USA-IRAN: NESSUNA PROVA DI SABOTAGGI ALLE PETROLIERE ARABE

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AL JAZEERA, NETWORK DEL QATAR SUNNITA,
DUBITA DELLE ACCUSE AGLI SCIITI DI TEHERAN
PER GLI INCIDENTI ALLE NAVI NEL GOLFO PERSICO: 
WASHINGTON CERCA LA SCUSA PER BOMBARDARE.
DRONI HOUTI COLPISCONO RAFFINERIE DI RYADH
DOPO L’ATTACCO CON 8 MORTI FATTO DAI SAUDITI

___di Fabio Giuseppe Carlo Carisio ___

In Siria gli attacchi chimici inventati dall’ong dei White Helmets, gestita da un ex agente segreto militare britannico e complice in molte operazioni dei miliziani di Al Nusra, discendenti di Al Qaeda, furono persino diffusi da un filmato della Cnn poi smentito dalla Bbc e giustificarono la pioggia di un centinaio di missili Tomahawk intorno ad Aleppo.

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In Venezuela sono avvenuti più di 150 attacchi cibernetici partiti dagli Usa alla rete elettrica (ed anche fisici a quella idrica con infiltrazioni di petrolio nelle condotte dell’acqua potabile) ma i media occidentali li hanno completamente ignorati o hanno riferito di incidenti secondo la tesi del golpista Juan Guaidò, aspirante presidente a Caracas con l’appoggio di Washington.

VENEZUELA SOTTO ATTACCO

Ora che una petroliera norvegese si ritrova con una falla nello scafo, di piccolissima entità tanto da non metterne a rischio il galleggiamento ma solo impedirne la navigazione di lungo raggio, i giornalisti d’Europa puntano subito il dito contro l’Iran esattamente come facevano con il governo siriano di Bashar Al Assad per l’attacco chimico di Douma rivelatosi una clamorosa fake news.

 

MISTERIOSI SABOTAGGI NEL GOLFO PERSICO

«L’Iran ipotizza che gli attacchi petroliferi siano orchestrati per scatenare il conflitto» scrive chiaramente il network Al Jazeera che ha sede nel Qatar, paese legato ai Fratelli Musulmani contrapposti ai Wahabiti sauditi pur essendo della stessa confessione islamica Sunnita, e perciò non ha molti motivi per giustificare gli antagonisti musulmani Sciiti di Teheran ma il reportage di Zaheena Rasheed mette in evidenza un’unica certezza: è stata diffusa la foto di una falla nella poppa della petroliera della Norvegia Andrea Victory ma nessuna immagine dei presunti danni patiti da altre tre navi cisterna di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

 

 

 

 

 

Prima di entrare nel dettaglio della vicenda sono necessarie tre premesse. In primo luogo Al Jazeera ha sede in Qatar dove, ad Al Udeid, c’è la più grande base dell’Us Air Force e dove una settimana fa sono atterrati i bombardieri giganti B 52 inviati dalla Casa Bianca nel Golfo Persico insieme a numerosi missili Patriot (terra-aria) ed al gruppo d’attacco della portaerei Abrahm Lincoln per presunti allarmi della intelligence americana circa eventuali sabotaggi in quelle acque dell’Oceano Indiano. E’ pertanto assai probabile che lo stesso network arabo, più volte diffusore in anteprima della propaganda di Al Qaeda e Isis, nutra la seria preoccupazione per le conseguenze di un eventuale conflitto tra gli Usa e l’Iran che potrebbe innescare rappresaglie anche sul Qatar come sul Bahrein dove a Manama c’è il porto funzionale alla Quinta Flotta dell’Us Navy.

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In secondo luogo va ricordato che lo scorso 2 maggio è scaduta la deroga concessa dagli Usa a otto paesi importatori del petrolio iraniano nonostante l’embargo imposto a Teheran per il ritiro dal trattato sul nucleare abbandonato dagli stessi Usa che, come con la Corea del Nord, pretendono di imporre restrizioni sulla fabbricazione delle armi senza voler fare una minima rinuncia nella propria politica di armamento che alimenta ben 15 holdings statunitensi tra le prime 30 del mondo come fatturato. Pertanto ogni cliente dell’Iran è ora a rischio di sanzione. Inoltre non va dimenticato che, come dimostrato da Gospa News in un reportage sugli azionisti del mercato delle armi, la Banca di Norvegia è azionista di ben 6 multinazionali della difesa e perciò in ogni eventuale conflitto esterno al proprio paese avrebbe molto più da guadagnare che da perdere.

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Accertato ciò vediamo cosa scrive Al Jazeera sul “buchetto” in una petroliera che potrebbe innescare la Terza guerra del Golfo. «Domenica scorsa, gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato che quattro navi commerciali al largo della costa di Fujairah, uno dei più grandi hub di navi cisterna del mondo, “sono state sottoposte a operazioni di sabotaggio” – scrive Zaheena Rasheed sul website di Al Jaxeera – Non ci sono stati “feriti o morti a bordo delle navi” o “sversamenti di sostanze chimiche o carburante dannosi”, ha dichiarato il Ministero degli Affari Esteri degli Emirati Arabi Uniti. I funzionari hanno identificato le navi danneggiate come le petroliere saudite Al-Marzoqah e Amjad, la nave cisterna norvegese Andrea Victory e una chiatta degli EAU, la A Michel. I proprietari di Andrea Victory, Thome Group, hanno riferito che un oggetto sconosciuto ha colpito la petroliera sopra la linea di galleggiamento, provocando un buco nello scafo. “La nave non corre il rischio di affondare”».

