ITALIA MAFIA X-FILE: Dagli atti parlamentari la storia dei milioni dati dall’affarista di Riina a Mattarella: assolto per “modica quantità”…

ITALIA MAFIA X-FILE: Dagli atti parlamentari la storia dei milioni dati dall’affarista di Riina a Mattarella: assolto per “modica quantità”…
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Fu il pm Patronaggio. oggi paladino dei migranti
in perfetta sintonia con il Capo dello Stato,
a chiedere alla Camera di indagare sul contributo
presa dall’allora deputato democristiano:
troppo piccolo per giustificare una condanna…

“Poichè tuo rifugio è il Signore e hai fatto dell’Altissimo la tua dimora.
Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi.
Sulle loro mani ti porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede”
(Salmo 90 – Sacra Bibbia)

di Fabio Giuseppe Carlo Carisio

Vista la delicatezza del tema ho preferito invocare gli Angeli di Dio prima di scriverne per non inciampare in qualche offesa involontaria che non è nello spirito di questa storia di episodi…

“Il fatto non sussiste”. Oplà! Con quattro parole i giudici del Tribunale di Palermo rilasciarono il patentino di onestà all’allora deputato DC Sergio Mattarella spianandogli la fulgida strada verso il Quirinale. Ecco finalmente un documento integrale che fa un po’ di luce su una storia raccontata solo a brandelli nell’immenso archivio di Google.

Un cavillo giuridico lasciò senza macchia la fedina penale del commissario regionale scudocrociato. Da tale incarico si era dimesso proprio nel 1993 per affrontare la bolsa tempesta della Tangentopoli Siciliana, quando ormai i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano stati spazzati via con chili di tritolo e l’Informativa Caronte sui legami tra mafia, politica, imprenditoria e massoneria archiviata in gran fretta…

In una girandola di nomi che si rincorrono nella storia del paese, protervamente e sguaiatamente più mafioso del mondo, chi non aveva seguito nei dettagli il caso può scoprire quello del dottor Luigi Patronaggio, allora sostituto procuratore a Palermo ed oggi capo della Procura di Agrigento, tra i magistrati che firmarono la richiesta di procedere con le indagini per finanziamento illecito ai partiti approdata alla Camera dei Deputati il 9 agosto 1993.

Ebbene sì, la toga oggi paladina dell’accoglienza indiscriminata ai migranti, in perfetta sintonia anti-Salvini con l’attuale Presidente della Repubblica, fu tra coloro che chiesero l’autorizzazione al Parlamento per metterlo sotto inchiesta.

‘NDRANGHETA & MAFIA: I POLITICI ARRESTATI-PROCESSATI NEL 2019. E l’“autostrada” dei massoni…

I recenti arresti per collusioni tra mafia e politica che hanno fatto sobbalzare lo Stivale dalla Calabria al Piemonte riaccendono l’interesse storico, etico e sociale su una così bizzarra vicenda, sebbene sia ovviamente morta e sepolta sul piano giudiziario.

 

LA MAZZETTA DELL’AFFARISTA MAFIOSO DI MODICA QUANTITA’

Allora le investigazioni accertarono solo una mazzetta di buoni carburanti dal valore di 3milioni di vecchie lire, ovvero 1.500 euro. Dunque non ebbe gran peso nemmeno la circostanza inquietante che provenissero da un affarista del boss dei boss Totò Riina: risultò essere di “modica quantità” e pertanto ogni cupolosa ombra per magia svanì dagli orizzonti dell’onorevole Sergio Mattarella, esimio avvocato figlio dell’ex sottosegretario Bernardo, uomo d’onore autentico, quest’ultimo: per virtù politiche secondo i suoi molteplici elettori ed estimatori, per vizi di collusioni mafiose secondo le documentazioni di molti scrittori siciliani…

In un precedente reportage abbiamo narrato la storia del genitore originario di Castellamare del Golfo (Trapani) e iniziato alla politica a Palermo dal governo provvisorio angloamericano Amgot dopo lo sbarco degli alleati che furono aiutati nell’impresa dai boss americani Lucky Luciano e Vito Genovese sancendo l’occulto asse CIA-MAFIA forse persino peggiore, per le nefaste e longeve ricadute, di quello ROMA-BERLINO che giunsero a spezzare…

