MATTARELLA: INTOCCABILI SICILIANI

IL PRESIDENTE DEL CSM SERGIO MATTARELLA
A COLPI DI BATTAGLIE GIUDIZIARIE NEGA
I LEGAMI MAFIOSI DEL PADRE BERNARDO
ACCUSATO DA STORICI, POLITICI E PENTITI 
E DAL DOSSIER ANTIMAFIA SU CIANCIMINO

di Fabio Giuseppe Carlo Carisio
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Due processi e due condanne risarcitorie per diffamazione sono giunte nei confronti di altrettanti giornalisti che hanno osato raccontare vicende controverse sullo statista siciliano Bernardo Mattarella, uno degli intoccabili ministri democristiani del Dopoguerra, e le sue presunte relazioni con esponenti di Cosa Nostra come il noto mafioso Vito Ciancimino. Due cause civili – si noti bene non penali che avrebbero altrimenti indotto a molteplici obbligatorie indagini la magistratura – in cui i condannati (Rti e Alfio Caruso) se la sono cavata con risarcimenti variabili tra i 10mila e i 30mila euro, tuto sommato poca cosa considerando la portata delle rivelazioni.

Entrambe sono state innescate dalle citazioni a giudizio sporte dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, figlio di Bernardo, e dai nipoti figli di Piersanti, presidente della Regione Siciliana assassinato da Cosa nostra il 6 gennaio 1980. Da ormai una decina di anni l’ex ministro Dc e Pd, oggi Capo dello Stato, è sovente nelle trincee giudiziarie impegnato a combattere e negare una tesi ampiamente diffusa tra gli studiosi di mafia, talmente nota da essere riportata persino nella Enciclopedia Treccani dove la biografia sull’onorevole Bernardo lo descrive quale «sospettato di essere tra i “referenti nel rapporto tra la DC e la mafia” quale si venne definendo dal secondo dopoguerra». (Piero Craveri, “La Repubblica dal 1958 al 1992”, pag. 324).
Relazioni pericolose che si evincono soprattutto da un documento del 1970 della Commissione parlamentare Antimafia presieduta da Francesco Cattanei in cui emerge una palese “raccomandazione” per un appalto fatta dall’allora ministro Bernardo in favore del futuro Sindaco di Palermo e uomo d’onore di Cosa Nostra, Vito Ciancimino.

Un riscontro che fu no degli argomenti che indusse l’ex ministro di Giustizia Claudio Martelli a sostenere apertamente i legami con la mafia di Mattarella padre. Una prova esibita dalla difesa nel recente processo a carico del giornalista Caruso che non pare essere stata tenuta nel dovuto conto dal giudice della causa. Un magistrato giudicante che deve essersi trovato certamente in una situazione di imbarazzo. Non va dimenticato, infatti, che l’attore della causa Sergio Mattarella in quanto Presidente della Repubblica è anche presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ovvero l’organo di controllo che supervisiona i comportamenti professionali dei magistrati e nei dovuti casi (purtroppo assai rari) commina trasferimenti e provvedimenti disciplinari vari. In pratica una situazione di palese conflitto di interessi. Ma vediamo di approfondire questi episodi nei punti essenziali: per una ricostruzione più dettagliata leggere i link a fondo pagina. In questo articolo, peraltro, non vogliamo esprimere opinioni o giudizi ma semplicemente riportare i pareri di giornalisti, storici, politici e pentiti che ritenevano e ritengono Bernardo Mattarella un uomo d’onore.

PIPPO FAVA, UCCISO DOPO IL SUO LIBRO

Bernardo Mattarella, statista democristiano e più volte ministro della Repubblica

«Bernardo Mattarella, padrone della Sicilia occidentale, quando Palermo ancora ammetteva un solo padrone. Saggio e collerico, amabile e violento, culturalmente modesto, ma irruento parlatore, Mattarella non disdegnava alcuna alleanza potesse servire al potere del suo partito ed a quello suo personale. Non aveva scrupoli. Se parte dei suoi voti provenivano dai ras delle province mafiose, che ben venissero, erano egualmente voti di cittadini italiani. E se quei grandi elettori chiederanno un favore in cambio, Bernardo Mattarella (come si suole dire) non si faceva negare. Contro di lui dissero e scrissero cose terribili, ma in realtà non riuscirono a provare praticamente niente, se non che la sua potenza, appunto per questa assenza di testimoni contrari, era perfetta».

