SAUDITI: ENNESIMO MASSACRO

Bambini uccisi dalle bombe dei Sauditi nella capitale Sana’a controllata dai rivoluzionari Houti

Le tensioni tra Teheran e la Casa Bianca ufficialmente sono conseguenti al ritiro degli Usa nel 2018 dal trattato JCPA (Joint Comprehensive Plan of Action), l’accordo sul disarmo nucleare, da cui si è poi ritirato lo stesso Iran. L’escalation trova giustificazione anche nei reciproci attacchi nella guerra dello Yemen tra Houti ed Arabia Saudita: gli sciiti, che rivendicano l’autonomia della regione intorno a San’a in un conflitto costato la vita a decine di migliaia di civili e centinaia di bambini morti di fame nei giorni scorsi, hanno colpito coi razzi di vari droni alcune raffinerie nella periferia di Ryadh ed una condotta petrolifera. Immediata la risposta dei Sauditi contro la capitale Sana’a bersagliata da un massiccio bombardamento contro zone residenziali nel quale avrebbero perso la vita 6 persone, tra cui donne e bambini, e sono rimaste ferite anche due cittadine russe: una rappresaglia contro civili che ha suscitato subito l’indignazione di molti politici arabi.

YEMEN: MISSILE SAUDITA MASSACRA BIMBI IN OSPEDALE

Sebbene gli Houti si siano assunti in pubbliche dichiarazioni ogni responsabilità dell’attacco «in risposta ai crimini Sauditi» questi ultimi hanno puntato il dito contro l’Iran accusandolo anche del presunto sabotaggio di quattro petroliere nel porto di Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti. In merito a questi incidenti è stata però diffusa solo l’immagine della nave cisterna norvegese Andrea Victory, danneggiata sulla linea di galleggiamento con un falla più simile alla conseguenza di una collisione che di un’esplosione. In questo clima di tensioni ogni pretesto, esattamente come i finti attacchi chimici in Siria, può diventare occasione per gli Usa per dare inizio ai bombardamenti scatenando la Terza Guerra del Golfo, dato che difficilmente l’esercito della Guardie della Rivoluzione Islamica di Teheran, dichiarate organizzazioni terroristiche da Washington, accetterà di scendere a patti sotto le minacce o peggio ancora della forza.

USA-IRAN: NESSUNA PROVA DI SABOTAGGI ALLE PETROLIERE ARABE

Il Segretario di Stato degli Usa Mike Pompeo continua a ripetere ai media che «Il nostro obiettivo non è la guerra». Ma l’ammassamento di navi da guerra, il dispiegamento di bombardieri B-52 , il rifornimento di missili Patriot terra-aria per le postazioni della contraerea terrestre ed ora l’arrivo dei cacciatorpedinieri con i razzi Tomahawk sembrano avvalorare la tesi opposta. Come anche le manovre diplomatiche: mercoledì il Dipartimento di Stato ha ordinato l’evacuazione di personale non essenziale dall’ambasciata statunitense a Baghdad e dal consolato di Erbil.

 

L’IRAN: «L’ATTACCO USA E’ UN ATTO SUICIDA»

Il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif

Proprio per questo il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif sta girando l’Asia per spiegare alle altre nazioni i motivi del ritiro di Teheran dal trattato JCPA. Dopo essere stato nell’alleata Russia è stato in Giappone ed è ora in Cina ripetendo a tutti i rappresentanti di governo che l’Iran è contrario ad un’escalation ma accusando gli Usa di istigare «un’inaccettabile massima pressione sulla Repubblica Islamica» come riporta Al Jazeera aggiungendo un altro eloquente commento di Zarif «si tratta di un atto di suicidio. Se agiranno a loro non piacerà la risposta».