Lascio ora alla stringata memoria di Marco Travaglio, attinta da un editoriale del Fatto Quotidiano ripreso dal sito di Michele Santoro, il  compito di inquadrare rapidamente la vicenda: «Ai tempi di Tangentopoli finì a processo per un finanziamento illecito di Filippo Salamone, il costruttore di fiducia di Cosa Nostra. Salamone fu poi condannato per mafia e patteggiò la pena per tangenti a una sfilza di politici siciliani: confessò di avere finanziato Mattarella dandogli 40 milioni di lire in contanti e poi 10 milioni in buoni benzina per una campagna elettorale».

«Allora Mattarella si è ricordato: sì, l’ho incontrato, ma i milioni erano solo 3 milioni, in buoni benzina, e io li ho accettati. I giudici l’hanno assolto perché la legge puniva solo i finanziamenti in nero sopra i 5 milioni. Però non è che sia molto bello prendere tre milioni da un costruttore legato alla mafia» chiosa Travaglio.

Leonardo Sciascia vi avrebbe certamente ricavato un romanzo vista la sfolgorante carriera del protagonista da deputato della Democrazia Cristiana a vicepresidente del Consiglio con delega ai Servizi Segreti nel governo D’Alema con l’Ulivo (1998-1999), subito dopo ministro della Difesa (1999-2001), poi deputato del Partito Democratico, quindi Giudice costituzionale (2011-2015), per essere infine eletto Presidente della Repubblica.

Prima di addentrarci nel racconto premetto di non essere ancora riuscito a reperire la sentenza sul caso e pertanto lancio ai lettori o agli interessati l’appello a fornirla, insieme a qualsivoglia ulteriore documento, per completezza e totale imparzialità d’informazione.

Negli atti parlamentari sulla vicenda emergono già moltissimi dettagli davvero interessanti come la circostanza che il primo incontro tra l’affarista mafioso ed il cordiale Mattarella sarebbe avvenuto alla presenza del suo delfino Leoluca Orlando, di cui fu premuroso padrino politico nel candidarlo a Sindaco di Palermo…

Un episodio giuridicamente marginale in quanto privo di benché minima rilevanza penale ma assai curioso sotto il profilo politico. Con l’aiuto di fonti dell’epoca vediamo nei particolari come e perchè l’attuale inquilino del Colle finì sotto processo.

 

GLI AFFARISTI DEI BOSS IN MANETTE

«“Ho gestito 30 miliardi di tangenti in quattro anni, di cui la metà destinata ai politici e l’altra metà a Cosa Nostra”. Comincia così la confessione di Angelo Siino, l’ uomo che dentro Cosa Nostra aveva il ruolo di ‘ministro dei Lavori pubblici’ . Parole, le sue, che chiamano in causa i politici, gli imprenditori e i boss che per anni hanno gestito i grandi appalti in Sicilia e che ieri sono finiti nella grande retata dei carabinieri e della Guardia di finanza».

Angelo Siino detto “Bronson” per la somiglianza con l’attore

L’articolo proveniente dall’archivio di Repubblica porta la data del 5 ottobre 1997 e inquadra perfettamente la situazione descritta dal “pentito”: «Nella caccia all’ appalto, Siino aveva svolto il ruolo di “mediatore” per conto della mafia sin dagli anni ’80 e, nelle dichiarazioni fatte ai magistrati di Palermo, precisa che il suo referente politico, fino al 1986, era stato l’ eurodeputato dc Salvo Lima, ucciso in un agguato nel 1992. Poi le cose cambiarono, Lima fu ‘scavalcato’ e da allora Siino ebbe come referente l’ imprenditore Filippo Salamone con cui decideva la distribuzione degli appalti e le quote di denaro da riservare alla mafia, “a Salvatore Riina”, precisa».

