6mila jihadisti ISIS liberati: mattanze in Siria e Iraq, ma la Turchia arresta prete cristiano per terrorismo

6mila jihadisti ISIS liberati: mattanze in Siria e Iraq, ma la Turchia arresta prete cristiano per terrorismo
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di Fabio Giuseppe Carlo Carisio

C’è davvero qualcosa di folle o di maliziosamente pianificato nelle azioni militari che stanno accadendo in Medio Oriente al confine tra la Siria e la Turchia. Ma c’è anche qualche sorprendente coincidenza che rende lo scenario di guerra non solo tragico ma pure grottesco e paradossale. Almeno 6mila affiliati dell’Isis sono stati liberati in quelle zone tra ottobre e dicembre, mentre un povero prete cristiano siro-ortodosso è stato arrestato l’altro giorno dalle forze di polizia turche per… terrorismo!

Negli ultimi mesi, prima e dopo l’invasione dell’esercito turco nel Rojava, come vengono chiamati i territori siriani nordorientali governati dall’Amministrazione Autonoma dei Curdi, Ankara ha rilasciato dalle prigioni migliaia di prigionieri incarcerati in quanto terroristi militanti o fiancheggiatori attivi dell’ISIS.

 

MIGLIAIA DI TERRORISTI LIBERATI DALLA TURCHIA

Alcuni dei comandanti e dei più feroci combattenti, almeno 76 secondo un elenco del Rojava Information Center, sono stati impiegati in altre fazioni jihadiste dei mercenari utilizzati proprio dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan per invadere la Siria e strappare città e villaggi a Curdi, Cristiani ma anche Islamici Sciiti siriani, nell’operazione Spring Peace avviata il 9 ottobre 2019.

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In un precedente articolo abbiamo riferito dei calcoli approssimativi rivelati dal giornale svedese in lingua turca Nordic Monitor, specializzato nella rivelazione di fonti d’intelligence di Ankara, secondo il quale circa 4mila affiliati allo Stato Islamico, la metà dei quali pericolosi Foreign Terrorist Fighters, sarebbero stati liberati dalle carceri della Turchia tra il 10 ed il 14 di ottobre probabilmente per essere impiegati nella guerra in Rojava e nel recente intervento militare in Libia.

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Si tratterebbe di uno stratagemma di reclutamento forzoso già riservato dal Regno dell’Arabia Saudita ai condannati a morte, cui fu data la possibilità di andare a combattere in Siria o nello Yemen, accanto ai jihadisti di Al Qaeda, invece che subire la sentenza capitale.

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DUEMILA AFFILIATI ISIS RILASCIATI DAI CURDI

All’inizio dell’anno, però, anche l’Amministrazione Autonoma ha inspiegabilmente rilasciato 400 affiliati dell’Isis dai campi di prigionia dove erano detenuti, in particolare a Camp Hol, e dove stavano creando continue insurrezioni per tentare la fuga causando anche morti e feriti tra le guardie o altri ospiti, lì rifugiati solo in quanto semplici sfollati.

L’informazione è stata data con un semplice post su Twitter dal Rojava Information Center (RIC) che nel frattempo con l’inizio del 2020 ha interrotto gli aggiornamenti sulle zone di guerra sia nel gruppo WhatsApp che nel sito ufficiale. L’ultima notizia è infatti il “media coverage”, ovvero la copertura delle comunicazioni diffuse da RIC, il centro d’informazione dei Curdi, relativo ad un articolo pubblicato il 7 gennaio scorso da giornale online Today in italiano.

«Decine di affiliati al gruppo jihadista dello Stato islamico sono stati rilasciati dalle autorità curde in Siria, dopo la mediazione di capi tribali: queste scarcerazioni avvengono dopo una richiesta di “garanzie” fatte dai leader tribali siriani. Lo ha annunciato un portavoce delle autorità curde, Kamal Akef. Secondo quanto si apprende nelle ultime settimane sono state liberate oltre 2000 persone».

