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L’ARMONIA ITALIANA DETURPATA DAGLI SPECULATORI FINANZIARI. Riflessione di Paolo Maddalena, Vice Presidente emerito della Consulta, sulla globalizzazione (parte 2)

L’ARMONIA ITALIANA DETURPATA DAGLI SPECULATORI FINANZIARI. Riflessione di Paolo Maddalena, Vice Presidente emerito della Consulta, sulla globalizzazione (parte 2)
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Introduzione di Gospa News. Nell’immagine di copertina il famigerato speculatore finanziario George Soros (sx), al centro di numerosi reportages di Gospa News, e l’ex giudice Paolo Maddalena (dx)

L’ex giudice Paolo Maddalena, Vice Presidente emerito della Corte Costituzionale e presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”, non è soltanto un raffinato giurista esperto di Costituzione ma anche un intelligente studioso di economia e geopolitica. Oggi, con la sua autorizzazione, riportiamo la seconda parte di un suo breve saggio che lui pubblicò sul sito dell’Istituto Nazionale di Bioetica alcuni anni fa in relazione all’enciclica “Laudato sii” di Papa Francesco, terminata dal Pontefice il 24 maggio 2015 in occasione della Pentecoste e diffusa il 18 giugno dello stesso anno.

La lunghezza della riflessione ci ha indotto a riportarla suddivisa in tre segmenti che faranno riferimento ad argomenti di stretta attualità. Dopo la prima puntata sulla bellezza utile alla salvezza del pianeta, pubblicata nei giorni scorsi, ecco questa seconda parte cui seguirà la terza ed ultima su “Il diritto del popolo a contrastare le leggi speculative”.

Ciò consentirà a Gospa News di preparare il lettore a successive interviste e interventi già concordati con l’ex giudice Maddalena su questioni rilevanti di questo momento come l’alienazione del patrimonio naturale italiano, menzionata nel suo ultimo libro La Rivoluzione Costituzionale. (Diarkos) le strategie di utilizzo del Recovery Found e altri argomenti di politica finanziaria sui quali è molto competente per aver svolto non solo il ruolo di procuratore della Repubblica a Torino ma anche di magistrato contabile come Procuratore generale e poi Presidente di sezione della Corte dei Conti. Buona lettura da Gospa News!


di Paolo Maddalena

(parte II – segue dalla precedente riflessione)

Nel giusnaturalismo costituzionale (anche se taluno lo nega) risiede, a nostro avviso, la “bellezza” della nostra Costituzione: infatti, il dar rilievo, non solo al “lavoro” umano, considerato il “fondamento” della Repubblica, ma anche al paesaggio, ai beni artistici e storici, all’arte e alla scienza, nonché all’ambiente, all’ecosistema e ai beni culturali in genere, vuol dire che la Costituzione stessa pone in “equilibrio”, e quindi in “armonia” tra loro, il valore uomo e il valore natura, considerando entrambi indispensabili per lo “sviluppo della persona umana” e il “progresso materiale e spirituale della società” (art. 3 e art. 4 Cost.).

L’ex giudice Paolo Maddalena, Vice Presidente emerito della Corte Costituzionale

Oggetto di regolamentazione, in altri termini, è la “vita nel suo complesso”, che, come sopra si notava, è la massima espressione della “bellezza”. E a questo punto non si può sottacere che la “bellezza” della quale è ammantata la nostra Costituzione deriva anche da quella che è stata definita “l’etica repubblicana”, il fatto cioè che tutte le disposizioni costituzionali si ispirano ai principi di “libertà, eguaglianza e solidarietà” (“l’eguaglianza” soprattutto), principi che costituiscono, per così dire, l’asse portante del “bello” che si ritrova nella nostra Carta costituzionale.
Dunque, per ricompensare la Natura dei suoi immensi doni, la via è già tracciata: è scritta nella Costituzione, che è impostata secondo le linee di papa Francesco, poco sopra esposte, e che è, come si accennava, “equilibrata” e “armonica” e, quindi, “bella”.

