LA CATTURA DI DIABOLIK – 2. SISDE di Mori, Carabinieri e Finanzieri Bloccati per Anni dai PM nella Caccia al Latitante Mafioso Messina Denaro

LA CATTURA DI DIABOLIK – 2. SISDE di Mori, Carabinieri e Finanzieri Bloccati per Anni dai PM nella Caccia al Latitante Mafioso Messina Denaro

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di Fabio Giuseppe Carlo Carisio

AGGIORNAMENTO DEL 19 LUGLIO 2023

Ergastolo Confermato al Super Latitante

Ergastolo per Matteo Messina Denaro. Il boss è stato condannato perchè accusato di essere uno dei mandanti delle stragi del ’92. La sentenza è stata emessa dalla Corte d’Assise D’Appello di Caltanissetta, presieduta dal giudice Maria Carmela Giannazzo, dopo circa sei ore di camera di consiglio.

La Corte, nel giorno del 31esimo anniversario della strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, ha così accolto la richiesta avanzata dal procuratore generale Antonino Patti, che al termine della sua requisitoria aveva chiesto per l’ex superlatitante la conferma della condanna di primo grado, emessa il 21 ottobre 2020, quando Messina Denaro era ancora latitante.


ARTICOLO DEL 18 APRILE 2023

IL GIP DI PALERMO: “INCREDIBILE INSUCCESSO DELLE INDAGINI”

Il Gip di Palermo Alfredo Montalto, nell’ordinanza di custodia cautelare che ha disposto il carcere per Laura Bonafede, figlia del boss di Campobello e donna di Matteo Messina Denaro ha fatto riferimento a scoperte “sconcertanti”, riferisce il Giornale di Sicilia.

Dall’inchiesta del Ros risulta che la donna abbia frequentato il boss, anche soprannominato Diabolik o U Siccu, per anni durante la latitanza e abbia anche convissuto con lui in certi periodi. «Quel che disorienta è che in tutto questo lunghissimo arco temporale la tutela della latitanza di Messina Denaro è stata affidata, non a soggetti sconosciuti ed inimmaginabili, bensì ad un soggetto conosciutissimo dalle forze dell’ordine e cioè a quel Leonardo Bonafede da sempre ben noto, oltre che come reggente della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, soprattutto per la sua trascorsa frequentazione ed amicizia con i[ padre di Messina Denaro», sottolinea il gip chiedendosi, nemmeno tanto tra le righe, come la Bonafede, intercettata dalla polizia almeno fino a due mesi prima della cattura del capomafia, abbia potuto beffare gli investigatori.

Secondo il giudice le indagini «mettono in luce l’incredibile ed inspiegabile insuccesso di anni ed anni di ricerche in quella ristretta cerchia territoriale compresa tra Castelvetrano e Campobello di Mazara, costantemente setacciata e controllata con i più sofisticati sistemi di intercettazioni e di videosorveglianza di tutti i luoghi strategici che, tuttavia, come oggi si è scoperto, non hanno impedito che il più ricercato latitante del mondo potesse condurre, in quegli stessi luoghi e per molti anni (almeno ventisei), una «normale» esistenza senza neppure nascondersi troppo, ma anzi palesando a tutti il suo viso riconoscibile (almeno per i tantissimi che lo avevano conosciuto personalmente)».

Il Giudice delle Indagini Preliminari Alfredo Montalto

«Come ciò sia potuto accadere, si ripete, appare al momento inspiegabile e non privo di conseguenze», continua il gip, secondo il quale ci sono ancora covi da trovare. «La cura quasi maniacale del latitante – scrive nell’ordinanza – nella annotazione di qualsiasi accadimento della sua vita, nella tenuta di diari e quaderni in cui trascriveva anche commenti, non può fare dubitare dell’esistenza di materiale di ben altra importanza sugli affari criminali di Messina Denaro custodito in altri covi non ancora individuati (e di cui, peraltro, v’è già traccia in alcune delle corrispondenze tra il latitante e Laura Bonafede che pure mostra di conoscerli)».

IL TARDIVO REPORTAGE “LA CATTURA DI DIABOLIK – 2”

Le pesantissime parole del giudice Montalto ci inducono a sbloccare la nostra inchiesta ferma da mesi…

Le sue parole riecheggiano fino al Palazzo dei Marescialli di Roma, la sede del Consiglio Superiore della Magistratura che dovrebbe verificare le violazioni delle toghe invece che insabbiarle come avvenuto nel caso del PalamaraGate, con la stessa stentorea veemenza con cui il verdetto del Tribunale di Caltanissetta del Borsellino quater definì l’inchiesta sulla strage di via D’Amelio “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”.

