ONORI A PANSA, IL GIORNALISTA CHE SVELO’ I FEMMINICIDI PARTIGIANI. E fu rinnegato dalla sinistra…

ONORI A PANSA, IL GIORNALISTA CHE SVELO’ I FEMMINICIDI PARTIGIANI. E fu rinnegato dalla sinistra…
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di Fabio Giuseppe Carlo Carisio

E’ stato uno dei più grandi giornalisti della storia italiana. Ora che Giampaolo Pansa si è spento a 84 anni a Roma possiamo dirlo senza timore di smentita.

Anche se qualcuno di lui lo diceva già prima. Perché per l’Intellighenzia della sinistra radical-chic il suo talento di cronista, opinionista e redattore che gli consentì di diventare vice-direttore di Repubblica e condirettore de L’Espresso, alla corte proto-mondialista del duetto para-massonico Eugenio Scalfari-Carlo De Benedetti, si appannò proprio quando se ne andò dal settimanale della Gedi nel 2008, a causa delle divergenze con la linea editoriale. E soprattutto dopo: quando volle dare degna sepoltura, almeno nella memoria, alle vittime innocenti di molti sanguinari partigiani.

La sua adamantina onestà professionale è indubbiamente risultata preziosa all’assalto giornalistico ordito dal gruppo editoriale di Scalfari insieme alle toghe rosse di Mani Pulite contro la Prima Repubblica, perché il suo nome vibrante di terso acume intellettuale e virtuosa analisi etica della società contemporanea era un’epigrafe verace scritta in modo lapidario sulle battaglie di moralizzazione politica che si rivelarono poi tutte in gran parte farlocche: distruggendo la “destra” socialista e democristiana – quella della “Balena Bianca” come Pansa per primo salacemente etichettò il partito dello scudocrociato – per far largo alla Seconda Repubblica.

Quelle persecuzioni giudiziarie a senso unico, prima a Bettino Craxi poi all’unico politico un tempo degno di ereditarne il ruolo di statista, ovvero Silvio Berlusconi, portarono infine il Parlamento italico alla Terza Repubblica, nata sulle radici marce della Margherita deflorata (dagli ammanchi di valori e di soldi dalle casse…), e cresciuta in una serra artificiale talmente tracimante di sinistra da consentire di diventare presidente della Repubblica a un ex comunista come Giorgio Napolitano, accusato dal grande capro espiatorio di Tangentopoli, Craxi, di averne fatte di cotte e di crude quanto lui.

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Ma l’ex deputato PCI, oggi Senatore a vita, fu insignito di quell’autorità istituzionale che monda da ogni peccato, veniale quanto mortale, tanto da concedergli persino la voluttà di distruggere le intercettazioni imbarazzanti emerse in un processo Stato-Mafia.

E’ in questo contesto che un giornalista della statura di Pansa, arricchita dalla passione storiografica, unica arma per decifrare i fatti di una società e nazione, per quanto sempre brillante d’ingegno su varie rubriche da Libero fino al ritorno al Corriere, non riuscì a trovare la giusta glorificazione nell’Italietta del malaffare perdurante dall’Unità del Regno al terzo millennio.

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Perché da cronista e storico puro, prima ancora che inclito e sagace opinionista, amava mettere il dito nelle piaghe. Dalla strage del Vajont allo scandalo delle tangenti sulle armi Lockeed, fino al pianto accorato e disfatto dopo la strage di via d’Amelio, a Palermo, quella del giudice Paolo Borsellino nel luglio 1992 che riportiamo:

«In quell’inizio settimana, l’Italia sembrò tale e quale il palazzo sventrato di via D’Amelio. Un condominio partitico sventrato. Un edificio civile pronto ad afflosciarsi su se stesso. Una casa aggredita da troppi mali. Per niente difesa. Alla mercè di tutti i mafiosi di tutte le mafie e poi degli sciacalli. Sì, era un’Italia che faceva pena e paura. E che suggeriva un’immagine insieme banale e terrificante: quella della frana. Di una frana gigantesca. Di uno smottamento colossale. In moto da anni: dapprima lentamente, con movimenti quasi impercettibili, poi, via via, in discesa con velocità crescente verso l’inferno. Tanto per farti urlare: adesso non ci fermiamo più!».

