SACERDOTE UCCISO DAI JIHADISTI NELL’AFRICA DELLE STRAGI DI CRISTIANI. ACS lancia SOS alla Camera dei Deputati

SACERDOTE UCCISO DAI JIHADISTI NELL’AFRICA DELLE STRAGI DI CRISTIANI. ACS lancia SOS alla Camera dei Deputati

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di Carlo Domenico Cristofori

Un sacerdote ucciso e un altro rapito. È questo il bilancio dell’assalto condotto da uomini armati non identificati contro la parrocchia di St. Vincent Ferrer a Malunfashi, nello Stato di Katsina, nel nord della Nigeria. Il sacerdote ucciso è don Alphonsus Bello, mentre quelle rapito è don Joe Keke. Il gruppo di uomini armati che nella notte del 20 maggio ha preso d’assalto la parrocchia ha esploso alcuni colpi, ferendo delle persone.

Il direttore delle comunicazioni sociali nazionali del Segretariato cattolico della Nigeria, padre Mike Umoh, nel confermare la notizia, ha detto che i malviventi hanno deposto il corpo senza vita di don Alphonsus Bello nei terreni agricoli dietro la scuola di formazione catechetica, mentre non si conosce la sorte di don Joe Keke.

Don Alphonsus Bello, il sacerdote ucciso in Nigeria

Padre Umoh ha dichiarato a Fides: “La scorsa notte, una delle parrocchie della diocesi di Sokoto – la chiesa cattolica di St. Vincent Ferrer di Malunfashi, nello Stato di Katsina – è stata attaccata da uomini armati non identificati. Due preti sono stati rapiti, don Joe Keke e Alphonsus Bello. Don Keke, l’ex parroco, ha circa 70 anni mentre don Bello, l’attuale parroco, ha trent’anni”.

“Questa mattina (oggi 21 maggio) il corpo di don Alphonsus Bello è stato ritrovato senza vita nei terreni agricoli dietro la Scuola di Formazione Catechistica. Non sappiamo dove si trovi don Joe Keke. Finora non è stato stabilito alcun contatto con i rapitori”. Nel frattempo, una fonte attendibile dalla diocesi cattolica di Sokoto ha detto che il sacerdote defunto apparteneva all’arcidiocesi di Kaduna, ma era distaccato nella diocesi di Sokoto e impegnato nella parrocchia di Malumfashi a Katsina.

CRISTIANI PERSEGUITATI: ASIA LIBERA, CAMILLE UCCISA

«Aiuto alla Chiesa che Soffre chiede nuovamente al governo di intervenire efficacemente per garantire la sicurezza dei fedeli e dei sacerdoti impegnati nel loro servizio pastorale» si legge nel sito della fondazione pontificia che ebbe il merito di contribuire alla liberazione della pakistana Asia Bibi, incarcerata e torturata per anni per un’infondata accusa di blasfemia.

Il massacro dei religiosi e dei credenti cristiani in Africa continua senza sosta tanto da essere ormai diventata una notizia priva di interesse per la maggior parte dei media mondiali. Nel 2019 Gospa News aveva ricostruito tutte le terribili storie dei sacerdoti e laici perseguitati o uccisi nel mondo per la loro fedeltà al Cristianesimo. Un agghiacciante e silenzioso olocausto che purtroppo si rinnova ogni anno drammaticamente.

 

L’INIZIATIVA DI ACS ALLA CAMERA DEI DEPUTATI

«Il rispetto della libertà religiosa tra le condizioni per sottoscrivere accordi di cooperazione con Paesi esteri» È questa la proposta strettamente politica, e dall’alto valore simbolico, emersa dalle due audizioni parlamentari che hanno visto protagonista la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), attraverso il suo Direttore italiano Alessandro Monteduro.

Il 19 maggio, Monteduro è stato ascoltato dalla Commissione Affari esteri e comunitari della Camera dei Deputati nell’ambito dell’esame del disegno di legge C. 3041 “Ratifica ed esecuzione dell’Accordo di cooperazione culturale, scientifica e tecnologica tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo della Repubblica islamica di Afghanistan, fatto a Kabul il 19 aprile 2016”. Il 20 maggio, il Direttore di ACS Italia ha partecipato al ciclo di audizioni della Commissione Affari esteri del Senato nell’ambito dell’esame del Documento CCLXI, n. 1 “Relazioni sulle iniziative finanziate con le risorse del fondo destinato a interventi di sostegno alle popolazioni appartenenti a minoranze cristiane oggetto di persecuzioni nelle aree di crisi (anno 2019)”.