 

DALLA BELLA COSTITUZIONE AL SISTEMA ECONOMICO DEVIATO

Vien fatto di chiedersi, a questo punto, come mai con una Costituzione così bella, armoniosa e equilibrata, ci troviamo in un mondo nel quale sono aumentati oltre i limiti della sostenibilità il degrado ambientale e le difficoltà di trovare un lavoro. Oggi, infatti, non c’è lavoro, ma disoccupazione, specie quella giovanile, e il “bello” in natura è sempre più raro e limitato.

La risposta è complessa, e anche molto amara e preoccupante: ci troviamo in questa situazione, poiché, per un verso il “sistema economico finanziario” è diventato un sistema “deviato”, e, quindi “squilibrato”, e per altro verso, specie nell’ultimo ventennio e a causa della subordinazione della politica alla finanza, si sono ammassate numerose leggi incostituzionali, che hanno avuto come scopo, non il perseguimento degli interessi generali, ma il perseguimento degli interessi particolari delle multinazionali e delle banche, ed hanno dato luogo a un confuso “ordinamento giuridico” del tutto “squilibrato”, che arreca danni incalcolabili all’ambiente e alla vita individuale e sociale.
 Cominciamo dal sistema economico finanziario.

LAUDATA SIA LA BELLEZZA PER SALVARE IL PIANETA. Riflessioni di Paolo Maddalena, Vice Presidente emerito della Consulta, sull’Enciclica di Papa Francesco e la globalizzazione (parte 1)

Questo sistema, prima che Nixon, nel 1971, annunciasse la non convertibilità del dollaro in oro, era fondato sullo scambio di “beni reali”. Era un bene reale anche la moneta, poiché, dopo il Trattato di Bretton Wood del 1944, al quale noi aderimmo nel 1947, tutte le divise del mondo occidentale erano convertibili in dollari, e questi erano convertibili nell’oro custodito nel Forte Knox. Sennonché, quando Nixon, come si è accennato, si accorse che erano stati stampati tanti dollari da superare tutto il corrispettivo in oro conservato dalla Banca Centrale Americana e decise la non convertibilità in oro anche del dollaro, venne a crearsi un altro tipo di economia, si passò in altri termini dall’”economia dello scambio” a quella che poi è stata denominata “l’economia della concorrenza”.

Infatti, a quel punto, la moneta, non essendo più convertibile in un bene reale (l’oro) e avendo perso il suo valore intrinseco, divenne in sostanza un “titolo di credito”, più precisamente un “diritto cartolare di prelievo”, dalla ricchezza esistente, di una certa quantità di beni reali il cui valore corrispondesse a quello stampato sulla moneta. Importante divenne allora, non tanto acquistare beni reali, ma acquistare diritti di credito, con la conseguenza della “finanziarizzazione” dei mercati, nel senso che divenne più conveniente investire in “prodotti finanziari”, fatti valere come “titoli commerciabili” (in Italia vi provvide la legge n. 130 del 1999), piuttosto che in “attività produttive”. Insomma al tradizionale percorso “finanza-prodotto-finanza” venne a sostituirsi il percorso “finanza-finanza”, il cui fine, ovviamente, non è quello di produrre “beni reali” e “occupazione”, ma quello di “raschiare” i beni esistenti in tutti i casi in cui i debitori non fossero in grado di pagare i loro debiti.

A questo punto, paradossalmente, assunse valore il “debito”, poiché il rovescio del “diritto di credito” è, per l’appunto il “debito”, e la ricchezza di un individuo è venuta a misurarsi, non più con la quantità di moneta convertibile in oro, e, quindi, con i beni reali, che un determinato soggetto possiede, ma con la quantità dei “diritti di credito”, trasformati in “titoli commerciabili”, in possesso dello stesso soggetto. E non è da sottovalutare il fatto che, normalmente, i debiti vengono acquistati a basso prezzo, e che le “valutazioni” di mercato possono anche aumentarne il valore dei “titoli commerciabili” dei quali essi sono a fondamento, qualora si ritenga che si tratti di “debiti” certamente, o quasi certamente, esigibili.