Totò Riina, nel frattempo, era stato arrestato il 15 gennaio 1993 dal Capitano Ultimo, alias Sergio De Caprio, e dalla sua Sezione Crimor del Ros dei Carabinieri guidato dal colonnello Mario Mori. Dopo 24 anni di latitanza fu imputato e condannato quale mandante di varie stragi tra cui anche gli attentati dinamitardi ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Il capitano Ultimo, Sergio De Caprio oggi colonnello, e il superboss Totò Riina dietro le sbarre nel 1993

«Fin dal 1989 quest’ufficio avviava una serie di indagini volte a fare luce sul sistema della illecita gestione degli appalti in Sicilia. L’esito di tali indagini consentiva in un primo momento l’emissione di ordinanze di custodia cautelare in carcere da parte del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo nell’ambito del procedimento nei confronti di Angelo Siino ed altri per il reato di cui all’articolo 416-bis del Codice Penale nonché per reati di contro la pubblica amministrazione (turbativa d’asta eccetera)» rammentano invece i sei magistrati nella loro richiesta di autorizzazione a procedere nelle indagini nei confronti di Mattarella inserita dall’allora ministro della Giustizia Conso nel Doc. IV, n. 552 del 9 agosto 1993 della Camera dei Deputati.

«Venivano sviluppate altre investigazioni sulla Sirap spa, società a capitale pubblico, che risultava essere uno dei centri di principale interesse degli uomini legati al detto Siino. Le indagini portavano infatti ad evidenziat che la “Sirap spa” altro non era se non un’artificiosa costruzione giuridica volta a meglio controllare gli appalti pubblici in Sicilia» scrivono le toghe.

 

IL COMITATO D’AFFARI DI SALVATORE LIMA

«La Sirap, venne costituita agli inizi del 1983, dopo una serie di riunioni nella segreteria dell’ eurodeputato democristiano e negli studi professionali di altri influenti personaggi: un “comitato d’affari” che, in prima persona o insieme a Cosa Nostra, decideva a chi e in che modo dovevano essere assegnati gli appalti – riportava invece La Repubblica in un articolo del 28 maggio 1993 dal titolo “Era Salvo Lima il re di Mafiopoli” – Due anni di intercettazioni telefoniche con conversazioni tra Lima, altri politici (fino ad ora solo sfiorati dall’ indagine) e gli amministratori della Sirap, hanno confermato la tesi degli inquirenti. Nelle conversazioni e negli incontri si “studiavano” leggi e “leggine” sulla Sirap e sui finanziamenti pubblici, che invece di essere approvate nella loro sede naturale, l’ Assemblea regionale siciliana, venivano “deliberate” nella segreteria dell’ eurodeputato o negli uffici dei suoi più stretti collaboratori. Queste “deliberazioni” ottenevano poi l’ approvazione ufficiale delle forze politiche di maggioranza all’ Assemblea regionale siciliana.

Destinatario del provvedimento restrittivo insieme a Siina era stato anche il geometra Giuseppe Li Pera, capo-area per al Sicilia della “Rizzani de Eccher spa” di Udine che nel corso del successivo dibattimento processuale diventerà il grande pentito come riortò sempre il quotidiano romano in un successivo articolo.

Li Pera – scrivono invece sempre i magistrati nell’istanza alla Camera, «iniziava a dare un apprezzabile contributo all’intera attività investigativa descrivendo il sistema illecito di gestione lottizzatoria degli appalti, imperniato sul pagamento di “tangenti” ed all’interno del quale venivano applicate ben precise regole, con svolgimento di ben determinate funzioni da parte di politici, pubblici funzionari, imprenditori, progettisti, direttori dei lavori eccetera».

«L’apporto di Li Pera unitamente alle dichiarazioni nel frattempo rese da alcuni imprenditori, e la ulteriore collaborazione di altre persone, portava all’emissione, in data 25 maggio 1993, di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di esponenti mafiosi, ai quali veniva addebitata una concreta ingerenza in taluni appalti di opere pubbliche realizzate in Sicilia nonché nei confronti di imprenditori operanti in Sicilia e in ambito nazionale, ai quali veniva impuyato il reato di associazione per delinquere aggravata finalizzata alla monopolizzazione degli appalti pubblici» si legge sempre nella richiesta per procedere contro il deputato Mattarella.