Queste frasi compaiono nel libro “I cento padroni di Palermo” di Giuseppe Fava, pubblicato un anno prima di essere ucciso dalla mafia. Sono riferite a Bernardo Mattarella (Castellammare del Golfo, 15 settembre 1905 – Roma, 1º marzo 1971) più volte Ministro della Repubblica. Ha avuto quattro figli, tra cui Piersanti e Sergio, 12º Presidente della Repubblica Italiana. Giuseppe Fava detto Pippo (Palazzolo Acreide, 15 settembre 1925 – Catania, 5 gennaio 1984) è stato uno scrittore, giornalista, drammaturgo, saggista e sceneggiatore italiano, ucciso da Cosa Nostra. Wikipedia lo descrive come un personaggio carismatico, apprezzato dai propri collaboratori per la professionalità e il modo di vivere semplice. È stato direttore responsabile del Giornale del Sud e fondatore de I Siciliani, secondo giornale antimafia in Sicilia. Il film Palermo or Wolfsburg, di cui ha curato la sceneggiatura, ha vinto l’Orso d’oro al Festival di Berlino nel 1980. È stato ucciso nel gennaio 1984 e per quel delitto sono stati condannati alcuni membri del clan mafioso dei Santapaola. È stato il secondo intellettuale a essere ucciso da Cosa Nostra dopo Giuseppe Impastato (9 maggio 1978). Era il padre del giornalista e politico Claudio Fava e di Elena Fava (1950-2015), presidente della Fondazione Giuseppe Fava.

Giuseppe Fava, giornalista e drammaturgo ucciso da Cosna Nostra il 5 gennaio 1984 a Catania

«Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante…» sono le illuminanti e severe parole contenute nella sua ultima videointervista del 28 dicembre 1983 intitolata “I mafiosi stanno in Parlamento”.

IL FILM SCENEGGIATO DAL FIGLIO DI FAVA

La locandina del film Il Capo dei capi prodotto da Taodue per Rti e sceneggiato da Claudio Fava

Il giornalista e politico Claudio Fava (già parlamentare nel Psi) dedicò molto tempo ad approfondire le tematiche del padre fino ad essere tra gli sceneggiatori della fiction messa in onda nel 2008 da Mediaset “Il capo dei capi” in cui, accanto alla storia del protagonista Totò Riina, affiorano anche altri personaggi comprimari tra cui lo stesso Bernardo Mattarella, ritratto come un politico colluso con la mafia, amico di Vito Ciancimino e dell’imprenditore Caruso. Ebbene l’attuale capo dello Stato, insieme ai nipoti Maria e Bernardo (figli del fratello Piersanti) decise di fare causa alla Rti e alla Taodue, produttori film in quanto a Bernardo Mattarella “si attribuiscono allo stesso amicizie o comunque frequentazioni mafiose che non hanno riscontro alcuno, ricorrendo ad artifici anche grossolani”. Il giudice diede loro ragione: «La diffamazione operata ai danni di Bernardo Mattarella – scrive il giudice – scaturisce dalla non veridicità dei fatti narrati, giacché non vi sono elementiper ritenere provato il rapporto di amicizia con Ciancimino, e non è veritiera la comunanza d’interessi politici giacché è, piuttosto, provata la militanza in correnti diverse della Dc e l’assenzadi qualsiasi legame tra i due». Alla fine i produttori tv sono stati condannati a risarcire con 7mila euro a ciascuno a Sergio, Maria e Bernardo Mattarella. Ma i dubbi sulle relazioni tra Mattarella padre e Ciancimino rimase ed entrarono nel processo contro l’altro giornalista Alfio Caruso.