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Lo ha riportato Today sviluppando in un breve reportage sulla Siria lo stringato Tweet in inglese del Rojava Information Center che riferiva di 400 detenuti liberati solo da Camp Hol per tornare nelle loro case di Deir Ezzor.

Questa iniziativa era stata più volte annunciata sia dall’amministrazione curda, sia dalle milizie Sirian Democratic Forces che la rappresentano ed hanno sconfitto l’Isis a Raqqa e Bagouz.

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L’esercito che ha sconfitto lo Stato Islamico nel 2019 aveva in detenzione circa 12mila detenuti, di cui almeno 2mila combattenti stranieri, alcuni dei quali fuggiti dopo i bombardamenti delle prigioni da parte delle forze turche, altri rilasciati negli ultimi mesi per l’impossibilità di gestirli a causa dell’impegnativo fronte bellico con i gruppi jihadisti armati, utilizzati come mercenari dalla Turchia per invadere il Rojava, e con le stesse armate di Ankara.

Non è dato sapere al momento quanti ne rimangano nelle più fortificate prigioni curde, ma per mere approssimazioni aritmetiche dovrebbero essere almeno 5-7mila.

 

IL RITIRO DEGLI USA DA HASAKA E GLI ATTACCHI DAESH

Dopo il ritiro degli Stati Uniti e l’accordo di Sochi le milizie SDF (composte in maggioranza dai curdi YPG) si sono ritirate da una parte del Nordest della Siria per lasciare spazio ad una zona “cuscinetto” di al confine con la Turchia pattugliata dalla polizia militare di Mosca insieme a pattuglie turche e siriane.

E’ però estremamente significativo che la liberazione dei miliziani ISIS rimandati nelle loro case di Deir Ezzor, provincia nevralgica per i pozzi di petrolio controllati dagli Usa nella valle dell’Eufrate, pochi giorni prima dell’abbandono della base di Hasaka da parte delle truppe americane (segnalato dall’agenzia iraniana FarsNews), ripiegate in altre zone della Siria ed in Iraq, a difesa delle basi già oggetto degli attacchi missilistici delle Guardie Rivoluzionarie dell’Iran in ritorsione dell’uccisione del generale Qassem Soleimani, leader dei Pasdaran e delle Forze Quds, la milizia per le missioni all’estero.

Solo nei prossimi giorni si potrà sapere se queste scarcerazioni abbiano un significato nello scenario di guerra tra il governo della Siria, l’Amministrazione Curda che rivendica un’autonomia come quella del Kurdistan iracheno mai politicamente riconosciuta, le forze di occupazione statunitensi e gli invasori della Turchia che non esitano ad utilizzare jihadisti per conquistare territori in Medio Oriente ed Africa.

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Nel frattempo però l’invasione turca ha rinvigorito lo Stato Islamico in Siria che nel solo mese di novembre ha sferrato decine di attacchi vari, anche con autobomba, e nello scorso dicembre nella provincia meridionale di Raqqa ha ucciso, secondo RIC, un gruppo di 14 uomini decapitandoli. La mattanza è avvenuta vicino a Madin, in una zona sotto il controllo del Syrian Arama Army, l’esercito di Damasco, ha rimarcato il Tweet del Rojava Center il 5 gennaio.

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Il rischio di una rinascita dello Stato Islamico è altissimo anche in Iraq dove gli Usa avevano portato vari leader del Daesh liberati in cambio di oro e dove gli stessi americani hanno annunciato la sospensione della lotta contro l’ISIS a causa delle tensioni con l’Iran.

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Domenica 5 gennaio, infatti, i jihadisti dello Stato Islamico hanno effettuato un attacco contro l’esercito iracheno nel distretto di Daquq, nel sud di Kirkuk. Secondo quanto riferito da BasNews, gli insorti hanno preso di mira l’esercito vicino al villaggio di Arabkoy a Daquq, uccidendo tre soldati e ferendone un altro. Durante l’attacco gli estremisti hanno anche rapito un soldato iracheno.