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A questo punto, come agevolmente si nota, i “giudizi” di mercato non sono più basati sulla previsione dell’andamento dei prezzi di determinate merci, in relazione alla loro “quantità” prodotta e disponibile (ad esempio, acquisto grano nel momento del raccolto quando ce n’è grande quantità e, per questo, il prezzo è più basso, e penso di rivenderlo durante l’inverno, quando la quantità del raccolto è diminuita e il prezzo, conseguentemente, si è innalzato), ovvero sulla previsione dell’esito positivo di un programma di investimento produttivo da parte di una certa impresa, ma sul “gioco e la scommessa”, che possono avere ad oggetto la previsione della “solvibilità” del debito (e questo avviene per i “derivati” e le “cartolarizzazioni dei crediti”), o la previsione di “vendere” tutti gli immobili acquistati per un prezzo corrispondente a quello della somma dei titoli commerciabili collocati sul mercato per raccogliere danaro prima della vendita degli immobili stessi (il che avviene con la “cartolarizzazione degli immobili”), o la previsione dell’aumento di valore di determinate aree a seguito della costruzione di una data opera pubblica (il che avviene con la collocazione in mercato dei “projet bond”), e così via dicendo.

In tutti questi casi, il valore del “titolo commerciabile” non dipende più dalla quantità dei beni reali disponibili sul mercato, o da programmi di investimento nella produzione di beni,  e in ultima analisi dalla legge della “domanda e dell’offerta”, ma dal verificarsi o non dell’evento sul quale si è scommesso, cioè, in buona sostanza, dal “caso”.

 

LA FINANZA SPERICOLATA A SPESE DEI CITTADINI INCOLPEVOLI

Se il gioco riesce, l’operatore finanziario guadagna, ma, lo si deve sottolineare con forza, se il gioco non riesce, chi perde (è questo l’assurdo) non è l’operatore finanziario, ma chi ha acquistato i titoli commerciabili collocati sul mercato. In sostanza, si gioca, come dice Luciano Gallino, con i soldi degli altri, provocando molto spesso veri e propri disastri finanziari.
In questa maniera, si disancora il mercato dalla realtà dei beni concreti (materiali o immateriali che siano) e lo si ancora invece al rischio del gioco e della scommessa. Il dato più sconcertante è che questi “titoli commerciabili”, che sono rischiosi e non offrono sicure garanzie, sono espressione di una “ricchezza fittizia”, e più precisamente di una “ricchezza creata dal nulla”, che tuttavia il mercato accetta come espressione di una “ricchezza reale”, e sono usati come se avessero un “valore intrinseco”, sino al punto che una legge del governo Berlusconi, ispirata dal Ministro delle finanze Giulio Tremonti, ha concesso ai Comuni di “pareggiare” i loro bilanci anche con i “derivati”, cioè con titoli tossici ad altissimo rischio di insolvenza.

In questi casi, come agevolmente si capisce, il crollo dei derivati provoca lo stato di insolvenza dei Comuni (e non è da dimenticare al riguardo anche il caso del Monte dei Paschi di Siena, ritenuta una banca troppo importante per fallire), con la conseguenza che a pagare siano gli incolpevoli cittadini che vengono costretti al pagamento di nuove imposte dei tipi più disparati.


E’ evidente, a questo punto, come il “sistema economico finanziario” ha dato ingresso al mercato a una quantità enorme di titoli commerciabili che non hanno un valore reale, ma solo fittizio, creando uno “squilibrio” oramai incolmabile tra beni reali e beni fittizi (si parla di trilioni e trilioni di derivati in dollari e in euro) ed abbia posto tutte le premesse affinché la speculazione finanziaria possa arricchirsi agevolmente, scaricando sulla collettività le conseguenze nefaste del suo spericolato agire.

