IL GIUDICE ARRESTATO PER L’AFFARISTA DEI RENZI

INCONTRI PERICOLOSI TRA PM, RE DEGLI OUTLET
EX MINISTRO LOTTI, NEI GUAI PER LE SPIATE CONSIP,
E PADRE DELL’EX PREMIER: INTRIGHI DI FAMIGLIA 
CHE SFIORANO ANCHE CSM, CASA BIANCA E CIA

___di Fabio Giuseppe Carlo Carisio ___

L’arresto del magistrato Antonio Savasta, molto più di quello del suo collega Michele Nardi, non è soltanto uno degli episodi di corruzione nei palazzi di giustizia che purtroppo si ripetono in Italia con troppa frequenza rispetto al resto dell’Occidente. E’ l’epifenomeno di un sistema giudiziario ormai gravemente malato che necessita di una cura d’emergenza. L’inchiesta nei confronti dell’ex pm di Trani, accusato di aggiustare o insabbiare le indagini in cambio di soldi – come il collega destinatario di Rolex d’oro e diamanti – ma anche per ottenere coperture politiche ai suoi guai penali, comincia da accertamenti su attentati esplosivi nellì’entroterra pugliese, si snoda attraverso lucrose attività imprenditoriali e relative false fatturazioni per milioni di euro, giunge nei palazzi di giustizia dove le indagini su tali reati sarebbero state occultate, e chiama in causa direttamente un sottosegretario della Repubblica e indirettamente persino un componente del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm).

ARRESTATI DUE GIUDICI IN UN INTRECCIO DI AFFARI, POLITICA, GIUSTIZIA

I magistrati Michele Nardi e Antonio Savasta

L’intera inchiesta ha avuto origine da una serie di attentati dinamitardi avvenuti nel 2015 a Canosa di Puglia, ai danni di un discount, finito nel mirino del clan Piarulli-Ferraro di Cerignola, una delle roccaforti dell’emergente e sempre più potente organizzazione camorristica Società Foggiana, ed è stata sviluppata per competenza dalla Procura della Repubblica di Lecce nelle persone dei pm Leonardo Leone de Castris e Roberta Licci per le implicazioni di magistrati allora in servizio a Trani e quindi nel distretto di Corte d’Appello di Bari. Nel corso delle indagini sono emersi sconcertanti e loschi mercimoni tra toghe e imprenditori, tali da configurare i reati di associazione per delinquere, corruzione in atti giudiziari e falso a carico di 18 indagati tra cui Savasta (giudice a Roma già pm a Trani) e Nardi (pm a Roma e già Gip a Trani) che hanno disvelato anche un intreccio di relazioni quantomeno pericolose intorno ai familiari ed agli alfieri politici dell’ex premier Matteo Renzi. I nomi del padre Tiziano, e dei deputati del Pd Luca Lotti, ex ministro e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, e Giovanni Legnini, sottosegretario all’Economia e poi vicepresidente del Csm, compaiono infatti negli interrogatori dell’imprenditore da cui sono partiti gli accertamenti culminati nelle ordinanze di custodia cautelare in carcere per i due magistrati (e un poliziotto). Si tratta del magnate degli outlet Luigi Dagostino, arrestato il 13 giugno scorso per false fatturazioni, e coinvolto, in un altro procedimento, per l’analogo reato costato il rinvio a giudizio ai genitori dell’ex premier, Tiziano Renzi con la moglie Laura Bovoli. Quest’ultima è sotto accusa in qualità di amministratrice di quella società toscana di promozione e distribuzione Eventi 6 srl implicata in svariate inchieste per bancarotta fraudolenta ma anche in quella per riciclaggio di soldi provenienti da una fondazione americana in cui opera un senatore Dem, già consulente sulla sicurezza dell’ex presidente Usa Barack Obama e molto vicino al direttore della Cia. Per Lotti, chiamato in causa per un incontro col magistrato Savasta in cerca di un favore, è stato chiesto il rinvio a giudizio per favoreggiamento nel caso Consip, la centrale acquisti della pubblica amministrazione italiana che gestisce appalti milionari per la fortnitura di servizi ed è una spa controllata al 100 % è il Ministero dell’Economia e delle finanze, per favoreggiamento in quanto accusato di aver informato a vario titolo gli indagati della società che c’erano indagini su di loro. Una vicenda minimizzata dal successore di Legnini al Csm, il vicepresidente David Ermini, amico di famiglia dei Renzi nonché ex deputato e responsabile Giustizia del Pd, sulla cui nomina si spaccò persino il Plenum del supremo organo di sorveglianza sulla magistratura. Ecco quindi in poche righe una fitta trama di connessioni che spaziano dagli affari illeciti agli ambienti giudiziari e politici, fino a lambire persino Csm, Casa Bianca e servizi segreti Usa.