OLOCAUSTO CRISTIANO: Tragedie, nomi, volti tra i 2.983 martiri del 2019. Stragi in aumento

 

«Dal Rapporto di ACS sulla libertà religiosa nel mondo 2021 emerge che in una nazione su tre si registrano gravi violazioni della libertà religiosa. Secondo lo studio condotto dalla fondazione pontificia nel biennio 2018-2020 questo diritto fondamentale non è stato rispettato in 62 dei 196 Paesi sovrani (31,6% del totale). Considerando questa drammatica realtà Monteduro, nell’ambito delle due audizioni, ha proposto di introdurre in ogni atto bilaterale o multilaterale che impegna il Governo italiano, innanzitutto nelle politiche di cooperazione, la richiesta di un impegno duraturo al rispetto del diritto alla libertà religiosa da parte di ogni Stato beneficiario della nostra politica estera di sostegno allo sviluppo» ha scritto ACS nel suo ultimo rapporto.

La mappa dele persecuzioni dei Cristiani nel mondo elaborata dalla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre: in rosso i paesi dove la libertà religiosa è altamente compromessa – clicca sull’immagine per leggere la sintesi dettagliata

La proposta è stata valutata favorevolmente dalle due Commissioni parlamentari. Aiuto alla Chiesa che Soffre chiede quindi al Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Luigi Di Maio di farsi promotore del rispetto della libertà religiosa nel confronto con gli Stati che attualmente sono direttamente o indirettamente responsabili della violazione di questo diritto fondamentale.

 

GLI ATTACCHI MUSULMANI IN NIGER

“Nel Niger la festa della conclusione del Ramadan, l’Aid el Fitr, si è celebrata ieri. Nella capitale Niamey tutto si è svolto nella calma e nella serenità di questo giorno di preghiera e di festa familiare. Solo un lungo black–out ha accompagnato buona parte della calda giornata di festa” è quanto riferito lo scorso 15 maggio all’Agenzia Fides, organo di informazione delle Pontificie Opere Missionarie dal 1927, da padre Mauro Armanino, missionario delle Società delle Missioni Africane (SMA), che opera a Niamey.

“Il vero e drammatico ‘black-up’ si è verificato nel villaggio di Fangio, a circa 300 chilometri da Niamey, in zona Songhay-Zerma, dove sono nate le prime comunità cattoliche del Paese. Di questa zona è originario il primo battezzato cattolico nigerino, Antoine Douramane. Fu lui a fondare la comunità a Fangio” afferma padre Armanino che riporta l’ennesimo attacco da parte di gruppi jihadisti contro le comunità rurali nigerine.

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“Il mattino della festa, verso le sette, elementi armati giunti in motociclette, hanno attaccato il villaggio in questione, uccidendo 5 persone e ferendone altre due. Il villaggio è stato saccheggiato e anche un membro della comunità cristiana, di nome Joseph, è stato ucciso”. I jihadisti hanno pure profanato la locale chiesa. “La statua di Maria, gli ornamenti dell’altare e vari libri liturgici sono stati bruciati” dice p. Armanino. “L’ufficio del direttore della scuola statale è stato anch’esso distrutto. Una volta di più tutto ciò che può rappresentare una minaccia per l’egemonia ‘jihadista’ è messo in condizione di non nuocere”.

Da notare che, nella zona delle ‘Tre frontiere’ (Mali, Burkina Faso, Niger), si trovano i militari del Ciad nel quadro dell’operazione Barkhane nel Sahel. Nella stessa zona sono varie centinaia di persone ad aver perso la vita ad opera di gruppi armati terroristi e banditi. “La capitale Niamey appare come ‘circondata’ sottolinea il missionario.

“Sono ormai migliaia le persone che sono fuggite cercando riparo e sicurezza altrove. Si stima che almeno un milione di persone siano sfollati interni, con bisogni crescenti di aiuto da parte delle agenzie umanitarie. Parte dei cristiani di questa zona vive la fede in ‘clandestinità’ e dunque nella paura di rappresaglie. Il tempo dei martiri è adesso mentre qui si celebra la festa dell’Ascensione” conclude padre Armanino.

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Rimangono invece purtroppo avvolte dal silenzio sotto a un sordido velo di diplomatico imbarazzo le persecuzioni compiute dai jihadisti nella Siria martoriata dalla guerra in quanto sono perpetrate sotto l’egida politica della Turchia, storico alleato Nato con cui anche le autorità di fede differente da quella islamica vogliono mantenere proficue relazioni.