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Il risultato è stato la formazione di una classe di operatori economici e finanziari, che ha acquistato un potere immenso, accentrando la ricchezza nelle proprie mani e condizionando le scelte dei politici a proprio vantaggio e ai danni dell’intera popolazione. E’ la conseguenza diretta dell’affermazione di una teoria del tutto illogica, ma che ha saputo conquistare l’immaginario collettivo, il cosiddetto “neoliberismo economico”, secondo il quale l’unica forma di appartenenza è la “proprietà privata”, lo “stato sociale” deve essere abbattuto, l’”accentramento” della ricchezza nelle mani di pochi giova a tutti (Bauman ha risposto: “è falso”) e la “libertà del mercato” deve essere incondizionata.

 

L’ATTACCO DEGLI SPECULATORI AI DEBITI SOVRANI

E’ inoltre da porre in evidenza che questa “deformazione” del mercato ha riguardato, non solo la “creazione dal nulla” di una “ricchezza fittizia”, ma anche l’affermazione, presto diffusasi nell’immaginario collettivo ad opera delle citate teorie neoliberiste, di una tendenza volta a portare tutto sotto il “giudizio dei mercati”. Ed è stato a causa di questa tendenza che nell’autunno del 2011 gli speculatori finanziari, in aperta violazione di tutti i trattati internazionali che tendono ad assicurare la stabilità dei prezzi, e senza che nessun governo si opponesse, hanno potuto attaccare i “debiti sovrani” e cioè di incidere sui “tassi di interesse del debito pubblico” dei Paesi da loro ritenuti economicamente più deboli.

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Questo attacco deve essere stato necessariamente concordato dagli speculatori, poiché, per quanto ci riguarda, sul finire del 2011 l’economia italiana era ancora in ottima salute ed è stata solo la firma e poi l’esecuzione del “fiscal compact” da parte del governo Monti (che si è inchinato ai voleri della “troica”) a gettarla nella “recessione” e poi nella “deflazione”, dalle quali, nella persistenza dell’attuale stato delle cose, è impossibile uscire. Non sfugge, infatti, che qui non si tratta di una crisi economica ciclica, ma dello”squilibrio” del sistema finanziario, causato dall’estrema libertà degli operatori economici, “squilibrio” che si potrebbe sanare solo con una nuova legislazione a livello internazionale, europeo e nazionale, che ponga limiti a questa estrema libertà dei mercati.

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Inoltre, come si accennava, la situazione italiana è complicata dalla posizione dominante della Germania, la quale, impone agli Stati membri (Grecia e Italia in primo piano) una politica di “austerity”, che provoca recessione e miseria, mentre essa stessa, come gli altri Paesi del nord Europa, mantiene indenne il suo Stato sociale e persegue una politica di investimenti produttivi, facilitata dal fatto che i mercati, ritenendo il suo debito pubblico agevolmente solvibile (eppure si tratta di due miliardi di euro, più o meno come il nostro debito pubblico) praticano su di esso un bassissimo tasso di interesse, con la conseguenza che in Germania è facile avere credito dalle banche, e, quindi, investire in attività produttive, che producono occupazione e benessere collettivo, mentre il contrario avviene nei Paesi del sud Europa, costretti alla recessione e alla miseria, come poco sopra si diceva.

Il fatto è che la Germania ha raggiunto, in anticipo sugli altri Paesi Europei, questa sua posizione di dominio economico, perché i suoi governi hanno sempre seguito una politica di interesse nazionale, anche a costo di violare gli impegni assunti in sede internazionale.
Infatti, essa, per un verso ha pagato in minima parte i suoi danni di guerra, mentre ha fatto pagare a tutta l’Europa il costo della riunificazione tedesca, e, per altro verso, ha più volte violato i limiti posti dai Trattati Europei.

 

PRIVILEGI E VIOLAZIONI DELLA GERMANIA

Quanto ai danni di guerra, questi erano stati valutati dal Trattato di Londra del 1953 in 23 miliardi di dollari, che furono poi ridotti a 11,5 miliardi di dollari da pagare in 30 anni, somma che, con il benestare tra l’altro dell’Italia e della Grecia, non fu rivalutata e che fu pagata nel 2010 con il versamento di poco più di 69 milioni di euro, praticamente il costo di una ventina di appartamenti nel centro di Roma.