 

LA RETATA E IL “CANTO” DI SALAMONE

«Da ieri Turi Lombardo (assessore regionale socialista – ndr), è in galera assieme agli imprenditori Filippo Salamone, Vincenzo Lodigiani, l’ amministratore delegato della Sirap Antonino Ciaravino (già fedelissimo dell’ ex leader repubblicano Aristide Gunnella), accusati assieme a Totò Riina e ad altri mafiosi di avere controllato gli appalti in Sicilia – riferì Repubblica all’indomani del blitz – E’ ancora latitante l’ imprenditore di Udine, Claudio De Eccher, ricercato con la pesante accusa di associazione mafiosa. Un altro importante capitolo delle 635 pagine del rapporto dei carabinieri del Ros su mafia e tangenti, è dedicato al “comitato d’ affari” costituito da imprenditori e politici nel quale avrebbe avuto un ruolo di primo piano l’ imprenditore agrigentino Filippo Salamone, con strettissimi rapporti con il deputato dc, Rino Nicolosi, ex presidente della Regione, raggiunto da un avviso di garanzia. E proprio grazie a questi strettissimi rapporti con Nicolosi, Salamone in poco meno di dieci anni avrebbe ottenuto e “distribuito” appalti per centinaia di miliardi».

L’imprenditore Filippo Salamone scomparso nel 2012

«Tra gli indagati posti in stato di custodia cautelare gli imprenditori Vincenzo Lodigiani, Filippo Salamone, e Claudio de Eccher, fornivano all’autorità giudiziaria un’importante e costruttuva collaborazione – si legge invece l’atto 552 della Camera dei Deputati – In particolare il Lodigiani ammetteva di aver dovuto pagare “tangenti” per lavorare nel settore degli appalti pubblici, sia alle segreterie amministrative nazionali dei due maggiori partiti di governo che ad uomini politici locali. Ammetteva inoltre l’esistenza di taluni imprenditori, come il coindagato Filippo Salamone, che avevano il ruolo, in sede regionale di mediare tra gli imprenditori e i politici per una sistematica spartizione degli appalti».

«Il Salamone, imprenditore di un certo livello in campo nazionale, avendo stabilito rapporti privilegiati con politici di notevole livello quali l’onorevole Calogero Mannino, più volte ministro della Repubblica e segretario regionale della DC, e l’onorevole Rosario Nicolosi, già presidente della Regione, si è proposto in Sicilia com uno dei soggetti “regolatori” della concorrenza fra gli imprenditori e come elemento di raccordo fra questi ultimi ed i politici per l’illecita gestione dei finanziamenti necessari alla realizzazione delle grandi opere. Egli per stessa ammissione, ha raccolto “tangenti” da imprenditori “collegati” e ha provveduto a riversarle a politici nazionali e regionali al fine di far convogliare finanziamenti, di superare lungaggini amministrative, di favorire un’impresa piuttosto che un’altra» è uno dei passi salienti del documento inviato dai magistrati a Monte Citorio.

L’ex ministro democristiano Calogero Mannino

Se già da indagato a piede libero Salamone aveva cominciato a “cantare” tutta la storia, dopo l’arresto l’imprenditore diventa davvero una gola profonda a cominciare dall’interrogatorio del 7 giugno 1993: «Poiché non è stato molto chiaro quanto da me dichiarato in ordine ai “ritorni” che io ricavavo dalle tangenti da me versate preciso quanto segue: 1) possibilità di avere informazioni circa le linee di programmazione di spesa regionale; 2) sollecitudine negli stanziamenti dei finanziamnti per opere ancora da realizzare, cui ero interessato: 3) agevolazioni nell’ottenere lo stanziamento di finanziamenti per compltamenti di opere a me già appaltate».