 

DA ANNI PROCESSI E INCHIESTE SUL MAGISTRATO DI TRANI

L’ex pm di Trani poi giudice a Roma Antonio Savasta

Per comprendere in quale situazione di gravissimo dissesto versa la giustizia italiana basta rammentare l’inchiesta appena avviata dalla Procura di Messina sul comportamento di alcuni magistrati sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio dove perse la vita Paolo Borsellino con gli agenti della sua scorta (processo in corso al Tribunale di Caltanisetta per tre poliziotti) ma anche soltanto la storia giudiziaria dello stesso pm Savasta, già condannato, inquisito e trasferito dal Csm al Tribunale di Roma: trasferimento avvenuto proprio dopo alcuni incontri politici dei quali riferisce l’ordinanza di custodia cautelare a suo carico firmata dal Gip del Tribunale di Lecce, Giovanni Gallo, e come ben evidenziato da alcuni giornali Il Fatto Quotidiano e Il Secolo XIX. «La Corte di Appello di Lecce ha confermato nella tarda mattinata di ieri (28 marzo 2017) la condanna a 2 mesi di reclusione (pena sospesa e non menzione) per falso nei confronti dell’ex pm di Trani Antonio Savasta, nei mesi scorsi trasferito come giudice a Roma – scriveva il Corriere del Giorno – Si tratta di uno dei procedimenti penali relativi alla trasformazione di una antica masseria di Bisceglie in resort di lusso. Il Procuratore Generale della Corte di Appello di Lecce aveva in udienza chiesto la conferma della sentenza di primo grado. L’accusa di falso riguarda l’aver falsamente dichiarato dinanzi ad un notaio in due diverse occasioni (nel 2009 e nel 2010) di non aver fatto costruire una piscina, per la cui realizzazione sarebbe stata necessaria specifica autorizzazione edilizia». Ma come rimarcano i giornalisti del quotidiano romano quello non fu l’unico guaio giudiziario conseguente a quella tenuta per la quale lo stesso pm tranese fu citato a giudizio in seguito al provvedimento di «imputazione coatta del collega Savasta per truffa aggravata, appropriazione indebita, esercizio arbitrario delle proprie ragioni» emesso del Gip del Tribunale di Lecce, Vincenzo Brancato, nel novembre 2012. Una vicenda tortuosa come il procedimento giudiziario che l’ha fatta emergere: «Tutta “colpa” della bella masseria nelle campagne di Bisceglie, comprata nel 2005 insieme all’imprenditore barlettano Giuseppe Di Miccoli, ma intestata solo al magistrato per motivi fiscali. La storia della società – scive nel dicembre 2012 Il Giornale – raccontata da questo quotidiano a marzo 2011, finisce male. Nonostante in una scrittura privata, su carta intestata della procura di Trani e firmata da Savasta a giugno 2006, il pm si impegnasse a vendere all’imprenditore la quota già peraltro pagata (circa 400mila euro), nei fatti Di Miccoli si ritrova nel giro di pochi anni fuori dalla società, e anche dalla masseria. Savasta sostiene, in barba alla sua stessa scrittura privata, che i soldi incassati dall’ex amico erano solo un prestito. E dona la masseria ai fratelli, con un atto in cui i vani dell’immobile risultano moltiplicati rispetto alla compravendita di pochi anni prima. Di Miccoli non ci sta, e denuncia il pm a Lecce, procura competente per Trani». Una questione d’affari finita al centro delle indagini che però, per ben due volte, indussero la Procura leccese, fino al 2017 guidata dal procuratore Cataldo Motta, a chiedere l’archiviazione: fu il Gip, su sollecitazione delll’imprenditore sedicente vittima, dopo sostanziose prove raccolte dai carabinieri, ad opporsi, vestendo così i panni della pubblica accusa ed intimando la citazione a giudizio per la toga pugliese.