Quanto alla riunificazione tedesca, è da ricordare che Kohl pose il principio “una sola Germania un solo euro”, per cui, mentre il rapporto tra il marco della Germania est e quello della Germania ovest era di 1 a 5, egli considerò entrambi di pari valore, imponendo però degli altissimi tassi di interesse per evitare l’inflazione, contagiando così le economie degli altri Paesi europei e in particolare la nostra, che si vide aumentare i tassi di interesse fino al 25%.
Quanto alla violazione dei Trattati europei, la Germania ha superato per quattro anni i limiti del 3% del deficit rispetto al PIL, imposti dal Trattato di Maastrich; ha violato il divieto di “aiuti di Stato” alle imprese, concedendo a queste altissime elargizioni da parte di una banca pubblica istituita molti anni prima in attuazione del piano Marchal; e infine ha nascosto il suo avanzo commerciale, che ha toccato l’8%, mentre, secondo i Trattati, esso non deve superare il 6% nel triennio.

In questa maniera, la Germania ha mantenuto indenne il suo Stato sociale, è riuscita ad accattivarsi la simpatia dei mercati, i quali considerano il suo debito pubblico (che è quasi pari al nostro) un debito sicuramente solvibile e, quindi, soggetto a bassissimi tassi di interesse, ha potuto, in virtù di questa fiducia da parte dei mercati, investire in attività produttive capitali concessi a credito da parte delle banche e, conseguentemente, ha potuto mantenere un basso tasso di disoccupazione.

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Né deve essere sottovalutato il ruolo che ha svolto a favore dell’economia tedesca l’esistenza della moneta unica, e cioè di un “cambio fisso” tra i vari Paesi dell’Unione Europea, poiché, come è evidente, il cambio fisso ha impedito ai Paesi in condizioni economiche svantaggiate di svalutare la propria moneta per favorire le esportazioni, mentre la Germania, essendosi creata, nel modo che si è visto, un’economia più forte di quella degli altri Paesi europei, non ha avuto problemi nell’esportazione dei suoi prodotti.

LE PRIVATIZZAZIONI CHE HANNO IMPOVERITO L’ITALIA

Diversamente dalla Germania, i governi italiani hanno invece sempre perseguito una politica poco ispirata agli interessi nazionali e decisamente favorevole ai poteri finanziari. C’è un dato importante che ha caratterizzato questa politica ed è il grande impulso che essa ha dato, dal 1990 in poi, al disastroso fenomeno delle “privatizzazioni”, le quali hanno immensamente impoverito il nostro Paese e hanno altresì fortemente contribuito alla affermazione della potenza del mercato globale.

Sia ben chiaro che “privatizzare” i beni, le aziende e le industrie italiane, significa impoverire le nostre risorse economiche e, fatto questo importantissimo, eliminare il collegamento tra beni, aziende e industrie con il “territorio”, poiché, come è evidente, un bene intestato non più allo Stato o a un Ente pubblico territoriale, ma a un privato cittadino, specie se si tratta di un cittadino straniero, significa porre tutte le premesse affinché quel bene giri per il mondo secondo la volontà del suo proprietario, come suol dirsi, “si delocalizzi”, producendo, in Italia, licenziamenti, disoccupazione e miseria.

La triste storia del nostro impoverimento comincia con una lettera del febbraio 1981 con la quale il Ministro delle finanze Beniamino Andreatta comunicava al Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi che il Tesoro rendeva autonoma la Banca d’Italia e, soprattutto, la scioglieva dall’obbligo di acquistare i titoli del debito pubblico italiano rimasti invenduti sul mercato.

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Fu un fatto gravissimo. Infatti, da quella data lo Stato, per pareggiare le proprie spese, non ebbe altra via se non quella di rivolgersi al mercato, sottoponendosi ai “tassi di interesse” che questo imponeva, tassi di interesse che furono la causa prima dell’innalzamento del nostro “debito pubblico”, e cioè del nostro impoverimento, cui si collegava l’aumento di potere dei mercati sull’andamento della nostra economia.
Il secondo passo fu compiuto dal Ministro del tesoro del Governo Andreotti, Giuliano Amato, il quale nel 1990 pensò di “privatizzare” le banche italiane pubbliche o di interesse nazionale, privatizzando così anche la Banca d’Italia (che oggi è formata da 50 banche private con a capo Unicredit e Banca Intesa).