In pratica operava senza il minimo rischio d’impresa tipico di siffatta attività… «Le mie contribuzioni erano comunque parametrate alle quote di lavori pubblici da me acquisiti nella percentuale aggirantesi tra l’1,50 e il 2 per cento dell’importo dei lavori stessi».

Da dove uscivano le tangenti? Dai fondi neri creati con i proventi non fatturati per migliorie in alloggi di edilizia convenzionata Agrigento. I proprietari acquistavano la casa secondo i canoni di un progetto pubblico ma tutte le rifiniture extra le faceva la ditta dell’indagato senza emettere le relative fatture…

«Il Salamone, inoltre, nel frattempo ammesso agli arresti domiciliari – sottolineano i magistrati che premiarono la sua verbosità – nel riesaminare la documentazione dell’impresa (…) riusciva a ricostruire in modo più completo la rete di rapporti con imprenditori e politici».

Già il 5 aprile 1993 l’imprenditore catanese Giuseppe Costanzo aveva fatto spontanee dichiarazioni sul sistema coercitivo: «Dopo aver affermato che “per acquisire lavori pubblici bisogna pagare” e che “o si sottostà al ricatto o non si lavora” riferiva numerosi episodi di illecita manipolazione degli appalti da parte di uomini politici in cambio di tangenti con particolare riguardo – per i politici siciliani – all’onorevole Nicolosi».

 

LA CONFESSIONE: «50 MILIONI A MATTARELLA»

Anche il nome del deputato Sergio Mattarella, divenuto commissario regionale della DC dopo la uccisione del fratello Piersanti, presidente della Regione Sicilia, attribuita alla mafia tra molti misteri irrisolti, era già comparso nei verbali d’interrogatorio prima del blitz.

Il 21 aprile, infatti, Salamone aveva già accennato all’episodio di un contributo: «Altro uomo politico che ha goduto della mia stima è stato l’onorevole Sergio Mattarella al quale in occasione delle elezioni politiche del 1991 ho fatto pervenire un contributo di lire 50.000.00; tuttavia mi preme rilevare che il Mattarella benchè uomo politico impegnato nel rinnovamento è un soggetto che poco si è impegnato direttamente per favorire la spesa pubblica in Sicilia».

In quell’occasione fece il grossolano errore di riferirsi al 1991 anziché alle elezioni del 1992. Ma nei successivi interrogatori illustrò dettagli e motivazioni.

«In tale quadro si inserisce anche un’attività per così dire “preliminare” del Salamone, rispetto a quella principale di cui, in via di estrema sintesi, si è finora detto. Il Salamone ha infatti svolto anche un’opera intesa ad aprire nuovi “canali di comunicazione” con esponenti politici diversi rispetto a quelli abitualmente conosciuti. E’ qesto il caso dell’onorevole Sergio Mattarella, al quale l’imprenditore ha dichiarato di aver corrisposto un finanziamento complessivo di lire 50.000.000 nell’imminenza del rinnovo delle Camere nella primavera del 1992» si legge sempre nell’atto parlamentare n. 552 del 9 agosto 1993.

Ma è nell’interrogatorio del 7 giugno 1993 che l’imprenditore diventa un usignolo capace di calibrare al meglio tutte le intonazioni: «In ordine ai finanziamenti all’onorevole Sergio Mattarella devo precisare che questi mi fu presentato da un mio compagno di scuola, oggi funzionario regionale, in quanto era mio intendimento avere buoni rapporti anche con altri esponenti della sinistra DC di rilievo. L’incontro con il Mattarella avvenne presso il suo studio di via Libertà, alla presenza dell’allora Sindaco di Palermo, Leoluca Orlando. Nell’occasione si parlò genericamente dei problemi dell’imprenditoria siciliana “sana” e l’Orlando mostrò la sua soddisfazione per essere riuscito a risolvere il problema degli appalti delle “manutenzioni” del Comune di Palermo».