LA CAUSA A CARUSO E LE ACCUSE DI UN PENTITO

Francesco Di Carlo, pentito di mafia

«Il vecchio Bernardo Mattarella, padre del capo dello Stato, mi fu presentato come uomo d’onore di Castellammare del Golfo. Me lo presentò tra il ’63 e il ’64 il DC Calogero Volpe, affiliato alla famiglia di Caltanissetta, che aveva uno studio a Palermo». Queste rivelazioni sono contenute in un verbale del 3 marzo 2016 che annota le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Francesco Di Carlo, già definito attendibile dalla Corte d’assise di Trapani al momento della sentenza per l’omicidio del giornalista antimafia Mauro Rostagno. Di Carlo, siciliano di Altofonte, fu uno dei pentiti di spicco a sua volta accusato da Michele Mannoia di essere colui che strangolò il banchiere Roberto Calvi inscenandone poi il suicidio su ordine di Pippo Calò, omicidio per cui furono però processati lo stesso Calò ed altri, poi assolti per insufficienza di prove. La dichiarazione di Di Carlo è stata resa nell’ambito del processo allo scrittore e giornalista siciliano Alfio Caruso, trascinato in tribunale da Sergio Mattarella e famiglia con l’accusa di avere infangato la figura di Bernardo, e di aver raccontato in “maniera grossolana” i rapporti politici di Piersanti, attraverso il suo libro “Da cosa nasce cosa” edito da Longanesi. Anche in questo caso, come nella vicenda della fiction Rti, si tratta di una causa civile per risarcimento danni e non di una azione penale per diffamazione (o calunnia) che certamente avrebbe potuto spalancare le porte ad approfondimenti investigativi più articolati. Il collaboratore di giustizia ha raccontato all’avvocato Fabio Repici, legale dello scrittore, che insieme al mafioso Volpe, DC, ebbe occasione «di andare a casa di Mattarella» e inoltre che: «in quei primi anni Sessanta, nei paesi in Cosa nostra entravano le persone migliori. Così era capitato anche a Bernardo Mattarella, che era un giovane avvocato perbene. Ciò era avvenuto anche nell’ambito della famiglia della moglie Buccellato, che aveva al suo interno sia esponenti di Cosa Nostra, sia esponenti delle Istituzioni, perfino un magistrato». Una circostanza fermamente smentita dall’avvocato Antonio Coppola, legale di Mattarella, che ha sotenuto, anche tramite lettere di rettifica ai giornali, che il nonno materno di Sergio Mattarella, Antonio Buccellato, era solo omonimo di un mafioso trapanese. Ma sul web si trovano informazioni contrastanti: «Utile riferire, a ritroso nel tempo, che nel 1933, il papà di Sergio, Bernardo Mattarella ha sposato Maria Buccellato, un cognome che appartiene alla storica famiglia della mafia di Castellammare – scrive Vladimiro Iuliano nell’articolo Dallo Stato-Mafia alla Mafia-Stato pubblicato il 5 febbraio 2015 sul sito del quotidiano online L’Opinione della Libertà – Il boss locale si chiamava Antonino Buccellato e aveva sposato Antonina Rimi, figlia di Vincenzo e sorella di Filippo, indicati dagli investigatori quali capi mandamento di Alcamo e ritenuti tra i primi ad avere rapporti diretti con la politica. Nel libro ‘’Fra diavolo e il governo nero: doppio Stato e stragi nella Sicilia del dopoguerra’’ pubblicato nel 1998, lo storico Giuseppe Casarrubea scrive: ‘’Mattarella non nascondeva la sua protezione per Vincenzo Rimi, vissuto da sempre all’ombra della Dc e considerato l’architrave dell’ edificio mafioso nella provincia di Trapani”».