Andrea Victory, la petroliera norvegese con una falla nello scafo

«Il ministro per l’energia saudita, Khalid al-Falih, ha detto che l’attacco alle petroliere saudite si è verificato alle 6 del mattino (10:00 GMT) di domenica e ha causato “danni significativi alla struttura delle due navi” – aggiunge il network arabo – Gli Emirati Arabi Uniti hanno pubblicato una foto del danno alla petroliera battente bandiera norvegese, ma non hanno fornito prove di danni alle navi saudite e degli Emirati».

 

LA TESI DEL SABOTAGGIO SENZA PROVE

Anwar Gargash, ministro di stato degli Emirati Arabi Uniti per gli affari esteri, ha definito gli atti “sabotaggio deliberato”. Il ministero degli Esteri degli EAU ha definito il sospetto attacco “uno sviluppo pericoloso”, e al-Falih, il ministro saudita dell’energia, ha affermato che gli “attacchi di sabotaggio” miravano a “minare la libertà della navigazione marittima e la sicurezza delle forniture di petrolio ai consumatori. nel mondo “. «Funzionari statunitensi senza nome, citati da Reuters e The Associated Press, hanno identificato l’Iran come un sospettato principale – aggiunge Al Jazeera – Ma i funzionari non hanno fornito alcuna prova per sostenere la denuncia».

Funzionari iraniani hanno invece espresso preoccupazione, affermando che i presunti attacchi potrebbero essere stati effettuati da terzi per far scoppiare il conflitto tra Washington e Teheran. Alcune ore dopo gli incidenti, Abbas Mousavi, portavoce del ministero degli Esteri iraniano, ha dichiarato che sono “allarmanti e deplorevoli”. Ma ha anche richiesto il «chiarimento delle proporzioni esatte dell’incidente» ed ha lanciato un avvertimento «contro le trame di malintenzionati per interrompere la sicurezza regionale».

MEDIORIENTE & TERRE DI GUERRE

La teoria del complotto si innesta nelle continue schermaglie tra Usa ed Iran che ha più volte minacciato di chiudere alla navigazione lo Stretto di Hormuz, crocevia di un terzo del petrolio commerciato via mare ma per le leggi internazionali collocato in acque territoriali iraniane. Le minacce di Teheran si sono ovviamente fatte più esplicite dopo che Washington ha emesso le sanzioni contro il paese sciita e contro i suoi acquirenti di petrolio. Tra questi ci sono Cina, India, Turchia, Giappone e Sud Corea che non temono più di tanto le sanzioni Usa e per tale motivo la Casa Bianca può essere interessata a creare un embargo non solo tramite sanzioni economiche ma anche tramite un controllo militare che potrebbe trovare giustificazione nei presunti sabotaggi.

 

LO SCONTRO TRA SAUDITI E SCIITI IN YEMEN E ARABIA

Le stazioni petrolifere di Saudi Aramco nella periferia di Ryadh oggetto degli attacchi dei droni

Ad aggravare le tensioni c’è stato ieri, martedì 14 maggio, l’attacco di droni contro le stazioni petrolifere fuori dalla capitale saudita Ryadh che sarebbe stato effettuato dagli Houti, la minoranza etnica sciita che controlla lo Yemen occidentale e la capitale Sana’a. Il bombardamento con razzi ha causato un incendio e danni minori in una stazione di pompaggio, ha detto al-Falih in una dichiarazione. Va ricordato che nello Yemen è in atto da anni una feroce guerra condotta dall’Arabia Saudita con l’appoggio militare degli Usa fino a qualche mese fa con regalie di armamenti (prima dell’uccisione del giornalista islamico Jamal Kashoggi, opinionista del Washington Post, nel consolato saudita di Istanbul) ma probabilmente ancora oggi con sostegno logistico grazie alla base militare Camp Lemonnier in Gibuti posta sull’altra riva del Mar Rosso e distante solo 30 km in linea d’aria dalla costa yemenita.

Gli Houti sono infatti sostenuti dai fratelli sciiti dell’Iran e nelle politiche Usa, alleati dei Sunniti Wahabiti del Regno dell’Arabia Saudita, rappresentano una potenziale minaccia anche quando dormono… L’attacco alle stazioni petrolifere di Ryadh fa seguito alla strage compiuta dalle milizie dell’Arabia sabato 11 maggio.

Come ha infatti riportato l’agenzia Reuters da Dubai: «Le forze di sicurezza saudite hanno ucciso otto persone durante un’operazione nella regione orientale di Al-Qatif, prevalentemente sciita, ha riferito oggi l’agenzia di stampa di stato (Spa). La provincia di produzione petrolifera è un punto di incontro regolare tra il governo dominato dai sunniti e gli sciiti delle minoranze che si lamentano di discriminazione ed emarginazione. L’operazione è avvenuta sull’isola di Tarout, appena fuori dalla città di Qatif, e ha preso di mira una nuova “cellula terrorista”, ha detto SPA in una dichiarazione, aggiungendo che non ci sono vittime tra civili e poliziotti. I servizi di sicurezza sauditi effettuano regolarmente operazioni nell’area, con varie vittime causate durante le operazioni a gennaio e settembre».

YEMEN: MISSILE SAUDITA MASSACRA BIMBI IN OSPEDALE

Questo è purtroppo il mondo islamico lacerato da lotte fratricide tra Sciiti e Sunniti derivanti dagli scontri a sangue iniziati coi primi eredi del profeta Maometto. Angosciante, tremendo e vergognoso che la civiltà degli Stati Uniti d’America sfrutti queste lotte intestine per poter conquistare nuove risorse nei paesi produttori di petrolio e nutrire la macchina delle multinazionali delle armi costruita per rendere ancora più ricchi i milionari dell’alta finanza.

Fabio Giuseppe Carlo Carisio
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FONTI

AL JAZEERA 

REUTERS

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