I lettori più attenti si saranno accorti che sono trascorse settimane dalla pubblicazione della prima inchiesta dal titolo “La Cattura di Diabolik” in riferimento ai troppi misteri che permangono sulla latitanza di Matteo Messina Denaro, finito in carcere quando ormai è moribondo e necessita di terapie sanitarie quotidiane.

Ciò non è accaduto per la mancanza di materiale in quanto ne ho già archiviato abbastanza per scrivere un libro sugli intrighi tra politica italiana, massoneria, mafia e servizi segreti.

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Ho esitato nel dare seguito alla prima puntata perché il primo articolo non ha suscitato l’interesse sperato sebbene la miseranda situazione di corruzione dell’Italia sia strettamente correlata alla dittatura politica della cultura mafiosa.

Ho avuto la percezione che si sia la rassegnazione generale sia al predominio della mafia dal Sud al Nord della penisola che al malaffare che sta legittimando la tirannide finanziaria della Lobby delle Armi in Italia.

Gospa News, inoltre, sta patendo una censura furibonda a tatti i livelli: sui social da cui siamo stati eternamente bannati (Facebook, Linkedin e YouTube), sui pochi media di mainstream che ci avevano dato un minimo risalto nella battaglia sui vaccini pericolosi ma persino su siti di contro-informazione che finita l’emergenza pandemica si nutrono prevalentemente di gossip.

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Infine ho esitato perché mi è mancata un poco la temerarietà in quanto ero consapevole che se avessi scritto questa puntata n. 2 avrei dovuto poi concludere il ciclo almeno con la n. 3 in cui, per rispetto verso alla verità e alla giustizia, sarò costretto a fare il solito nome potente che aleggia dietro ogni intrigo tra politica, massoneria, mafia e servizi segreti in Sicilia…

Se trovo il coraggio di scrivere ora non è solo per le nuove esplosive considerazione del giudice Montalto, ma soprattutto perché LO DEVO al Nostro Generale (dal titolo del docufilm RAI) Carlo Alberto Dalla Chiesa che è stato ammazzato proprio dalle connivenze tra Uomini di Stato e Mafiosi.

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Ciò avvenne ben prima che qualche magistrato intravedesse nella normale gestione di un informatore-infiltrato la fantasiosa trattativa Stato-Mafia per mettere all’angolo un altro generale, Mario Mori, poi prosciolto da ogni accusa dopo essere stato lordato dal fango giudiziario e mediatico quale “premio” per aver arrestato il superboss Totò Riina in collaborazione con il Capitano Ultimo.

L’INCHIESTA DEL SISDE GUIDATO DAL GENERALE MORI 

Oggi parleremo di indagini e arresti che non sono avvenuti nei confronti dei complici del superlatinante Messina Denaro bensì proprio nei riguardi di quei militari dei Carabinieri, della Finanza e del servizio segreto del SISDE guidato dallo stesso Mori che stavano cercando di rintracciare e ammanettare il cosiddetto Diabolik di Cosa Nostra.

C’è un filo rosso che lega tutti i grandi delitti. Un unico progetto politico…scrisse Rocco Chinnici, Giudice – Capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo ucciso da Cosa Nostra il 29 luglio 1983 nel primo attentato perpetrato con un’autobomba.

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Partiamo da questa teoria che è divenuta certezza dopo gli agguati dinamitardi a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino con tecniche militari di cui è altamente esperto il controspionaggio americano della Central Intelligence Agency (CIA) che fin dal 1943 arruolò i mafiosi per lo Sbarco degli Alleati in Sicilia ed è stato ripetutamente sospettato di sfruttare il traffico di droga tra Palermo e le Americhe per ricavare i fondi neri necessari alle operazioni più infami.

Ci basti citare la stranissima collaborazione tra il leader della guerriglia venezuelana Juan Guaidò, supportato da USA e CIA, e alcuni Narcos paramilitari della Colombia, riserva della cocaina di ‘Ndrangheta e Cosa Nostra. Ma non divaghiamo…

Cominciamo dalla vicenda forse più eclatante: quella sull’attività di indagine del generale Mori del SISDE. Certi di non possedere la verità in un ginepraio di misteri e contraddizioni ci limitiamo a riferire le deposizioni processuali in relazione al personaggio chiave di ben due differenti indagini interrotte misteriosamente.