 

IL TRASFERIMENTO A ROMA DECISO DAL CSM

Il Palazzo dei Marescialli sede del Csm a Roma

Il pm Savasta rimase comunque al suo posto e si diede da fare per trovare un palazzo di giustizia per lui più tranquillo. Ed è qui che entrerebbe in gioco il ruolo di mediatore del magnate dell’outlet tra il magistrato e la politica, come evidenzia chiaramente il dettagliato reportage de Il Fatto Quotidiano. «Sarebbe stato il padre dell’ex presidente del Consiglio a combinare l’incontro tra l’imprenditore toscano Luigi Dagostino, l’allora pm di Trani Antonio Savasta e l’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio avvenuto a Palazzo Chigi il 17 giugno 2015. Interrogato nell’aprile 2018, Dagostino riferì di aver chiesto a Tiziano Renzi di incontrare Lotti perché il pm Savasta aveva in mente un disegno di legge sui rifiuti a Roma – scrive Il Fatto Quotidiano del 14 gennaio – In realtà, secondo quanto emerso dall’inchiesta della procura di Lecce che ha portato all’arresto dello stesso Savasta, chiese a Dagostino quell’incontro perché aveva procedimenti disciplinari e penali a suo carico e voleva trasferirsi a Roma. In cambio, non indagò mai Dagostino nell’ambito dell’indagine per false fatturazioni per circa 5-6 milioni di euro relative proprio alle sue imprese. Sul punto Lotti è stato successivamente sentito due volte, ad aprile e a maggio 2018: le sue risposte sono state viziate da almeno cinque “non ricordo”, per esempio sui presenti a quell’incontro e sul motivo della loro visita a Palazzo Chigi. L’ex pm Savasta, ora in servizio al Tribunale di Roma, era interessato ad ottenere un trasferimento o un incarico che gli consentisse di allontanarsi dalla procura di Trani – riporta ancora Il Fatto Quotidiano – Lo rileva il gip Giovanni Gallo nell’ordinanza che ha portato alle misure cautelari e nella quale si sottolinea che Savasta, “consapevole della pendenza a suo carico sia di procedimenti disciplinari” che “penali”, “aveva “urgente necessità di allontanarsi al più presto da Trani e ottenere un incarico a Roma, incarico rispetto al quale l’incontro con Lotti aveva una specifica connessione strumentale”. Dopo Lotti, Savasta chiederà e otterrà nel dicembre 2016 un altro incontro a Dagostino: quello con Giovanni Legnini, all’epoca vicepresidente del Csm ed ex sottosegretario all’Economia sotto il governo Renzi. Mentre era ancora pendente a suo carico il procedimento disciplinare». “Risulta evidente – scrive il gip nell’ordinanza in merito all’incontro con Lotti – che Dagostino fissò questo appuntamento a Savasta su richiesta di quest’ultimo, così procurandogli un’indebita utilità”. Ma nel frattempo il magistrato oggi arrestato avrebbe continuato ad occuparsi delle indagini sulle fatture false in cui l’imprenditore Dagostino “emergeva quale figura principale nell’organizzazione dell’illecita condotta e che neppure venne mai indagato da Savasta, grazie ad un continuo susseguirsi di omissioni e di iniziative volte a sviare l’attività di indagine con il precipuo scopo di favorire Dagostino” rileva ulteriormente il gip leccese. Quale peso abbiano avuto questi colloqui del magistrato arrestato coi politici dovrà stabilirlo la magistratura: resta il fatto che Savasta fu effettivamente trasferito a Roma dal Csm (delibera del Plenum del 18-1-2017) come da lui richiesto «al fine di rimuovere la eventuale situazione di incompatibilità» dopo una precedente dura istanza del Procuratore Generale di Cassazione.