In tal modo l’organismo pubblico che dovrebbe difendere la nostra moneta è caduto nelle mani di banche private, le quali, ovviamente, gestiscono il tutto, non nell’interesse nazionale, ma nell’interesse delle banche stesse, e, quindi, del mercato in generale.
L’attacco proditorio all’economia italiana fu consumato, tuttavia, il 2 giugno del 1992 sulla nave Britannia, il panfilo della regina D’Inghilterra, che aveva gettato l’ancora a Civitavecchia, dove salirono a bordo i nostri politici, tra i quali Draghi, e, come sembra, Prodi e Tremonti, insieme al Presidente dell’IRI Bernabé e molti altri esponenti dell’industria italiana.

Su quel panfilo, i nostri rappresentanti incontrarono un centinaio di esponenti finanziari specie britannici e decisero la “privatizzazione” dei gioielli italiani. Così il governo italiano, presieduto da Giuliano Amato, privatizzò le Aziende di Stato: Enel, Eni, Iri, e le industrie di Stato Alitalia e Pirelli. Seguirono poi infinite altre privatizzazioni e ora l’Italia si trova nello Stato che sappiamo.
E non si può nascondere che abbiamo toccato l’assurdo con il governo Berlusconi, il quale, con il decreto legislativo n. 85 del 2010, istitutivo del cosiddetto “federalismo demaniale” ha reso “vendibili”, e quindi “privatizzabili” i “demani” idrico, marittimo, culturale e minerario, nonché, con altre numerose leggi, ha, per così dire, “messo all’asta” gli immobili pubblici statali, regionali e comunali, consentendo la “svendita”, specialmente a stranieri, anche di veri e propri monumenti artistici e storici, come la “Zecca” di piazza Verdi a Roma e la famosa Casina Valadier del Pincio sempre a Roma. Ma sono stati venduti anche tratti di spiaggia e interi territori di incantevole bellezza.

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Così, è bene ripeterlo, i nostri governi hanno impoverito l’Italia e arricchito gli speculatori finanziari, aumentando la potenza dei mercati. E questa politica, è inutile nasconderlo, è stata proseguita ed è in atto anche dall’attuale governo Renzi.
 Si deve comunque osservare che le “privatizzazioni” dei beni e dei demani pubblici italiani, molto lodati dalla “troica” e dalla Germania (che si guarda bene dall’effettuarle nel suo Paese), sono anche una diretta conseguenza della deviazione del sistema economico finanziario, che, come si è visto, tollera il “debito pubblico tedesco”, ma non tollera il “debito pubblico” italiano o Greco, poiché, essendo prevalsa l’idea che l’Italia non offre “adeguate garanzie” e che pertanto deve “tenere i conti a posto”, non c’è altra via per gli amministratori pubblici per tentare di “pareggiare i bilanci”, se non quella di vendere i nostri gioielli, e cioè i nostri beni di maggior pregio e di più esaltante bellezza.

 

LA DEVASTAZIONE DEL TERRITORIO ITALIANO

E’ da sottolineare, inoltre, che la politica dei governi italiani non si è fermata alle “privatizzazioni”, ma ha anche in mille modi favorito la “devastazione” del territorio italiano. Sempre per fare cassa si sono concesse permessi di costruire ovunque, sulle spiagge, sugli alvei di fiumi e torrenti, sui terreni coperti da boschi e foreste, e persino sui vulcani, specie da quando una legge ispirata da Bassanini ha consentito ai Comuni di destinare gli oneri urbanistici anche a spese correnti.