Un piccolo natante lanciamissili della marina iraniana

«Il ministro degli Esteri del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, ha incontrato il suo omologo iraniano nei giorni scorsi a Teheran nel tentativo di disinnescare la situazione» riferisce ancora Al Jazeera che avendo sede in Qatar, nazione prosperosa e grande investitore in occidente, fa trapelare preoccupazione per un conflitto in cui questo stesso paese arabo potrebbe subire pesanti danni collaterali. E l’allarme rosso nel Golfo Persico deriva anche dalla pubblicazione di un articolo tanto dettagliato quanto inquietante: «Arab News ha pubblicato un editoriale in cui si è sostenuto che dopo gli attacchi all’inizio di questa settimana contro obiettivi energetici sauditi, fatti dai ribelli Houthi che operavano nel vicino Yemen appoggiati dall’Iran, il prossimo passo logico per gli Stati Uniti “dovrebbero essere attacchi chirurgici”, senza approfondire su quali specifici gli obiettivi dovrebbero essere colpiti. L’editoriale ha aggiunto che era “chiaro” che le sanzioni statunitensi “non avevano inviato il messaggio giusto” alla Repubblica islamica, aggiungendo: “Devono essere colpiti duramente”».

 

IL PETROLIO IRANIANO IN CINA NONOSTANTE LE SANZIONI

Il petrolio iraniano scaricato nel porto cinese di Zhongshan

E’ sempre l’agenzia iraniana Tasnim a pubblicare la foto di una petroliera iraniana mentre con petrolio greggio iraniano in un porto cinese nonostante ciò sia contrario alle sanzioni statunitensi contro l’Iran dopo l’abolizione delle esenzioni da parte di Washington, ovvero la deroga all’applicazione dell’embargo sull’oro nero in vigore fino al 2 maggio scorso che consentiva agli importatori storici da Teheran di essere esentati dalle sanzioni economiche. «Lo scarico di 130.000 tonnellate di petrolio grezzo è stato confermato dal terminale di stoccaggio del petrolio a Zhongshan. Ma un funzionario ha respinto la notizia e ha affermato che per quattro anni nessun petrolio è stato scaricato dall’Iran – scrive l’agenzia di Teheran – Gli esportatori iraniani nel 2018 per eludere le sanzioni hanno utilizzato vari metodi, come le spedizioni da nave a nave e la manipolazione di documenti in nome dell’Iraq. A quanto pare, le navi cisterna evacuate a Zhongshan avevano documenti falsi. La notizia è stata pubblicata quando lo scontro tra America e Cina è aumentato di nuovo». Il riferimento è alla guerra sui dazi che ha portato Pechino ad alzare il costo di importazione di gas naturale dagli Usa innescando di conseguenza un aumento della domanda di petrolio. «La Cina ha chiaramente affermato di non rispettare le sanzioni statunitensi contro l’Iran, ma le raffinerie del paese sono caute. CNPC e Sinopec hanno smesso di rifornirsi di greggio dall’Iran dopo l’abolizione delle esenzioni» aggiunge Tasnim ponendo l’accento sul fatto che la paura delle rappresaglie delle sanzioni americane non ha scoraggiato la Cina. Ma nemmeno la Sud Corea che continuerebbe ad importare dall’Iran come Russia e Turchia. Ciò che emerge dall’articolo sono anche i presunti legami con l’Iraq che rappresentano uno degli altri importanti moventi per una guerra americana nel Golfo Persico.

 

L’ACCORDO DI ARVAND PERICOLOSO PER L’IRAK

 

Le relazioni tra Iran ed Iraq si sono fatte sempre più strette negli ultimi anni e soprattutto negli ultimi mesi quando a gennaio sono iniziati gli incontri sull’accordo di Arvand Dive, ovvero il dragaggio della foce dell’omonimo fiume chiamato Shatt al-ʿArab in arabo (cioè Sponda degli Arabi). E’ un corso d’acqua dell’Asia sud-occidentale formato dalla confluenza del Tigri e dell’Eufrate presso la cittadina di Al-Qurna, nel sud dell’Iraq, circa 150 chilometri prima di sfociare nel Golfo Persico. Lo ShaTT al-ʿArab, su cui si affaccia la città irachena di Bassora, è navigabile per un vasto tratto e ciò lo rende prezioso per il traffico di petroliere della regione. Per questo motivo la zona che gravita intorno a questo corso d’acqua è stata al centro di varie dispute territoriali fino alla guerra che ha contrapposto l’Irak all’Iran fra il 1980 e il 1988. Ebbene risale ai giorni scorsi la notizia del passo successivo negli accordi di collaborazione tra l’Iran governato dalla teocrazia islamica Sciita e l’Iraq, dove convivono sciiti e sunniti sotto l’egida di un governo internazionale.