 

LE INDAGINI SOSPETTE A TRANI E LE TANGENTI AL MAGISTRATO

La Procura della Repubblica del Tribunale di Trani dove sono avvenuti i reati dal 2014 in poi

Alla luce degli arresti di ieri è sconvolgente leggere il segnale di allarme per inchieste sospette lanciato due anni orsono dal Procuratore della Cassazione e, in virtù delle procedure ultragarantiste per le toghe, culminato in un semplice trasferimento. «Il pg della Cassazione Pasquale Ciccolo ha chiesto alla Sezione disciplinare del Csm di trasferire in via cautelare il pm di Trani Antonio Savasta. Si tratta di uno dei due magistrati della procura di Trani (l’altro è il sostituto Luigi Scimè) su cui la Prima Commissione del Csm ha già aperto la procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale e funzionale.
In una serie di esposti giunti al Csm i due magistrati vengono vengono accusati di far parte di una «rete di conoscenze» (con avvocati, appartenenti alle forze dell’ordine, amministratori locali e imprenditori) che influenzerebbe le indagini – scriveva la Gazzetta del Mezzogiono nel novembre 2016 – In particolare Savasta è indicato come componente di questa rete, anche per i suoi legami familiari: il fratello avvocato civilista (un cui «socio occulto» avrebbe ottenuto incarichi rilevanti in municipalizzate), un cugino commercialista e ed un altro avvocato, che esercitano nel territorio della Procura di Trani. E si richiamano vicende giudiziarie che lo hanno riguardato e procedimenti tuttora pendenti per fatti avvenuti a Trani. Vicende che – a quanto si è appreso – sarebbero alla base anche della richiesta del Pg, che sarà discussa il 22 novembre prossimo, a porte chiuse, dalla Sezione disciplinare del Csm». Il legale cui si allude nell’articolo è probabilmente l’avvocato tranese Ruggiero Sfrecola, ora interdetto all’attività per un anno, ed emerso come intermediario tra Savasta e l’imprenditore dei discount nell’impianto accusatorio della Procura di Lecce che ha portato agli arresti corroborati dal sequestro preventivo agli indagati di capitali che superano complessivamente i due milioni di euro. Al magistrato Michele Nardi sono stati sequestrati beni per 672mila euro tra cui un orologio Daytona Rolex d’oro e diamanti, a Savasta ricchezze per quasi 490mila euro, al poliziotto Vincenzo Di Chiaro (arrestato anch’egli) e all’avvocata barese Simona Cuomo (interdetta come il collega) somme pari a 436mila euro. All’imprenditore fiorentino Dagostino (arrestato in precedenza) e a Sfrecola altri 53mila euro. «Secondo quanto contenuto nell’ordinanza, l’avvocato Sfrecola riceveva dall’imprenditore Luigi Dagostino, re degli outlet ed ex socio di Tiziano Renzi e Laura Bovoli soldi da dividere con Savasta che stava appunto indagando per false fatturazioni relative proprio alle imprese di Dagostino e che avrebbe poi aggiustato le indagini a suo favore, commettendo “plurimi atti contrari ai doveri d’ufficio” – scrive ancora Il Fatto Quotidiano – L’ordinanza ricostruisce quelle che vengono ritenute quattro tangenti: in data 8 maggio 2015 la prima da 20mila euro. Altri 25mila il 21 dello stesso mese. Da ultimi, altri 8mila euro in due tranche consegnati a inizio 2016. Ma appunto, non c’erano solo i soldi. Savasta, secondo i pm, voleva sfruttare le conoscenze politiche dell’imprenditore Dagostino per ottenere il trasferimento a Roma. Dagostino che riuscirà a fargli incontrare sia Luca Lotti che, come già scritto, anche Giovanni Legnini, all’epoca vicepresidente del Csm ed ex sottosegretario all’Economia sotto il governo Renzi».

 

L’EX MINISTRO LOTTI NEI GUAI PER AFFARI SOSPETTI E RIVELAZIONI

L’ex ministro Luca Lotti ad un evento a Valdarno “scortato” dall’onorevole David Ermini