Nell’ottobre 2019, infatti, i capi religiosi cristiani ed ebrei si riunirono con quelli musulmani per pregare per i soldati turchi impegnati nell’invasione del Rojava (il Nord Est della Siria) decisa dal presidente Recep Tayyip Erdogan, sarcasticamente denominata “Peace Spring”, fonte di pace. L’operazione militare non solo ha causato una recrudescenza degli attacchi dell’ISIS, da sempre in contatto con l’intelligence di Ankara MIT, ma ha consolidato il clima di violenze quotidiane, finalizzato alla sostituzione etnica, nell’enclave a maggioranza curda di Afrin, In questo clima di attacchi quotidiani sovente sono stati colpiti anche membri della comunità cristiana in Siria.

 

PANICO IN MOZAMBICO, ATTENTATO IN SUDAN

Lo scorso 8 marzo il Papa ha nominato vescovo della Diocesi di Rumbek (Sud Sudan), Padre Christian Carlassare, Missionario Comboniano italiano. Nella notte fra il 25 e il 26 aprile il religioso è stato raggiunto da diversi colpi di arma da fuoco esplosi da soggetti non ancora identificati. Gli elementi raccolti da Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) lasciano intendere che si sia trattato di un attacco deliberato e pianificato ai danni della missionario comboniano che si sarebbe dovuto insediare il 23 maggio prossimo. Mons. Carlassare è stato colpito alle gambe e lasciato in una pozza di sangue, ma la sua vita non è in pericolo. La diocesi di Rumbek, situata nel centro della nazione, è stata priva di un vescovo dal luglio 2011, dalla morte di un altro comboniano italiano, mons. Cesare Mazzolari.

Padre Christian Carlassare, il missionario combinano vittima di un attentato in Sud Sudan

«Il panico è diffuso» fra la popolazione e vi è timore di nuovi attacchi da parte di gruppi terroristici, anche a Pemba, capoluogo della provincia mozambicana di Cabo Delgado, secondo quanto riferisce ad Aiuto alla Chiesa che Soffre Don Kwiriwi Fonseca, componente del team della Comunicazione della diocesi di Pemba, in Mozambico.

«Ogni volta che sente uno sparo, o un qualsiasi scambio di colpi d’arma da fuoco», anche se provenienti «dai campi di addestramento dell’esercito, la gente entra immediatamente nel panico e corre fuori dalle case. Per questo il governo, le ONG e la Chiesa dovranno parlare intensamente e costantemente di pace e sicurezza, perché c’è veramente molta paura», spiega il sacerdote.  Questo è quanto si verifica anche nella stessa Pemba, la principale base delle forze di sicurezza governative dell’intera regione. Il terrore descritto da Don Fonseca trasforma ogni movimento inusuale, ogni suono più forte del solito, ogni colpo isolato in un attacco imminente.

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Se questo accade quando si ha il solo timore di un attacco è facile comprendere cosa si verifica quando l’aggressione è effettiva, come è accaduto lo scorso 22 aprile. «Fin dal primo attacco – il più violento, il 24 marzo – le notizie sono giunte in maniera frammentaria, ma il 22 aprile quattro persone sono state uccise e altre sequestrate». A quasi un mese dall’attacco verificatosi a Palma, nell’estremo nord, la città al centro del megaprogetto di sfruttamento del gas naturale offshore, la medesima città è stata ancora una volta teatro di una grave aggressione. «Il governo non si è ancora manifestato, anche se diverse persone hanno confermato che, sì, ci sono stati degli attacchi», racconta il sacerdote.

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La guerra non dichiarata da parte di gruppi armati affiliati all’ISIS ha sconvolto quest’area del nord Mozambico. Il conflitto, dall’ottobre 2017, ha causato circa 2.500 vittime e oltre 750.000 sfollati. La Chiesa è impegnata nel tentativo di aiutare la popolazione costretta alla fuga e ora totalmente dipendente dalla solidarietà e dal sostegno altrui. Don Kwiriwi Fonseca, nel descrivere gli attuali bisogni della popolazione, è lapidario: «Qui manca tutto».