 

IL SACERDOTE ASSIRO ARRESTATO PER TERRORISMO

Nel mezzo di queste complesse azioni di strategia militare diventa un paradosso l’arresto di un sacerdote siriaco nella cittadina turca di Mardin. Lo è sia perché è stato accusato ed è tenuto per terrorismo, in quanto presunto collaborazionista del PKK, l’organizzazione paramilitare del Partito dei Lavoratori del Kurdistan considerata terroristica da Ankara, dove però l’etnia curda è bandita dalla costituzione fin dalla fondazione della Repubblica della Turchia nel 1922.

«Giovedì le forze di stato turche hanno fatto irruzione nei quartieri rurali popolati da Siriaci di Eskihisar, Üçköy e Üçyol nel distretto di Nusaybin di Mardin. Nell’operazione sono state prese in custodia 10 persone, tra cui il sacerdote Sefer Beliçe della chiesa di Saint Jacob» riferisce il giornale online curdo ANF.

Il prete cristiano siro-ortodosso Sefer Beliçe davanti all’antica chiesa San Giacomo a Nisibis, le cui fondamenta risalgono al IV secolo d.C.

Quattro dei detenuti, sacerdote Beliçe, Musa Taştekin, Haşo Dinç e Mehmet Başak sono stati deferiti ieri, venerdì 10 gennaio, al tribunale di Mardin dopo aver raccolto le loro dichiarazioni al ramo antiterrorismo del comando provinciale di Mardin.

I detenuti sono stati quindi denunciati a un tribunale locale per presunto “aiuto e favoreggiamento del PKK”. Il sacerdote è stato tenuto in custodia mentre gli altri tre detenuti sono stati rilasciati in libertà vigilata. Padre Belice è l’unico prete dell’antico monastero intitolato a San Giacomo Vescovo di Nisibi (309-338), un complesso di grande importanza archeologica per le fondamenta risalenti al IV secolo dopo Cristo.

«Secondo il rapporto, le dichiarazioni di un informatore contro il prete e le procedure scritte della Gendarmeria a sostegno del fatto che “i membri del PKK sono entrati nel monastero nel 2018” sono stati presentati dal procuratore come prove del “crimine” in questione. Agli avvocati, tuttavia, è stato negato l’accesso ai documenti presentati come prova» riferisce ancora ANF.

I paradossi della vicenda sono molteplici. Mardin è posizionata su contrafforti rocciosi ad un altezza di 1083 metri s.l.m. che guardano la Siria: essendo una cittadina di confine tra i suoi 86mila abitanti ci sono anche molti rifugiati di origine siriana. Dal 2014, inoltre, la città è guidata dal sindaco Februniye Akyol, la prima ed unica donna sindaco di religione cristiana della Turchia.

Non solo. Proprio nel distretto di Mardin, lo scorso 20 ottobre, rappresentanti qualificati delle comunità cristiane, ebraiche e musulmane presenti in Turchia avevano preso parte ad una iniziativa interreligiosa ospitata nel Monastero siro ortodosso di Deyrulzafaran, il “Monastero dello Zafferano”, situato sull’altopiano di Tur Abdin.

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L’incontro era stato voluto dai religiosi per pregare per i soldati turchi dopo l’inizio dell’operazione Peace Spring e nel corso della veglia era stata letta una missiva del presidente Erdogan. Ora la stessa Ankara, che adopera come soldati feroci jihadisti e ha liberato migliaia di terroristi islamici della bandiera nera. arresta invece un sacerdote cristiano perché avrebbe aiutato dei Curdi, colpevoli di essere Curdi!

Nonostante queste reiterate e gravissime violazioni elementari dei diritti umani con la persecuzione di una popolazione solo per la sua etnia la Turchia è ancora un partner di riferimento dell’Occidente, della Nato e della Russia… Evviva l’ipocrisia antirazzista!

Fabio Giuseppe Carlo Carisio
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FONTI PRINCIPALI

ANF – PRIEST ARRESTED

GOSPA NEWS – REPORTAGES SUI JIHADISTI

GOSPA NEWS – WARZONE REPORTS

 

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