Come riferisce sempre Il Fatto Quotidiano l’attuale deputato Dem, Luca Lotti, ex ministro e braccio destro di Matteo Renzi quale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, quando venne interrogato nella primavera 2018 dai pm affermò di non ricordare quell’incontro a Palazzo Chigi del giugno 2015, “Ho una conoscenza superficiale di Antonio Savasta – spiegava Lotti ai magistrati – sicuramente me l’hanno presentato ma non ricordo chi né in quale occasione”. L’ex ministro Pd disse di non ricordare l’argomento dell’incontro ma “di regola Dagostino mi parlava di suoi interessi a Firenze e delle sue attività riguardanti il the Mall e sul fatto che voleva costruire un centro commerciale in Puglia a Fasano”. Negò peraltro – a specifica domanda del pm – di essere a conoscenza di “interessi” dello stesso Tiziano Renzi nel Mall a Fasano. “Non ricordo – sottolineò Lotti – se Savasta mi chiese qualcosa per sé perché non ricordo bene come si svolse tale incontro”. Non è la prima volta negli ultimi mesi che il sottosegretario di fiducia di Renzi viene convocato dalla magistratura per un suo ruolo quantomeno torbido nelle relazioni tra politica, affari sospetti e giustizia come conferma l’evoluzione del procedimento giudiziario sulle presunte soffiate agli indagati del caso Consip. «La procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per 7 persone – ha scritto Repubblica il 14 dicembre 2018 – Tra loro c’è anche l’ex ministro dello Sport e attuale deputato del Pd, Luca Lotti, accusato di favoreggiamento. Gli altri sono l’ex comandante generale dell’Arma, Tullio Del Sette, per rivelazione del segreto d’ufficio, il comandante della Legione toscana dei carabinieri, Emanuele Saltalamacchia, per favoreggiamento, l’ex carabiniere del Noe e oggi assessore alla sicurezza di Castellammare di Stabia, Gianpaolo Scafarto, accusato di aver “truccato e depistato” l’inchiesta per “incastrare” Tiziano Renzi, padre dell’ex segretario del Pd, Matteo. Proprio per Renzi senior il procuratore Giuseppe Pignatone, l’aggiunto Paolo Ielo e il pm Mario Palazzi hanno chiesto l’archiviazione perché “non vi sono elementi per sostenere un suo contributo nel reato” di traffico illecito di influenze».

 

TIZIANO RENZI A GIUDIZIO PER COLPA DI DAGOSTINO

Tiziano Renzi, padre dell’ex premier Matteo

Ma se Tiziano Renzi può tirare un sospiro di sollievo per il suo proscioglimento a Roma rimane in seri guai a Firenze proprio per alcune presunte false fatturazioni pagate dall’imprenditore dei discount Dagostino che oggi ha inguaiato l’ex pm Savasta. Isieme alla moglie Laura Bovoli dovrà comparire il 4 marzo 2019 davanti al Tribunale di Firenze per rispondere di fatturazioni per operazioni inesistenti riguardanti la consulenza ritenuta gonfiata per l’ampliamento dell’outlet The Mall di Rignano sull’Arno dove ha sede la Eventi 6 che, per poche pagine di progetti, insieme all’altra società di famiglia Party, avrebbe ricevuto una somma spropositata. Il Gup di Firenze, Silvia Romeo, su richiesta dei pm Christine von Borries e Luca Turco, ha infatti rinviato a giudizio i due coniugi per il reato di emissioni di fatture false da 140 mila e 20 mila euro, insieme all’imprenditore Luigi Dagostino, amministratore della società Tramor Srl, che pagò i 160mila euro e ora deve rispondere anche di truffa. Ad inchiodare i tre ci sarebbero proprio le parole dello stesso Dagostino registrate in un’intercettazione: «Lo so benissimo che questo è un lavoro che valeva al massimo 50-60-70 mila euro. Ma se tu me ne chiedi 130 e sei il padre del presidente del Consiglio mi posso mettere a discutere con te e chiederti di farmi lo sconto?». I legali dei tre imputati si dicono comunque sicuri della loro innocenza come dichiarato al Corriere della Sera. «Dimostreremo nel successivo giudizio l’assoluta insussistenza della tesi accusatoria – spiega Alessandro Traversi, legale di Dagostino – ci sono solo incongruità delle fatture che in quanto tali, se la prestazione è stata pagata, non sono false come ha stabilito la Cassazione». Secondo l’avvocato dei Renzi, Federico Bagattini: «La migliore dimostrazione che le fatture erano regolari perché relative a prestazioni realmente effettuate – spiega – sta nel fatto che sono già in corso i lavoro di realizzazione del progetto a cui le fatture si riferiscono. Lavori che per l’udienza del 4 marzo forse saranno già conclusi». Tutt’altro che concluse, invece, le inchieste per bancarotta…

 