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Non aveva paura di mettere il dito anche nelle ferite più purulente della storia italiana, tremendamente viziata dai compromessi tra servizi segreti militari, massoneria e mafia dello Stivale. Perché aveva la libertà nel cuore e nell’anima che lo induceva a scrivere quella che lui riteneva “la migliore versione possibile della verità”.

Questa sua citazione la lessi quando ero un giovanissimo redattore ancora fresco dell’iscrizione all’ormai sempre più inutile Ordine dei giornalisti. Non sono più riuscito a ritrovarla nel mare magnum di internet ma il senso mi era e mi è assai chiaro: un giornalista non deve pretendere di raccontare la verità, ma la migliore versione possibile grazie al maggior numero di fatti verificabili. Mi scuso con lui se il mio stile più grossolano avrà offuscato l’eleganza della sua frase originaria.

Ma la surgiva semantica è quella ed è stata per me fonte d’ispirazione, binario e faro. Tanto da farmi ben intuire a quale inferno si riferisse Pansa dopo la strage di via D’Amelio…

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Il compito della ricerca della verità imperitura va lasciato soprattutto agli storici che, durante i miei esami universitari su tale materia, ho imparato a chiamare storiografi, perché loro stessi debbono documentare ma poi soprattutto interpretare i fatti e le loro connessioni micro e macrocosmiche.

E Pansa seppe fare talmente bene entrambe queste cose da essere segregato dal “politically correct” ad un ruolo comunque marginale in rapporto alla sua specchiata onestà e faconda eloquenza intellettuale.

Il giornalista e saggista storico Giampaolo Pansa, scomparso a Roma all’età di 84 anni

Ho conosciuto Giampaolo nell’estate del 2012. Ho incontrato il suo spirito libero, purtroppo non veramente de visu, grazie alle pagine dell’ultimo vero, grande libro che ho letto prima di finire anch’io avvinghiato nelle spire di un tablet che mi costringe a masticare, con gli occhi sempre più arrossati, centinaia di pagine elettroniche al fine di nutrire questo webmedia.

Gospa News nacque anche per diffondere una mia sintesi già scritta sulla ricerca autorevole di Pansa che autorevoli quotidiani con cui avevo collaborato non volevano pubblicare, forse perchè troppo dettagliata e cruenta.

E’ stato indubbiamente il suo capolavoro editoriale; ma anche il motivo del suo ripudio da parte di tutti coloro che, a sinistra, lo avevano osannato per decenni per la sua schiettezza e trasparenza professionale. Non temo di esagerare nel definirla l’inchiesta-scoop storico-giornalistica più importante dai tempi dell’Unità d’Italia.

In quel saggio romanzato non c’è solo l’esemplare e minuziosa ricerca di un supremo giornalista applicata alla storia contemporanea. No. In esso c’è il racconto di una conversione sulla via di Damasco come quella del suo quasi omonimo Paolo. C’è l’inquietante scoperta e terribile rivelazione di un paladino dei partigiani che li scopre con le mani lorde del Sangue dei Vinti!

In questo libro, che qualsiasi alunno italiano dovrebbe leggere per obbligo scolastico al fine di depurarlo dalle menzogne e mistificazioni con cui viene infarcito dai manuali scritti da sinistri censori, ci sono le storie dei morti ammazzati, delle madri violentate davanti ai figli per aggiungere l’onta della violenza psicologica a quella fisica, delle bambine stuprate dai branchi di lupi assatanati, nascosti sotto le pelli d’agnello di salvatori della patria, e poi barbaramente uccise.

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Una, dieci, cento, mille volte ammazzate!