Il premier iracheno Adil Abdul-Mahdi ed il presidente iraniano Hassan Rohuani dopo la firma dell’accordo per Avand Dive

La storica alleanza tra il primo ministro iracheno Adil Abdul-Mahdi ed il presidente iraniano Hassan Rohuani prevede un impegno congiunto per rendere navigabile il fiume a navi con 12 tonnellate di stazza, in modo da consentire un più agevole accesso anche alle petroliere. Gli interventi di dragaggio ammontano a circa 1000 miliardi di rubli (circa 15 miliardi di dollari) e dovrebbero essere sostenuti in gran parte dall’Iraq che rafforzerebbe con l’Iran la sua collaborazione nel campo del traffico marittimo e di conseguenza in quello delle movimentazioni di petrolio. «Arvand Dive inizia dopo il Ramadan» ha titolato l’agenzia Tasnim riportando però la notizia solo nella versione persiana. Ma è evidente che questo accordo, siglato nel momento più aspro delle sanzioni Usa contro Teheran e delle tensioni conseguenti, rimette in gioco anche Baghdad in uno scacchiere di guerra. Ma pure la stessa Siria.

 

LA SIRIA CON BASI USA MINACCIATA DA ISRAELE

Alcuni missili israeliani che hanno colpito la periferia di Damasco nel gennaio scorso

I punti cruciali nelle strategie geopolitiche sono infatti i ricchi giacimenti petroliferi siriani di Deir El Ezor, nella valle dell’Eufrate che è l’area di confinte tra la Siria, riconquistata dal governo di Bashar Al Assad ed il Rojava, estensione del Kurditstan iracheno, saldamente in mano alle milizie curde SDF-YPG appoggiate dagli Usa. Ma lo è pure il campo dei rifugiati di Al Rukban, controllato dai ribelli FSA anti-Assad grazie all’appoggio della base militare americana di Al Tanf, al confine tra Giordania, Siria ed Irak. Si tratta delle aree dove sono dispiegati 2mila soldati statunitensi ritirati solo in minima parte dopo l’annuncio del presidente Donald Trump di novembre. Rappresentano due “teste di ponte” eccezionali per eventuali future incursioni Usa nel territorio iracheno.

ALTRI BIMBI MORTI NEL LAGER DEGLI USA IN SIRIA

Ma oggetto delle tensioni in Siria è stato anche il riconoscimento da parte della Casa Bianca dell’altopiano del Golan come territorio di Israele, in contrasto ad ogni risoluzione Onu che considera quel territorio siriano dopo l’occupazione dell’esercito di Tel Aviv nel 1980. Un argomento in più nelle mani del premier israeliano Benjamin Netanyahu per alzare il livello degli scontri con Damasco, già oggetto di ripetuti bombardamenti con stragi di civili e bambini per il semplice fatto che ospita postazioni delle Forze Quds iraniane e degli Hezbollah libanesi, alleati di Assad e della Russia nella guerra contro l’Isis. E proprio i comandanti degli jihadisti dello Stato Islamico, liberati dalla Siria e dall’Afghanistan e trasportati dagli Usa in Irak come riferito da molteplici fonti, potrebbero rappresentare un ulteriore punto di forza nel caso di un conflitto sul territorio iracheno.

SPORCO DOPPIO GIOCO USA: ISIS LIBERO IN CAMBIO DI ORO

In caso di scontro frontale tra Usa e Iran nel Golfo Persico non è da escludere quindi una minaccia anche per Baghdad ma soprattutto per la Siria che potrebbe essere oggetto di attacco da parte d’Israele: una strategia per spegnere sul nascere le rivendicazioni di Damasco per il Golan ma anche per tenere impegnata la Russia distraendola dal Golfo Persico. In un simile scenario di guerra su più fronti potrebbe scattare anche l’offensiva contro il Venezuela, dal quale l’economia Usa dipendeva molto per il petrolio a buon prezzo.