Il presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura Sergio Mattarella

«Successivamente ho incontrato il Mattarella presso un centro studi di via del Tritone a Roma. In questa occasione mi sono detto disponibile a sostenere la campagna elettorale dello stesso Mattarella. Così nel marzo 1992 ho consegnato presso l’abitazione di via Libertà del parlamentare, la somma di lire 50milioni, di cui 40milioni in contanti e 10 milioni in “buoni benzina”, dei quali mi riservo, ove possibile, di indicare specie e numero di serie» riferì lo stesso Salamone ai magistrati menzionando anche il particolare di aver notato sulla parete della casa il quadro di un paesaggio rurale di Lo Iacono che l’allora deputato Dc gli disse aver ricevuto in dono dal suocero.

Nei successivi interrogatori, parlando genericamente, «Salamone chiariva che la scelta dei politici destinatari delle “tangenti” era fondata proprio sulla loro capacità di orientare – direttamente o indirettamente – i flussi del denaro pubblico sulle garanzie che gli stessi potevano offire perché procedessero “regolarmente” i lavori aggiudicati alla sua impresa»

Fino a confermare il 23 luglio la prasi sempre vincente: «sebbene i politici non l’avessero mai favorito direttamente nell’aggiudicazione della gara, gli interessamenti dei soggetti da lui “caldeggiati” per il finanziamento di una certa opera pubblica si risolvevano (seppur indirettamente) in un’agevolazione rispetto agli altri imprenditori potenzialmente concorrenti.

 

LE RAPIDE INDAGINI E L’AMMISSIONE DI MATTARELLA

«La condotta descritta da Salamone integra per il Mattarella gli estremi del reato di cui agli articoli 7 della legge 2 maggio 1974 n. 195 e 4 della legge 18 novebre 1981 n. 659. Infatti, il versamento di denaro di cui parla il Salamone è avvenuto in violazione delle forme previste dalla legge sul finanziamento ai partiti, ai membri del Parlamento ed ai candidati alla relativa carica» chiosano i magistrati evidenziando che siccome Salamone è un coindagato, per l’articolo 192. co. 3 del Codice di Procedura Penale, serve l’individuazione di ulteriori elementi che riscontrino le dichiarazioni rese.

Clicca sull’immagine per leggere l’atto parlamentare integrale

L’indagine è fulminea. Sebbene non ci sia gran fretta dovuta alla riservatezza in quanto La Repubblica, il quotidiano molto vicino alle toghe di sinistra, ha già svelato l’inizio del “festival della canzone” su Mafiopoli.

«Due grandi imprenditori siciliani nelle ultime settimane hanno parlato con i giudici, hanno raccontato tutti i meccanismi di assegnazione dei grandi appalti, hanno svelato qual è la “legge” per conquistare gare e costruire dighe, ponti, grandi opere. Gli imprenditori sono “numeri uno” in Sicilia – aveva riportato il giornale di Eugenio Scalfari il 6 maggio 1993, ovvero venti giorni prima degli arresti – Il primo è l’ ingegnere agrigentino Filippo Salamone, titolare della “Impresem”, uno dei colossi dell’ edilizia nell’ isola. L’ altro è Giuseppe Costanzo, il figlio del chiacchierato cavaliere catanese Carmelo. Tutti e due, Salamone e Costanzo, secondo alcune indiscrezioni avrebbero rivelato ai magistrati della procura distrettuale di Palermo di avere anche sponsorizzato partiti e uomini e di avere sostenuto campagne elettorali».

Questa fuga di notizie fu certamente d’aiuto a quei politici che cominciavano a sentire il fiato sul collo della magistratura e dovevano cominciare ad approntare tesi difensive…

«Le risultanze degli accertamenti compiuti dalla polizia giudiziaria consentono, allo stato, di ritenere attendibili le dichiarazioni del Salamone e di fare ritenere sussistenti gli estremi del reato di cui si tratta a carico del Mattarella». Nel concreto fu verificato che l’accusato era effettivamente un parlamentare e che abitava in via Libertà. Perché nel frattempo c’era stato il colpo di scena…

«Su taluni punti, peraltro, le affermazioni del Salamone sono state confermate dallo stesso deputato nel corso delle dichiarazioni spontanee rese a magistrati di questo ufficio il 30 luglio 1993» riporta sempre il documento della Camera.