LA CONDANNA A CARUSO PER UN’ALTRA SENTENZA

Il libro di Alfio Caruso costatogli una condanna per diffamazione

La testimonianza del pentito non è stata però presa in esame dal giudice Cannella perché ha giudicato “tardivo” il verbale con le dichiarazioni di Di Carlo “rispetto ai termini istruttori”. Altre due dichiarazioni di pentiti, quelle di Tommaso Buscetta e Michele Mannoia al processo Andreotti inserite dall’avvocato di giornalista nel memoriale difensivo, non sono state argomentate nella sentenza del Tribunale di Civile di Palermo che il 16 marzo ha condannato il giornalista Alfio Caruso per diffamazione insieme alla Longanesi, editrice del volume incriminato, a corrispondere 10 mila euro di risarcimento a ciascuno dei tre eredi del vecchio Bernardo. «Ma non è tutto – scrive la reporter Sandra Rizza su Il Fatto Quotidiano – Con una decisione senza precedenti, il giudice ha stabilito che a pagare dovrà essere il solo Caruso: al giornalista toccherà l’onere di “tenere indenne la casa editrice di quanto questa sia tenuta a corrispondere agli attori”. Lo scrittore quindi sarà tenuto a versare tuti i 30 mila euro, coprendo anche il risarcimento imposto alla Longanesi, ciò in virtù di una liberatoria su eventuali responsabilità giudiziarie firmata da Caruso all’editore.

Il sociologo Danilo Dolci, condannato nel 1967 per aver sostenuto l’esistenza di legami tra Bernardo Mattarella e noti mafiosi

«Alla base del verdetto di Palermo, più volte rievocata come un totem, c’è la sentenza del Tribunale di Roma che nel ’67 condannò il sociologo Danilo Dolci (Sesana, 28 giugno 1924 – Trappeto, 30 dicembre 1997) per diffamazione nei confronti dell’allora ministro Bernardo Mattarella, ritenendo provata “l’insuperabile contrarietà alla mafia mantenuta nel corso di tutta la sua carriera politica – scrive ancora la giornalista di FQ – A nulla sono valse le richieste dell’avvocato Fabio Repici, legale di Caruso: oltre a evidenziare come la sentenza del ’67 “appartenga a quella giurisprudenza reazionaria che spesso negava la stessa esistenza della mafia”» esibì le sopracitate dichiarazioni dei pentiti.

Una stesura che ha il sapore amaro per l’avvocato stesso che, al fine di dare più consistenza alla linea difensiva, aveva proprio richiesto la revisione della condanna a Dolci. In merito a tale procedimento ecco una ulteriore dettagliata rilettura storica: «Nel 1965 il sociologo Danilo Dolci accusò Bernardo Mattarella di collusioni con la mafia, in un dossier poi riprodotto nel libro ”Chi gioca solo” del 1966. Mattarella lo querelò, e dopo un dibattimento durato due anni, Dolci fu condannato per diffamazione a due anni di reclusione, che non scontò per effetto dell’indulto approvato l’anno precedente – ricorda sempre Vladimiro Iuliano sul sito de L’Opinione della Libertà – Scrive lo storico Casarrubea “Mattarella non aveva avuto ugualmente partita vinta, se è vero che non era entrato più a far parte del terzo governo Moro, nonostante fosse stato in precedenza ministro dell’Agricoltura e per il Commercio, nel primo governo Leone e nel secondo governo Moro”».

Sconcerta soprattutto che nel processo nei confronti di Caruso sembra essere passata assolutamente in secondo piano la documentazione emersa solo nel 1970, un anno prima della morte di Mattarella padre, circa i rapporti tra Dc e mafia e in particolare tra l’ex ministro Bernardo e l’imprenditore Ciancimino. Una corrispondenza epistolare che è parte integrante delle attività della Commissione Parlamentare Antimafia.

L’AIUTO A CIANCIMINO PER UN APPALTO

Il noto imprenditore ed esponente di Cosa Nostra, Vito Ciancimino, già Sindaco di Palermo