NETANYAHU EMULA HITLER NELLA GUERRA RELIGIOSA ALLA SIRIA

 

USA IN CRISI SENZA ORO NERO DEL VENEZUELA

L’incendio del terzo tank in una raffineria di Petro San Felix nel marzo scorso dopo un sabotaggio

L’oro nero greggio della valle dell’Orinoco, infatti, è molto pesante ed ha costi alti di raffinazione ed è per questo che gli Stati Uniti d’America lo importavano a basso costo. Con lo stop delle importazioni per le sanzioni contro la società petrolifera venezuelana Pdvsa (e la sua controllata americana Citgo) il mercato statunitense si trova sicuramente in carenza di rifornimenti ed è pertanto costretto a cercarne altrove con un vantaggio rispetto agli altri importatori: la crescita del costo del greggio al barile può rendere competivo lo shale oil, il petrolio di sisto, molto costoso nell’estrazione ma assai diffuso in tutto il Nord America dagli Usa al Canada. Ecco perché un’eventuale escalation del conflitto nel Golfo Persico con aumento alle stelle del prezzo dell’oro nero sarebbe assai negativa per i paesi che hanno approvigionamenti e mercati redditizi stabili come Russia e paesi Arabi ma non nuocerebbe oltremisura agli americani in un’ottica di sempre più forte alleanza con i Sauditi. Per gli Usa la vera minaccia economica è rappresentata dagli accordi sul petrolio stipulati dalla Russia con il Venezuela ma soprattutto con l’Iran

 

LE PIATTAFORME PETROLIFERE RUSSE IN IRAN

La costruzione di una piattaforma petrolifera nel Golfo Persico da parte della Tasdid Offshore controllata dal Governo Iraniano

La società costruttrice di navi russa Krasnye Barrikady e la compagnia iraniana TODC hanno firmato un accordo di 1 miliardo di dollari per la costruzione di cinque piattaforme offshore nel Golfo Persico. Secondo Ehsanollah Mousavi, amministratore delegato della TODC (Tasdid Offshore Development Company), l’accordo prevede la costruzione di una piattaforma offshore ogni due anni a largo del porto iraniano di Khorramshahr, situato all’estremo sud-ovest dell’Iran, sulla foce del fiume Arvand (detto anche Shatt ul Arab). Le piattaforma serviranno per l’esplorazione dei fondali del Golfo Persico e la ricerca di giacimenti di petrolio e di gas; il progetto verrà finanziato ed attuato comunemente da Iran e Russia ed è importante perchè trasferirà alla Repubblica Islamica dell‘Iran il know-how per la costruzione di piattaforme off-shore riferiva Press TV in un articolo di alcuni anni fa. «In base agli accordi, gli iraniani contribuiranno al 58% nella costruzione della prima piattaforma e questa percentuale salirà fino ad arrivare al 100% nella quinta piattaforma – ha spiegato Mousavi – la firma di questo accordo ed il trasferimento della tecnologia off-shore all’Iran è il realizzarsi di un sogno per la nazione mediorientale».

MADURO: L’ASSAD LATINO FA PAURA COL PETROCOIN

Un sogno che anno dopo anno ha cominciato a materializzarsi diventando per Washington il grande incubo: quello di perdere il controllo del petrolio con una svalutazione del dollaro che a Shangai è già stato sostituito dal PetroYuan nelle contrattazioni ed a Caracas si è tentato di estrometterlo dal mercato con il PetroCoin.

TERRORISMO ECONOMICO USA: ORA TOCCA A SIRIA E ITALIA

La svalutazione del dollaro porterebbe con sé il crollo del sistema dei derivati, costruito ad arte dai banchieri della Federal Reserve e fondato solo sul signoraggio grazie al controllo della moneta. Ecco perché gli stessi fondi d’investimento americano hanno investito moltissimo sul mercato delle armi: in modo da rendere indispensabile all’Occidente una Terza Guerra mondiale qualora fosse sul punto di esplodere la bolla speculativa. L’attacco all’Iran potrebbe essere il primo passo in questa rotta verso l’inferno globale: senza ritorno.

Fabio Giuseppe Carlo Carisio
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LOBBY ARMI – REPORT 1: GLI AFFARISTI DELLE GUERRE USA

FONTI

AL JAZEERA

RUSSIA TODAY

TASNIM

 

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