INCHIESTE A RAFFICA PER BANCAROTTA FRAUDOLENTA

Tiziano Renzi con la moglie Laura Bovoli entrambi sotto processo a Firenze

Quella non è la sola indagine che ruota intorno agli affari della società della famiglia Renzi Eventi 6 srl. Sono ben tre le inchieste avviate dalla magistratura a Firenze e Cuneo che vedono indagata l’amministratrice Laura Bovoli, madre dell’ex premier. Come riporta La Verità, la prima è collegata alle indagini sul fallimento della Delivery service, una cooperativa nata nel 2009 con sede legale presso Confocooperative (le coop bianche) in piazza San Lorenzo 1 a Firenze. Nel decreto di perquisizione era specificato che gli investigatori erano alla ricerca di eventuali collegamenti tra questa coop, la Europe service srl e la Eventi 6 e la Marmodiv. Proprio nella Delivery infatti transitarono amministratori coinvolti con un altro crack di una società satellite del mondo imprenditoriale dei Renzi. «Nel 2010 diventa socio della Delivery anche l’ allora settantenne piemontese Gian Franco Massone. In realtà è solo il prestanome del figlio Mariano (nato a Genova nel 1971) e nello stesso anno l’anziano genitore fa la testa di legno anche per l’ acquisto a prezzo di saldo di quello che resta dell’ azienda di famiglia dell’ ex premier Matteo, la Chil post srl. Prima di fallire la Delivery viene utilizzata sia dalle aziende dei Renzi che da quelle di Massone junior» scrive Giacomo Amadori sul quotidiano La Verità rievocando la vicenda Chil Post srl, la società di distribuzione di pubblicità e giornali con sede a Genova per la cui bancarotta fraudolenta fu indagato lo stesso Tiziano Renzi. La Chil era stata dichiarata fallita il 7 febbraio 2013, tre anni dopo il passaggio di proprietà dal padre del premier ad Antonello Gambelli e Mariano Massone (entrambi invece già a processo per la vicenda). Il padre dell’ex premier era stato accusato di bancarotta fraudolenta per 1,3 milioni di euro in quanto il curatore fallimentare aveva ravvisato alcuni passaggi sospetti nella cessione di rami d’azienda ‘sani’ alla Eventi 6, società intestata alla moglie, Laura Bovoli, per poco più di 3000 euro, cifra non ritenuta congrua. Ma il pm Marco Airoldi aveva chiesto l’archiviazione per Tiziano Renzi ritenendolo estraneo al crack anche dopo un supplemento di indagini disposte dal Gip Roberta Bossi che aveva respinto la prima istanza di archiviazione accogliendo poi quella successiva per il totale proscioglimento di Renzi senior. La moglie Laura Bovoli è invece ancora nei guai in udienza preliminare davanti al Gip del Tribunale di Cuneo per il crack della Direkta srl, una società fallita nel 2014 che distribuiva volantini per conto della società Eventi 6, accusata di aver emesso alcune note di credito fasulle per occultare lo stato di dissesto patrimoniale dell’altra azienda. Nel mirino della Guardia di Finanza della Polizia Economica di Firenze e del procuratore aggiunto Luca Turco è finita anche la cooperativa Marmodiv che ha sede a Rignano sull’Arno negli stessi uffici della Eventi 6 e, secondo gli inquirenti, sarebbe una società satellite in cui le decisioni strategiche sarebbero state prese da Tiziano Renzi e Andrea Conticini, marito di Matilde Renzi, sorella dell’ex premier, come emerso da riscontri  testimoniali riferiti da un articolo di Amadori su La Verità del 16 dicembre 2018 e da una denuncia presentata lo scorso ottobre alla Gdf di Prato, riportata in anteprima da Gospa News (vedi link a fondo pagina), in merito a fatturazioni sospette, sparite prima di una perquisizione dei militari delle Fiamme Gialle ma conservate da un dipendente Marmodiv e consegnate all’avvocato Carlo Taormina nel timore, ora realtà, di un’improvvisa chiusura della cooperativa. Proprio oggi, martedì 15 gennaio, infatti presso la Sezione Fallimentare del Tribunale di Firenze si è tenuta l’udienza inerente l’istanza di fallimento della Marmodiv depositata non dai creditori bensì dalla stessa Procura della Repubblica: i giudici si sono riservati la decisione in merito entro 15 giorni. Dalle confidenze fatte dal dipendente della cooperativa all’autore della denuncia di Prato, Alessandro Maiorano, da costui registrate durante le telefonate ed allegate all’esposto, sarebbe proprio Andrea Conticini il “deus ex machina” della Marmodiv ora amministrata da sconosciuti che la magistratura ritiene essere teste di legno.