Nella corposa documentazione del procedimento per diffamazione nei confronti di Caruso davanti al Tribunale Civile di Palermo emergono elementi molto interessanti circa i rapporti tra Bernardo Mattarella e Vito Ciancimino, come già evidenziato nella fiction “Il capo dei capi” ma smentito dalla sentenza di condanna risarcitoria. «Tra le carte a disposizione del nuovo giudice Maura Cannella (titolare della causa dopo una girandola di magistrati) c’è la corrispondenza datata 1970 tra il deputato Francesco Cattanei, presidente dell’Antimafia dal 1968 al 1972, e il direttore generale delle Ferrovie dell’epoca, Ruben Fienga, che testimonia chiaramente come vent’anni prima, nel 1950, Mattarella senior avesse aiutato don Vito ad accaparrarsi la concessione per il trasporto dei carrelli stradali per gli scali ferroviari – scrive Sandra Rizza il 21 settembre 2016 su Il Fatto Quotidiano – In che modo? Il vecchio Bernardo, che era sottosegretario ai Trasporti, consegnò personalmente l’esposto col quale don Vito rivendicava un “titolo prioritario” all’assegnazione dell’appalto, garantendo così l’avvio della scalata al potere di quello che diventerà il sindaco mafioso di Palermo. Due note della Questura, nell’estate del 1950, completarono l’opera: attestando che lo spiantato don Vito era in possesso di una laurea in Ingegneria (mai conseguita) e che poteva spendere 16 milioni per le attrezzature necessarie al trasporto dei carrelli. Risultato? Nell’agosto ’51 la Ditta Ciancimino si aggiudicava il servizio che avrebbe mantenuto fino al 1970».
«È evidente il rilievo di tali documenti – osserva l’avvocato Fabio Repici, difensore di Caruso, che nei giorni scorsi ha depositato gli atti – per destituire di ogni fondamento le doglianze di Sergio Mattarella e dei suoi nipoti, che hanno sempre sostenuto l’assoluta falsità di ogni vicinanza tra il vecchio Bernardo e Ciancimino».

Francesco Cattanei, presidente della Commissione parlamentare Antimafia sulla Sicilia dal 1968 al 1972

Eloquente la lettera dell’11 novembre ’70, in cui Cattanei chiede al ministero dei Trasporti “Se vi furono pressioni… a favore del Ciancimino”. Pochi giorni dopo, il 28 novembre, Fienga risponde: “Benché Ciancimino avesse chiesto l’affidamento della concessione a trattativa privata… venne bandita a Palermo una pubblica gara alla quale chiesero di partecipare 4 ditte… Il 31 ottobre 1950 fu prospettato alla sezione Commerciale e del Traffico di Palermo che la Ditta Ciancimino, con un esposto presentato a mezzo del Sottosegretario dei Trasporti, on. Mattarella, aveva rivendicato titolo prioritario all’assegnazione del servizio”. A questo punto, l’ufficio viene incaricato di verificare se don Vito possedesse i requisiti richiesti. Fienga conclude: “Dalle informazioni della Questura, risultò che Ciancimino aveva una consistenza finanziaria maggiore dei concorrenti”. Impossibile non evidenziare la coincidenza, rilevata da Bianca Stancanelli nel suo libro “La città marcia” (anche questo depositato da Repici), che il ministro dell’Interno, in quel 1950 in cui la Questura si mostrava così attenta alla sorte di Ciancimino, era un altro democristiano siciliano: Mario Scelba, come Bernardo Mattarella tirato in ballo da un pentito nel processo per la Strage di Portella della Ginestra.

LE ACCUSE DEL MINISTRO E LA STRAGE DELLA PORTELLA

Claudio Martelli, ex Ministro di Grazia e Giustizia

Esistono molteplici dichiarazioni in cui Bernardo Mattarella si dichiarò apertamente contro la mafia ma nonostante ciò, nella fase iniziale del secondo dopoguerra fu sovente accusato di essere «tra i referenti nel rapporto tra la DC e la mafia» come è cristallizzato anche nel Dizionario biografico degli italiani dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana di Roma. Di questo nel 1992 venne accusato addirittura dall’ex ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli, lo stesso che nominò il giudice Giovanni Falcone, direttore degli Affari Penali per consentirgli di coordinare l’azione giudiziaria da Roma: «Bernardo Mattarella secondo gli atti della Commissione antimafia e secondo Pio La Torre (1976), fu il leader politico che traghettò la mafia siciliana dal fascismo, dalla monarchia e dal separatismo, verso la Dc». Al processo per la strage di Portella della Ginestra, Mattarella fu accusato da Gaspare Pisciotta di essere implicato nell’eccidio in cui morirono 11 persone e 27 rimasero gravemente feriti tra i contadini di militanza comunista giunti a festeggiare il primo maggio 1947 nella Piana degli Albanesi ed i successi della sinistra alle recenti elezioni locali; un massacro per cui fu ritenuto responsabile Slavatore Giuliano (ucciso prima del processo) con la sua banda, ma che gli storici ascrivono a quegli atti eversivi di terrorismo neofascista in cui collimarono gli interessi di Dc, Massoneria, Mafia e intelligence Usa per ostacolare l’ascesa al potere dei Comunisti e di cui parleremo in un articolo ad hoc.