 

RAGAZZINE RAPITE E STUPRATE IN PAKISTAN PER MATRIMONI FORZATI

Resta invece gravissimo il fenomeno dei rapimenti di ragazzine cristiane minorenni da parte dei musulmani in Pakistan che nella maggior parte dei casi riescono a farla franca dopo aver stuprato ripetutamente le fanciulle fino a metterle incinta, costringendole poi a convertirsi all’Islam per legittimare l’unione con un matrimonio “riparatore”.

Per questo è stato formalizzato il pacchetto di progetti che vede fianco a fianco la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) e la Commissione Cattolica per la Giustizia e la Pace del Pakistan (CCJP). L’atto riguarda la campagna di protezione delle minorenni e delle giovani donne appartenenti alle minoranze religiose, anzitutto quella cristiana.

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Padre Emmanuel (Mani) Yousaf, direttore della CCJP, recentemente aveva affermato che «una delle sfide più evidenti è il recente aumento dei casi di sequestro, matrimonio e conversioni forzati. Questo fenomeno, sebbene non sia nuovo, ha subito un’accelerazione nel recente passato a causa della mancanza di leggi adeguate e dell’assenza dell’applicazione delle misure di sicurezza esistenti allo scopo di proteggere le giovani minorenni e le donne appartenenti alla comunità delle minoranze religiose».

Leggi come il Child Marriage Restraint Act, in vigore nel Sindh dal 2014 con lo scopo di prevenire i matrimoni di ragazze rapite tramite il limite minimo di età fissato a 18 anni, non ha impedito ai tribunali di favorire i sequestratori, com’è accaduto nel caso di Huma Younus, rapita quando aveva solo 14 anni. Basandosi su di una sentenza della Corte Suprema relativa ai matrimoni fra musulmani, i giudici Muhammad Iqbal Kalhoro e Irshad Ali Shah nel febbraio 2020 hanno stabilito che Huma si sarebbe convertita all’Islam e, avendo avuto il primo ciclo, il matrimonio con il presunto rapitore Abdul Jabbar era da considerarsi valido.

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L’iniziativa assunta dalla CCJP con il sostegno di ACS prevede l’assistenza legale alle vittime, il confronto con i responsabili politico-istituzionali a vari livelli e una campagna per sensibilizzare la pubblica opinione sul dramma appena descritto.

«Alla CCJP stiamo documentando e monitorando i casi di sequestro, matrimoni e conversioni forzati che si sono verificati ai danni di ragazze minorenni, cristiane e hindu, e ai danni di donne adulte», spiega in un colloquio con ACS il direttore Yousaf. «La pressione dei gruppi estremisti sui tribunali, l’atteggiamento fazioso della polizia, il timore di rappresaglie da parte del rapitore, il conseguente stigma costringono spesso le vittime a fare dichiarazioni a favore dei propri sequestratori», prosegue Padre Mani. «La CCJP ritiene che per avviare e dare efficacia al cambiamento sia necessario impegnarsi a livello nazionale e internazionale per far sentire la propria voce, per domandare che lo Stato compia azioni adeguate» e nel contempo per lanciare «un pubblico appello affinché si legiferi».

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Secondo il Pakistan’s Movement for Solidarity and Peace, ogni anno circa 1.000 ragazze e donne cristiane e hindu di età compresa fra i 12 e i 25 anni vengono sequestrate. Secondo la stessa organizzazione, tuttavia, a causa del deficit di denunce e dei problemi sperimentati con le forze di polizia l’ordine di grandezza del dramma potrebbe essere di gran lunga superiore.

«ACS segue già da tempo, e cioè sin dal rapimento di Huma Younus, il dramma di questa adolescenza violata, in particolare attraverso il sostegno all’assistenza legale delle vittime», commenta Alessandro Monteduro, direttore di ACS Italia. «Per conferire maggiore efficacia alla nostra azione abbiamo deciso di collaborare con la Commissione Cattolica per la Giustizia e la Pace del Pakistan, con l’auspicio che questo dramma sia internazionalmente riconosciuto e le vittime adeguatamente tutelate», conclude Monteduro.

Carlo Domenico Cristofori
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MAIN SOURCES

GOSPA NEWS – REPORTAGES SUI CRISTIANI PERSEGUITATI

AIUTO ALLA CHIESA CHE SOFFRE – I DOSSIER SUI CRISTIANI PERSEGUITATI

FIDES – SACERDOTE UCCISO IN NIGERIA

FIDES – ASSALTO A VILLAGGIO CRISTIANO IN NIGER DOPO IL RAMADAN

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Fabio Giuseppe Carlo Carisio

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