Ogni volta che qualche criminale ideologico partigiano ha sputato sulla memoria della 13enne ligure Giuseppina Ghersi, è andato a sfregiarne la lapide a Noli, dove alcuni politici coraggiosi hanno voluto esprimere almeno un gesto di pietà storica.

Nemmeno questo è concesso nell’Italia, fondata sul sangue dei martiri cristiani e inaffiata da quello dei vinti! Questa terra non pare ancora abbastanza intrisa di sangue perché i sedicenti nemici delle campagne di odio, come la senatrice Liliana Segre, sappiano, almeno per un attimo, occuparsi non solo degli Ebrei vittime dell’Olocausto più celebrato e lacrimato della storia dell’umanità, ma anche di fanciulle stuprate, seviziate e assassinate come Giuseppina.

Ci ha pensato Giampaolo Pansa a rendere onore ai morti. Tanto da essere subito colpito dalla “fatwa”, la sentenza di condanna eterna inappellabile di tradizione islamica, da parte di relitti umani di sinistra sempre più vicini e simili alle persecuzioni perpetrate dai musulmani sunniti estremisti e radicali contro chiunque osi dissentire dal loro opinabilissimo credo.

Se il presidente della Repubblica Sergio Mattarella avesse almeno una palla, di cristallo, per prevedere il giudizio dei posteri sul suo mandato, nominerebbe subito questo eroico giornalista primo Senatore della Repubblica a vita “alla memoria”, affinchè almeno i suoi eredi ricevano il premio che, più di tanti altri privilegiati cittadini, Pansa si è guadagnato per il suo coraggio di restare fedele alla migliore versione possibile della verità.

Sono certo che tutti gli italiani buoni, saggi ed onesti non avrebbero alcunchè da obiettare visti i lauti vitalizi incassati ancora oggi da delinquenti parlamentari.

Giampaolo addio!

Di certo ti sei meritato un posto speciale nell’alto dei cieli, dove onestà e sincerità sono ancora due sacrosante virtù. Da lassù ogni tanto manda una benedizione a questa povera Italia che tu prevedevi incuneata verso la guerra civile e che non è stata capace di apprezzare davvero il tuo immenso, splendido, eroico lavoro.

Ecco perchè voglio commemorare il tuo volto accanto a quello di Giuseppina Ghersi.

I suoi ostinati detrattori si affannino ancora a sostenere che non è lei quella della foto attribuitale dai media: che gli stolti continuino pure a guardare il dito, a noi piace guardare la luna! Accanto alla quale. da ieri, brilla una nuova stella di incommensurabile umanità.

Un uomo vero e controcorrente anche dentro al suo stesso spirito: dopo aver trascorso una vita nel laicismo ha ritrovato le emozioni di quando era piccolo, in Monferrato, e faceva il presepe con la prodigiosa Cometa, capace di condurre anche i sapienti, umili e puri di cuore come i Re Magi, verso il mistero della grotta di Gesì Bambino…

«Natale è Dio che viene sulla terra, ma che resta perennemente bambino, che è buono. Ecco, io sono rimasto a quel bambino lì, in quella capanna. Il Papa parla di ragione e ragionevolezza. Beh, io forse non sono un ‘uomo ragionevole’. Lavoro molto con il cuore, con il mio bisogno. Non so se questa parabola mi porterà ad essere credente. Ma se dovessi riscoprire Dio credo che sarei guidato da quel bambino, dal Dio di Natale, dal Dio della nascita. E sarei spinto dal bisogno che ho di Lui. Lo avverto in un modo prepotente, soprattutto la sera, dopo aver lavorato tutta la giornata. Ho bisogno di Lui. Anche soltanto dieci anni fa non ci pensavo» (dalla citazione fatta da Antonio Socci su Libero del 10-12-2008).

Ed è proprio con queste parole che paiono attinte da una fiaba che voglio darti l’ultimo saluto affinchè i tuoi tenebrosi racconti di morte siano illuminati dalla speranza della luce di Cristo.

Fabio Giuseppe Carlo Carisio
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