Il pentito Gaetano Pisciotta (a sinistra) accando al bandito Salvatore Giuliano, condannati per l’eccidio di Portella della Ginestra del primo maggio 1947

La sentenza della Corte di Assise di Viterbo, che concluse quel processo, dichiarò infondate le accuse di Pisciotta, componente della banda di Salvatore Giuliano e tra gli autori della strage. Anche il Pubblico Ministero nella sua requisitoria al processo di Viterbo aveva definito inaffidabile Pisciotta, che aveva fornito nove diverse versioni della strage e inattendibili le sue accuse contro Mario Scelba e Bernardo Mattarella. Sull’argomento torna utile la sintesi fatta sempre da Iuliano per il quotidiano online già citato: «Le accuse di Pisciotta furono riportate nella relazione della commissione antimafia firmata negli anni Settanta dal deputato Beppe Niccolai, lavoro che Leonardo Sciascia in un’intervista definì “una cosa seria”. “Gaspare Pisciotta – era scritto nella relazione – fu arrestato il 9 dicembre del 1950 e nel processo che si tenne a Viterbo, per la strage di Portella delle Ginestre, ammise di avere ucciso Giuliano nel sonno; dichiarò che l’incarico gli era stato affidato personalmente dal ministro dell’Interno, il democristiano siciliano Mario Scelba e che la strage di Portella delle Ginestre era stata ordinata dal democristiano Bernardo Mattarella e dai monarchici Alliata di Montereale e Cusumano Geloso’’. Mattarella, Alliata di Montereale e Cusumano Geloso furono prosciolti in istruttoria. Pisciotta fu condannato per la strage di Portella delle Ginestre e il 9 febbraio del 1954 veniva assassinato in carcere con caffè avvelenato».

MATTARELLA, GLI ALLEATI AMGOT E I SERVIZI SEGRETI

Proprio nell’anno della Strage in Italia erano in atto cambiamenti importanti nella geopolitica internazionale gestiti da uomini potenti nel Bel Paese quanto negli Usa. Primo tra tutti l’italo-americano Frank Gigliotti di cui abbiamo tracciato il profilo in altro articolo (cliccare qui) e da me ribattezzato il “Massone dei due mondi”. Ebbene questo agente della Cia operò in stretto contatto sia con Lucky Luciano per preparare il terreno allo Sbardo degli Alleati in Sicilia sia con il principe nero della Massoneria Gianfranco Alliata di Montereale, a sua volta ritenuto coinvolto nella Strage della Ginestra, vicino ad ambienti mafiosi e tra gli uomini siciliani più potenti del Dopoguerra.