Né di può dimenticare che le leggi emanate nell’ultimo ventennio, dalla legge obiettivo di Berlusconi fino allo Sblocca Italia di Renzi, per favorire le imprese e le multinazionali, hanno concesso una enorme quantità di “deroghe” alle norme urbanistiche, fino a stabilire con la recente legge sulla riforma della pubblica amministrazione, che il principio del “silenzio assenso” si applica anche nei territori gravati da vincoli paesaggistici, urbanistici, idrogeologici e cosi via dicendo, mentre le Soprintendenze non sono più organi indipendenti, ma sono sottoposte alla vigilanza dei Prefetti.

COMPLOTTO NWO CONTRO L’ITALIA – 1. I 4 Burattinai di Draghi e dei Ministri Tecnici. Riconferma al pandemista Speranza voluta da Mattarella

Né si può dimenticare che, sempre per seguire le prescrizioni della “troica”, i governi degli ultimi anni hanno fortemente indebolito lo Stato sociale, “tagliando le spese” per la sanità, l’istruzione, la ricerca, la protezione dell’ambiente, e persino le spese per la sicurezza e la giustizia.

Si direbbe che la politica italiana concorda con la politica della grande finanza, delle multinazionali e delle banche, le cui reali intenzioni sono rivelate dai contenuti del Trattato tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti, di prossima attuazione, che prevede “l’immunità”, penale, civile e amministrativa, degli operatori economici e finanziari, come del resto già è stato fatto per il Meccanismo Europeo di Stabilità, organismo europeo che concede i prestiti agli Stati membri in difficoltà, i cui componenti e i cui archivi sono “immuni” da qualsiasi ingerenza dei giudici nazionali.

IL DIRITTO DEL POPOLO A CONTRASTARE LE LEGGI SPECULATIVE. Riflessione di Paolo Maddalena, Vice Presidente Emerito della Consulta sulla globalizzazione (parte 3)

La tendenza, favorita dai nostri governi, è dunque quella di abbattere gli Stati nazionali per creare un mondo globalizzato, nel quale, come predica il “neoliberismo”, non esistono più “territori” o “Popoli”, ma uno “spazio libero”, nel quale si realizza l’obiettivo unico del “massimo profitto” degli operatori economici e finanziari, i quali possono agire con la massima libertà anche se le loro azioni di carattere economico finanziario producono distruzioni ambientali e veri e propri genocidi. Infatti, come prevede il citato Trattato transatlantico di prossima emanazione, essi sono indenni da qualsiasi responsabilità, anche penale.

Insomma, stiamo camminando verso una configurazione del mondo in cui il “valore” della “Natura” è completamente calpestato e, con la Natura, è schiacciato anche il ”valore” dell’uomo inteso come essere vivente dotato di intelletto e volontà, mentre viene configurandosi il modello, cui mira l’ideale neoliberista, dell’uomo “auto imprenditore”, la cui attività deve essere rivolta all’accumulo del danaro e all’abbattimento di tutti vincoli che frenano questo tipo di attività.
A questo punto si capisce come e perché ci sia stato un travaso di ricchezza dagli Stati ai privati che agiscono nel mercato e perché “la ricchezza privata supera ora di 12 volte la ricchezza di tutti gli Stati del mondo”.

La lettera enciclia Laudato sii di Papa Francesco sull’ecologia del pianeta – clicca sull’immagine per leggere il testo integrale

La premonizione di Roosevelt, secondo la quale “una democrazia non è salda, se consente a uno dei suoi componenti di possedere una ricchezza maggiore di quella dello stesso Stato democratico”, si è verificata a livello globale e la conseguenza, che è purtroppo sotto gli occhi di tutti, specie dopo le recenti riforme costituzionali, è la fine della “democrazia”. Dal punto di vista giuridico, si può affermare che la “sovranità”, cioè la somma dei poteri da far valere in ultima analisi con la forza, è passata dagli Stati o dalle Unioni di Stati al “mercato”, e cioè alla “finanza”, la quale determina il livello dei prezzi e dei tassi di interesse e, di conseguenza, ha nelle sue mani la nostra vita e il nostro futuro.

(segue nella III puntata appena pubblicata)

Paolo Maddalena
Vice Presidente emerito della Corte Costituzionale
Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”
per gentile concessione dell’autore

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Paolo Maddalena

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