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«Già dal 2004 parlai all’allora procuratore di Palermo, Piero Grasso , del rapporto che il Sisde aveva avviato con Antonio Vaccarino per arrivare alla cattura di Messina Denaro e per individuare la rete di imprenditori a lui vicini. Si era pensato a Vaccarino, come tramite per giungere all’arresto del capomafia in virtù delle relazioni che c’erano tra i due» dichiarò Mori nell’udienza del 18 aprile 2020 in un processo per favoreggiamento alla mafia contro l’ex sindaco di Castelvetrano, come riferito da AntiMafia 2000.

L’ex capo del SISDE depose imputato di reato connesso dopo la condanna in primo grado a 12 anni nel processo per la Trattativa Stato mafia e prima della sua assoluzione giunta  il 23 settembre 2021, rimessa in discussione proprio in questi giorni dalla richiesta dalla Procura Generale della Cassazione di rifare il processo. 

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Prima di analizzare il ruolo di Vaccarino va sviscerato quello di Mori che ha spaccato media e magistratura tra colpevolisti e innocentisti sul presunto famigerato accordo per il tramite dei mafisio Vito Ciacimino, ex Sindaco di Palermo fatto arrestare da Giovani Falcone, e suo figlio Massimo.

Per i Carabinieri finiti sotto processo Ciancimino era solo una “sorta di agente sotto copertura” per la Procura di Palermo una sorta di mezzano nella trattativa per fermare il periodo stagista.

Gospa News, pubblicando i retroscena dell’informativa Caronte sviluppata proprio dal ROS di Palermo nel 1992 quando era guidato da Mori, ha già evidenziato l’anomala e frettolosa archiviazione di quell’inchiesta su appalti, politica, mafia e massoneria e pertanto, fino a prova contraria, non ha motivo di dubitare della buona fede del generale dell’Arma.

Per il semplice motivo che l’informativa Caronte era stata coltivata e condotta con segretezza dagli investigatori del Raggruppamento Operativo Speciale siciliano dei Carabinieri proprio per il volere di due eroi e martiri nella lotta contro la mafia come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, come poi confermato dal Procuratore Nazionale Antimafia Grasso in un’audizione parlamentare.

L’INTERRUZIONE DEI RAPPORTI CON L’INFILTRATO

Acclarato questo punto fondamentale di partenza ci affidiamo alla deposizione di un altro ufficiale della Benemerita per cogliere l’importanza di Vaccarino.

Davanti ai giudici del Tribunale di Marsala, nel maggio 2020 fu sentito anche il colonnello dei carabinieri Giuseppe De Donno che, come riferito ancora da AntiMafia 2000, ha ricostruito il tentativo di riuscire a catturare il Messina Denaro tramite il rapporto epistolare instaurato con l’ex sindaco e collaboratore del Sisde che si faceva chiamare in codice Svetonio. 

«Facendo leva sui rapporti che Vaccarino aveva intrapreso nel corso della sua vita, noi riuscimmo a far inviare una prima lettera a Messina Denaro. Non riferimmo il nome della fonte Vaccarino. Al dottor Grasso (l’allora procuratore di Palermo Pietro Grasso – ndrfu illustrato l’intero contesto che era necessario sia per la cattura che per scoprire tutti il circuito a cui era collegato anche per il reimpiego delle somme. Grasso autorizzo’ l’attivita’ di cui avremmo dovuto costantemente informarlo. Nel frattempo, Grasso divenne procuratore nazionale antimafia. Poi, consegnammo tutto cio’ che avevamo raccolto in questi due anni di attività».

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«La Procura, però, sulla base di sue valutazioni – ha aggiunto De Donno – decise che i rapporti con il Vaccarino andassero interrotti, non volevano trattarlo né come fonte confidenziale né come testimone, e fu indagato disvelando la sua posizione. Nel luglio 2006 l’ultima attività. La procura ci disse di consegnare tutto alla polizia. Se si fosse continuato, non si sa cosa sarebbe accaduto».

L’ex ufficiale del Ros ha poi osservato: «Non è facile entrare in contatto con un latitante come Messina Denaro. Abbiamo cercato di penetrare nell’affidabilità del latitante e ci siamo soffermati su colui al quale veniva consegnato il pizzino. Soprattutto perché non volevamo rischiare di bruciare l’intera filiera, anche perché Vaccarino si dimostrò affidabile. La prima risposta di Matteo Messina Denaro è dell’ottobre 2004. Noi supportammo ulteriormente Vaccarino come fonte investigativa, però questa valutazione fu diversa dalle esigenze della Procura e si decise di non proseguire, in parte non so se danneggiando la cattura di Messina Denaro».