A questo punto giova ricordare la brillante e fulminea carriera politica dell’avvocato Bernardo Mattarella benedetta dagli Alleati.
Nel 1942 aderì al progetto inteso a dare vita alla Democrazia cristiana (DC) e nel maggio 1943 partecipò a Roma alla redazione dell’opuscolo Idee ricostruttive della Democrazia cristiana, che poneva i primi fondamenti del nuovo partito cattolico, facendosene, quindi, promotore e diffondendolo nelle provincie siciliane. Dopo lo sbarco degli Alleati e la liberazione dell’isola (luglio-agosto 1943), costituì a Palermo il comitato provinciale DC, di cui fu presidente, e fu poi eletto vicepresidente del Comitato regionale. Dal settembre, come assessore all’Assistenza e alla Beneficenza, entrò nella prima giunta comunale della città, nominata dall’Amgot, l’Allied Military Government of Occupied Territories (in italiano Amministrazione militare alleata dei territori occupati), l’organo militare deputato all’amministrazione dei territori occupati dagli Alleati durante la seconda guerra mondiale. Per comprendere qual era il clima in cui si trovarono ad operare i primi amministratori palermitani giova leggere una nota storica che cita la Sicily Gazette: «Non sono in molti a sapere che quando gli americani entrarono a Palermo, 22 luglio 1943, promulgarono per mano dell’A.M.G.O.T. 12 Proclami militari e 2 General Orders, che regolarono la vita dei cittadini durante l’occupazione militare alleata – si legge sul sito www.albergoni.net – Questi proclami furono inseriti in un fascicolo chiamato Sicily Gazette N°1, stampato in circa 5.200 copie dalla  tipografia IRES di Palermo, ma esso era già stato predisposto in Africa dai gruppi di studio AMGOT che pianificavano le future strategie post l’invasione. Il compito dell’Allied Military Government of Occupation Territory era quello di alleggerire l’Esercito USA impegnato nelle avanzate, dal pesante compito di brigare con le faccende di normale routine della popolazione civile. I proclami, a firma del gen. inglese Alexander, erano stampati in testo bilingue italiano/inglese e servivano come vademecum agli ufficiali alleati e al personale degli uffici civili palermitani; una copia a formato manifesto veniva anche affissa sui muri della città dando così alla popolazione la possibilità di prendere atto degli ordini militari. I territori occupati (la Sicilia) erano soggetti alla legge marziale e qualora si fosse contravvenuto a quei proclami che la prevedevano, la pena di morte era messa in atto senza tante cerimonie dai tribunali militari alleati. Molti siciliani assaggiarono questo stato di cose e anche su basi meramente delatorie, per invidie o rancori, in tanti e a tutti i livelli ne piansero pesanti conseguenze».

La Sicily Gazette pubblicata dall’Amgot

Ma fin da allora la legge non fu uguale per tutti perché ci furono esponenti di Cosa Nostra d’oltreoceano che furono accolti a Palermo come salvatori della patria per aver agevolato l’arrivo degli Alleati, tra questi proprio Lucky Luciano. Dopo lo sbarco in Sicilia il suo luogotenente Vito Genovese a Napoli fu l’aiutante e interprete del comandante militare degli affari civili della stessa Amgot, Charles Poletti. Il 3 gennaio 1946, Thomas E. Dewey, diventato governatore dello Stato di New York, graziò Luciano per i servigi resi alla Marina, a condizione che lasciasse gli Stati Uniti per stabilirsi in Italia; il 10 febbraio, Luciano fu estradato dal porto di New York a opera del servizio statunitense di immigrazione e imbarcato sulla nave Laura Keene che arrivò a Napoli il 27 febbraio. Luciano stabilì il suo domicilio a Roma, ma soggiornò a Palermo, presso il Grand Hotel et des Palmes, dove numerosi membri del separatismo siciliano e boss mafiosi erano soliti rendergli visita.

Tornando indietro nel tempo, quindi, ecco come fin dagli albori esistono connessioni tra Bernardo Mattarella e l’Amgot, col quale operò Vito Genovese, detto anche «don Vitone» (Tufino, 27 novembre 1897 – Springfield, 14 febbraio 1969), il noto mafioso italiano con cittadinanza statunitense, boss dell’omonima famiglia che a fianco di Luciano prese parte alla cosiddetta Guerra castellammarese per il controllo del porto di New York e aiutò a far crescere la potenza della Mafia negli Usa. Dopo la morte di Luciano, Genovese divenne il capo del clan, che prese il suo nome.

Vito Genovese, il braccio destro del boss di Cosa Nostra Lucky Luciano e collaboratore dell’Amgot degli alleati

Ovviamente ciò non è sufficiente a provare un seppur minimo contatto diretto tra Mattarella padre e Genovese o le associazioni mafiose di allora ma serve ad inquadrare bene l’ambiente in cui Mattarella iniziò la sua brillante carriera politica e da chi fu aiutato.