I punti non menzionati dai magistrati sono facili da arguire: riguardano l’ammissione dei 3milioni di lire in buoni benzina che essendo al di sotto della soglia di punibilità del reato di finanziamento illecito ai partiti (5milioni) sono valsi al futuro giudice costituzionale e Capo dello Stato la piena assoluzione.

Anche se il latore di quella “mazzetta” di preziosi ticket fu un imprenditore finito in manette insieme ad altri accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso.

 

COINCIDENZE MISTERIOSE SULL’INFORMATIVA CARONTE

Nel profluvio tracimante di nomi e relazioni d’affari all’ombra di Cosa Nostra c’è solo un grande assente. Non c’è traccia, infatti, nell’inchiesta dei mantra cari agli inquisitori della II  e III Repubblica a posteriori di Mani Pulite e della Berlusconopoli: concorso esterno in associazione di stampo mafioso o voto di scambio politico-mafioso, due fattispecie da 416 bis che non contemplano la “modica quantità” e, certamente per fondatissimi motivi giuridici, non sono nemmeno state nemmeno vagamente ipotizzate dai sei magistrati firmatari della richiesta di procedere contro Mattarella, chiamato in causa esclusivamente per finanziamento illecito ai partiti da cui è stato totalmente assolto.

Un giornalista di cronaca giudiziaria da soli 30 anni come chi scrive non ha ovviamente alcun titolo per poter anche solo lontanamente immaginare che nel comportamento reo-confesso dell’allora deputato Dc potessero essere ravvisabili gli estremi di qualche altra ipotetica violazione di rilievo penale.

“MAFIA-APPALTI-POTERI OCCULTI: FALCONE E BORSELLINO UCCISI PER L’INFORMATIVA CARONTE”

Ma da inguaribile devoto alla memoria di Falcone e Borsellino non posso far a meno di rilevare che nel sestetto di toghe ci furono anche le due (l’unico citato Patronaggio non è tra queste) che chiesero proprio l’archiviazione dell‘Informativa Caronte dei Carabinieri del Ros a cui stavano prestando molta attenzione i due martiri dell’Antimafia. La richiesta di chiudere l’inchiesta senza indagati fu fatta il 14 luglio 1992, tre settimane dopo la strage di Capaci e sei giorni prima di quella di Via d’Amelio. Ad agosto fu effettivamente archiviato.

Quel dossier, ritenuto assai importante anche dall’ex procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso, era focalizzato sugli intrecci tra mafia, affari e politica ma puntava i riflettori anche sulla massoneria… Da quegli stessi spunti del Ros dei Carabinieri sgorgarono poi, in ruscelli meno vorticosi, le vicende di Siino e Salamone.

Emergono quindi misteriose coincidenze temporali e nominali che magari un giorno approfondiremo in altri articoli con la dovuta prudenza, mai troppa su questo argomento essendo già stato querelato in merito il giornale online Il Dubbio.

L’organo d’informazione della Fondazione Avvocatura Italiana, infatti, per primo nel 2018 aveva riaperto il Vaso di Pandora sull’Informativa Caronte, portata avanti da quegli stessi Carabinieri che, dopo aver arrestato Riina e molti altri, sono finiti sotto processo per la presunta trattativa Stato-Mafia.

MATTARELLA: INTOCCABILI SICILIANI

Per il papello della trattativa si trova alla sbarra anche il figlio dello scomparso sindaco mafioso Vito Ciancimino, il cui nome compariva già in un vecchio documento agli atti della Commissione Parlamentare AntiMafia che più di tutti ha contribuito a gettare ombre sulle relazioni pericolose di Bernardo Mattarella…

Nel frattempo il figlio Sergio, allora deputato, è diventato Presidente della Repubblica e dunque anche del Consiglio Superiore della Magistratura: fors’anche in ossequio al funambolico talento giuristico-politico con cui è riuscito a camminare in punta di piedi… sul filo del rasoio della giustizia!

Fabio Giuseppe Carlo Carisio
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