 

IL DENARO ARRIVATO DALLA FONDAZIONE DEL CONSULENTE DI OBAMA

L’ex presidente degli Usa Barack Obama accanto all’ex premier Matteo Renzi a Roma nel marzo 2014

Ma il valzer di affari sospetti intorno alla Eventi 6 della famiglia Renzi non termina qui. Oltre 6,6 milioni di dollari destinati ad attività di assistenza di bambini africani sarebbero transitati sui conti privati di Alessandro Conticini, fratello maggiore di uno dei cognati di Matteo Renzi, e utilizzati in gran parte per cospicui investimenti immobiliari e in misura minore (per circa 250 mila euro) per l’acquisto di quote di alcune società della famiglia Renzi o di persone ad essa vicine. E’ su questa ipotesi di reato per appropriazione indebita che ha indagato la Procura di Firenze scontrandosi con lo scoglio delle mancate querele presentate dalle due fondazioni Unicef e Operation Usa per una violazione al codice penale derubricata di recente proprio dal Governo Gentiloni sostenuto dal Pd guidato da Matteo Renzi. Nell’inchiesta, condotta sempre dal pm Luca Turco, è indagato il già citato Andrea Conticini,  marito di Matilde Renzi, sorella dell’ex presidente del Consiglio, è indagato per riciclaggio, per aver acquistato, a nome del fratello Alessandro, quote di partecipazioni in tre società: tra cui quelle della Eventi 6 per 133 mila euro. Soldi provenienti dai versamenti fatti sui conti della organizzazione umanitaria Play Therapy Africa di Alessandro Conticini da Unicef e da Fondazione Pulitzer, attraverso l’altra organizzazione no-profit Operation Usa. E’ davvero sorprendente la curiosità di scoprire, come rivelato in anteprima da Gospa News (link articolo sotto), che tra gli amministratori di quest’ultima fondazione americana siede il senatore Dem, Gary Hart, braccio destro dell’ex presidente Usa Barack Obama in qualità di vicepresidente del Comitato Consultivo sulla Sicurezza Nazionale (Homeland Security Advisory Council), uno degli Uffici Esecutivi di maggiore importanza strategica della Casa Bianca. Un ruolo che Hart ha ricoperto dal 2009 al 2011 quale vice del presidente di diritto dell’ Homeland Security Advisory Council: ovvero il direttore della Cia, la Central Intelligence Agency, i servizi segreti a stelle strisce, allora diretti dal politico dem Leon Edward Panetta. Coincidenze quantomai sospette se si rammenta che la nomina di Matteo Renzi a Presidente del Consiglio, fu battezzata proprio dall’immediata ed improvvisa visita di Obama in Italia: il 28 febbraio 2014 il giuramento del premier, il 27 marzo la visita del presidente Usa. Ovviamente per l’ex premier Renzi, voluto e sostenuto da due presidenti della Repubblica Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, entrambi del Partito Democratico, non vale la logica giudiziaria applicata per Arnaldo Forlani, Bettino Craxi, Silvio Berlusconi e altri politici illustri del “non potrva non sapere”.

Fabio Giuseppe Carlo Carisio
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L’INTRIGO UNICEF-FAMIGLIA RENZI PORTA AD OBAMA

RENZI-LEAKS: DOSSIER ESCLUSIVO

TOGA ROSSA LA TRIONFERÀ…

FONTI

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/14/corruzione-arrestati-i-magistrati-savasta-e-nardi-misura-interdittiva-per-dagostino-lex-socio-di-tiziano-renzi/4896407/

http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2019/01/14/ADd5eimD-arrestati_magistrati_poliziotto.shtml

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/15/corruzione-gip-in-cambio-dellincontro-con-lotti-pm-non-indago-dagostino-lui-fissai-la-riunione-tramite-tiziano-renzi/4896821/

https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/home/826809/pg-di-cassazione-al-csm-trasferite-il-pm-di-trani-savasta.html

http://www.ilgiornale.it/news/interni/quella-masseria-magica-pm-indagato-truffa-862532.html

http://www.ilcorrieredelgiorno.it/l-ex-pm-savasta-della-procura-di-trani-condannato-in-appello/

http://www.ilcorrieredelgiorno.it/lex-pm-di-trani-savasta-a-giudizio-per-la-masseria-magica/

https://www.repubblica.it/cronaca/2018/12/14/news/consip-214267158/

 

 

 

 

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