L’UCCISIONE DEL FIGLIO PIERSANTI

Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia ucciso in un agguato mafioso

Non manca, nella storia di Bernardo, il momento del grande dolore. Quello in cui perse il figlio Piersanti per un’esecuzione di stampo mafioso che qualcuno ritenne connessa anche con ambienti del terrorismo nero. Nel 1995 vennero condannati all’ergastolo i mandanti dell’omicidio Mattarella: i boss mafiosi Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci. Durante il processo, la moglie di Mattarella, testimone oculare, dichiarò inoltre di riconoscere l’esecutore materiale dell’omicidio nella persona di Giuseppe Valerio Fioravanti, che tuttavia sarà assolto per questo crimine poiché la testimonianza della signora Mattarella e le altre testimonianze contro di lui (quella del fratello Cristiano Fioravanti e del criminale comune pluriomicida Angelo Izzo) non furono ritenute abbastanza attendibili. Gli esecutori materiali non sono mai stati individuati con certezza e a giudizio di un agente segreto francese Mattarella fu eliminato perché come Moro era sostenitore della linea del compromesso storico Dc-Pci.

il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso dalla mafia il 3 settembre 1982

Secondo alcuni proprio quel delitto fu la prova dell’estraneità di Mattarella padre degli ambienti mafiosi, secondo altri fu invece l’indizio di tali relazioni pericolose. Tra costoro c’è ancora l’ex ministro Martelli: « Mattarella non è tra i morti che hanno combattuto la mafia a viso aperto e non può essere paragonato a chi è caduto mentre era in guerra con le cosche». Una tesi ribadita da un grande esperto della lotta alla Mafia, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che chiama in causa il papà dell’atuale presidente della Repubblica in unì’intervista pubblicata da Repubblica il 10 agosto 1982, in cui collega l’uccisione del figlio Piersanti alla vicenda politica paterna. «“Come è potuto accadere – chiese allora Giorgio Bocca al generale Dalla Chiesa – che il figlio di Bernardo Mattarella sia stato ucciso dalla mafia?” “E’ accaduto questo, che il figlio, certamente al corrente di qualche ombra avanzata nei confronti del padre, ha voluto che la sua attività politica come amministratore pubblico fosse esente da qualsiasi riserva. E quando ha dato la chiara dimostrazione di mettere in pratica questo intento, ha trovato il piombo mafioso, il caso Mattarella è ancora oscuro, si procede per ipotesi, anche nella Dc aveva più di un nemico».

Sergio Mattarella, 12° Presidente della Repubblica Italiana

Alla morte di Piersanti la Dc siciliana fu commissariata e toccò proprio a Sergio Mattarella l’onere di costruire un nuovo corso alla politica democristiana nell’isola attraverso la scelta di un nuovo leader che individuò in Leoluca Orlando, che divenne sindaco nel 1985 e dal 2012 ricopre per la quinta volta tale incarico. Un politico che fu tra i più strenui oppositori di Giovanni Falcone, il giudice antimafia per antonomasia.

Ho riportato un’alluvione di testimonianze, documenti, testi storici e correlazioni che dovrebbero indurre l’attuale Presidente della Repubblica quantomeno a rivedere la sua tesi “negazionista” sulle relazioni del padre con esponenti mafiosi e ad essere cauto nel procedere con le querele perché potrebbe arrivare il momento in cui qualche giudice temerario vorrà scavare a fondo per capire la vera storia della famiglia Mattarella e di tanti altri intoccabili siciliani. Personaggi ambigui la cui presenza anche dopo la morte aleggia come un’ombra che oscura la luce della verità sui tanti irrisolti misteri, delitti e stragi d’Italia.

Fabio Giuseppe Carlo Carisio

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FONTI:

https://it.wikipedia.org/wiki/Bernardo_Mattarella
Bernardo Mattarella, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana.
Biografia di Bernardo Mattarella sul Dizionario biografico Treccani.
http://www.pmli.it/articoli/2016/20160601_23G_mattarella.html
http://www.antimafiaduemila.com/home/rassegna-stampa-sp-2087084558/35-mafia-eventi-sicilia/62153-mattarella-padre-all-origine-della-fortuna-di-ciancimino.html
http://www.19luglio1992.com/mattarella-sr-uomo-donore-caruso-condannato-per-il-libro/
http://www.opinione.it/politica/2015/02/05/iuliano_politica-05-02/?altTemplate=Stampa

 

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