E’ davvero una curiosa coincidenza che proprio mentre il Gip di Palermo Alfredo Montalto punta il dito contro l’insuccesso delle indagini sulla latitanza di Diabolik, con ogni probabilità determinata anche dall’interruzione dei rapporti tra i Carabinieri e Vaccarino (il cui ruolo fu svelato persino dai media per la solita fuga di notizie tanto da meritarsi le minacce del boss latitante), presso la Procura Generale di Cassazione riprenda vigore la volontà di fare un nuovo processo a Mori e Dedonno…

LA CONDANNA DEL CARABINIERE PER FUGA DI UN’EMAIL INUTILE

Altrettanto curiosa è la vicenda del tenente colonnello della Dia (Dipartimento Investigativo Antimafia), Marco Alfio Zappalà, che, su delega della Procura di Caltanissetta, svolse alcune indagini poi confluite nel processo sui mandanti delle stragi di Capaci e via D’Amelio in cui Matteo Messina Denaro fu condannato all’ergastolo in primo grado, quando era ancora latitante.

Il processo di Appello si sta svolgendo proprio in questo periodo tra i rocamboleschi colpi di scena sul cambio degli avvocati difensori d’ufficio del boss, sempre assente dall’aula.

Mentre la giustizia procede a rilento per la strategica melina processuale del latitante ora in carcere fu spedita nel condannare lo stesso Zappalà a quattro anni (luglio 2020) proprio per un episodio riferito alla gestione dell’informatore Svetonio, ovvero l’ex Sindaco di Castalvetrano Tonino Vaccarino.

Il Tenente colonnello della DIA Marco Alfio Zappalà

Entrambi furono arrestati il 16 aprile del 2019 assieme all’appuntato Giuseppe Barcellona (addetto alle intercettazioni della compagnia di Castelvetrano, che ha patteggiano un anno di pena), accusati di aver fatto circolare un’intercettazione riservata, che poi Vaccarino recapitò a una persona indagata per associazione mafiosa.

Nella ricostruzione del complesso episodio, legato a una e-mail che lo stesso Zappalà non ricorda di aver inviato ma ha definito “falsa email”, ci affidiamo alle illuminanti conclusioni del collega Egidio Morici dal titolo “Castelvetrano e l’enigma Vaccarino/4. Messina Denaro, la guerra tra procure” pubblicato su TP24 nel 2019.

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«L’impressione che questi arresti possano rappresentare una guerra tra procure si fa sempre più concreta» affermò il giornalista dopo un’attenta disamina dei fatti che concentriamo in una sua domanda-risposta.

«Si tratta di intercettazioni che contengono elementi rilevanti sui luoghi frequentati dal boss? La risposta è no – scrisse Morici –  Si tratta infatti soltanto di parte di una conversazione tra due persone indagate (Ciro Pellegrino e Sebastiano Parrino) che parlano dei funerali del collaboratore di giustizia Lorenzo Cimarosa, curati dall’agenzia funebre di Vincenzo Santangelo (ce ne siamo occupati nelle “puntate” precedenti). L’altra parte del dialogo tra i due, emerge “invece dall’intera lettura del verbale di trascrizione” depositato agli atti. Quello sì che appunto conterrebbe “lunghi ed espliciti riferimenti ai luoghi – anche in Paesi esteri – ove Matteo Messina Denaro starebbe trascorrendo la propria latitanza”».

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«Questo passaggio dell’ordinanza di custodia chiarisce incontrovertibilmente la vicenda: “Agli investigatori appariva da subito evidente che le quattro fotografie trasmesse dallo Zappalà al Vaccarino via e-mail riproducevano solo la prima parte della conversazione, riguardante esclusivamente i riferimenti a Vincenzo Santangelo e ai funerali di Lorenzo Cimarosa”. I riferimenti ai luoghi della latitanza non vengono invece riportati, per ragioni di segretezza investigativa.  Ma siccome l’intercettazione è del 13 gennaio 2017, possiamo ragionevolmente ipotizzare che comunque non sia servita molto a catturare Messina Denaro».

Conclusione? Un altro Carabiniere che indagava sulla latitanza di Diabolik fu azzoppato mentre U Siccu rimase ancora uccel di bosco…

PROCURATORE DELL’ANTIMAFIA STOPPATO, CONDANNATO E ASSOLTO

 «La vicenda sembra, come dicevamo, avere a che fare con una sorta di guerra tra procure» prosegue l’articolo di TP24 che fa riferimento a un episodio ancor più clamoroso…

Il caso Zappalà, infatti, ricorda a Morici «ciò che è accaduto a Maria Teresa Principato, ex procuratore aggiunto della Dda di Palermo, condannata proprio nell’aprile scorso a 40 giorni (pena sospesa) dal gip di Caltanissetta con l’accusa di “rivelazione di segreti inerenti ad un procedimento penale” perché nel corso di una telefonata svelò ad un appuntato di polizia giudiziaria della Guardia di Finanza, applicato alla sua segreteria, l’esistenza di un’indagine a suo carico (Calogero Pulici), processato insieme a lei (ma poi assolto) perché accusato di “accesso abusivo ad un sistema informatico”».

Il magistrato Maria Teresa Principato già nella Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) oggi in pensione

Dopo la condanna, il magistrato aveva commentato al Fatto Quotidiano: «Io non so quale sia la ratio di queste indagini e quali siano le vere e autentiche motivazioni. Di certo tutto parte da Palermo. Gli atti sono partiti da Palermo e poi Caltanissetta ha fatto queste indagini intercettando Pulici e quindi anche la mia telefonata».

Il magistrato fu poi assolto come il militare delle Fiamme Gialle ma è importante rammentare cosa accadde…

LA BUONA PISTA MASSONICA E IL NOTEBOOK SCOMPARSO

Sembra che il finanziere Pulici avesse avuto delle informazioni importanti sul latitante, quando ad un certo punto, il suo notebook e due pendrive sparirono nel nulla. I dispositivi avevano al loro interno tutti gli atti segreti sulle indagini segrete su Matteo Messina Denaro.

Secondo la ricostruzione fornita dall’investigatore i dispositivi in questione erano nella stanza del magistrato. Pulici denunciò la sparizione di “un computer portatile da 10 pollici” e “due pendrive da 1 giga ciascuna” rammentò un media siciliano dopo l’arresto del latitante Diabolik.

Il militare delle Fiamme Gialle che affidò il suo racconto al libro Matteo Messina Denaro, latitante di Stato“ di Marco Bova, fece dure dichiarazioni colme di amarezza al quotidiano Il Giorno.

«Chi ha indagato su di me era perfettamente a conoscenza del mio rapporto di collaborazione con i magistrati con cui ho collaborato anch’essi prima indagati poi assolti» disse Pulici facendo riferimento all’allora procuratore di Trapani, Marcello Viola, e l’ex aggiunto di Palermo Teresa Principato, come lui prosciolti dall’accusa di rivelazione di segreto d’ufficio e accesso abusivo a sistema informatico.

IL BOSS LATITANTE ARRESTATO PER CURARSI A SPESE DEGLI ITALIANI. Troppi Gialli sull’arresto di Matteo Messina Denaro Malato di Tumore

 

Come aggiunse TP24, la stessa Principato, nel giugno del 2012 stava per catturare Messina Denaro. L’operazione fu stoppata da un blitz in cui arrestarono 49 persone nella provincia di Agrigento. Blitz che, secondo il magistrato, non doveva essere eseguito: Leo Sutera (tra gli arrestati) avrebbe infatti potuto condurre al latitante Diabolik.

«Si doveva decidere – scrive la Principato – se stoppare un’indagine su Messina Denaro che proseguiva da circa due ani o procedere a un fermo per mafia ed estorsione ad Agrigento».

Chi come noi ha già ricostruito alcuni intrighi internazionali – che sveleremo a tempo debito – tra il Delitto Moro, gli attentati a Falcone e Borsellino, l’informativa Caronte dei Carabinieri del ROS di Palermo e infine il PalamaraGate sa con certezza che più di una toga non ha la coscienza pulita sulla latitanza di Messina Denaro.

E tra questi non c’è certamente la dottoressa Principato che per prima ha chiamato in causa il ruolo pesante della massoneria trapanese di cui parleremo nella prossima inchiesta…

«Le mie indagini furono ostacolate, pensai non lo volessero prendere. La pista di Leo Sutera e quella massonica erano buone, lasciai la città per la rabbia» ha dichiarato di recente a La Stampa.

Fabio Giuseppe Carlo Carisio
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GOSPA NEWS – DOSSIER GIUSTIZIA – MAFIA

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Fabio Giuseppe Carlo Carisio

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