PLASMA DEI GUARITI SCONFIGGE COVID-19. Dopo i test a Pavia e Mantova la terapia in 116 università USA. Tom Hanks tra i donatori

PLASMA DEI GUARITI SCONFIGGE COVID-19. Dopo i test a Pavia e Mantova la terapia in 116 università USA. Tom Hanks tra i donatori
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di Fabio Giuseppe Carlo Carisio

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Sperimentata negli ospedali di Pavia e Mantova, approdata anche a Padova, ora sta facendo il giro del mondo la terapia contro l’infezione da Sars-Cov-2 che non fa uso di farmaci. Grazie all’intuizione creativa dei medici italiani, infatti, è stato sviluppato un protocollo di cura basato sul plasma dei pazienti guariti che hanno sviluppato gli anticorpi contro il Covid-19.

Il sangue ricco di difese immunitarie specifiche viene trasfuso nelle vene dei malati infetti che così reagisce al virus combattendolo. I risultati ottenuti entro 12/48 ore dall’iniezione fanno ben sperare, ma il dato più rilevante è quello sui morti: zero in queste strutture ospedaliere da quando la terapia ha avuto inizio.

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E’ stata sperimentata con successo dal professor Cesare Perotti, direttore del servizio di Immunoematologia e Medicina trasfusionale del presidio sanitario pavese San Matteo, insieme al collega Giuseppe De Donno di Mantova, ma da lì si è diffusa in altri nosocomi italiani e negli ospedali di oltre cento università negli Usa, il paese più colpito da questo nuovo e misterioso ceppo di CoronaVirus con oltre un milione di contagiati e più di 67mila morti.

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Anche l’attore Tom Hanks e moglie Rita Wilson, dopo essere guariti dal Covid-19, hanno donato il proprio plasma all’Università della California di Los Angeles che oltre a lavorare sulla ricerca di un vaccino sta portando avanti l’UCLA COVID-19 Convalescent Serum Project per utilizzare il sangue con anticorpi nel trattamento dei pazienti infetti. Mentre sono 250 solo a Pavia le persone propense ad effettuare una donazione per la più immediata trasfuzione.

«I pazienti convalescenti hanno risposto entusiasticamente. Ma non tutti i donatori sono idonei. I primi pazienti che hanno contratto la malattia non hanno già più gli anticorpi neutralizzanti che servono a sconfiggere il virus».

Così il professore Perotti ha svelato ai microfoni de “Il Giorno” ciò che potrebbe accadere nelle prossime settimane. Le 120 sacche raccolte al San Matteo sono state inserite a 52 malati con ottimi risultati. «I pazienti arruolati per l’indagine stanno bene. Ora chiuderemo la sperimentazione e speriamo di pubblicarne a brevissimo i risultati. Poi lavoreremo a un’altra sperimentazione, allargando il numero dei pazienti da arruolare».

I medici lombardi Cesare Perotti (San Matteo di Pavia) e Giuseppe De Donno (Poma di Mantova) che per primi hanno avviato gli esperimenti con il plasma dei guariti

«Il plasma deve essere infuso prima che il paziente venga portato in rianimazione. Adesso stiamo stoccando delle sacche per un’eventuale seconda ondata di ottobre e lavoreremo finché ci saranno convalescenti. Sempre collaborando con altri ospedali» ha aggiunto il primario di Pavia.

«In molti casi consente di evitare ai pazienti la rianimazione e sapendo quanto sia dura, questo è già un incredibile traguardo contro il maledetto Covid». Ha dichiarato il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana parla su Facebook della cura anti-Covid con il plasma messa a punto dal San Matteo di Pavia.

LA SPERIMENTAZIONE ANCHE NEGLI USA

«Un protocollo – spiega Fontana – predisposto dal servizio di Immunoematologia e Medicina trasfusionale del San Matteo, in collaborazione con le strutture di Mantova e Lodi, nonché dall’Azienda ospedaliera universitaria di Padova. Sviluppata in Lombardia e già esportata negli Stati Uniti, dove si sta applicando in 116 centri universitari».

«La cura si sviluppa in abbinamento al test sierologico, sempre del San Matteo di Pavia, che, oltre a dirti se hai o non hai gli anticorpi, ne analizza la quantità presente nel tuo sangue definendo se tu possa diventare donatore del prezioso Plasma con un’alta presenza di anticorpi. La Lombardia lavora a questo. Risposte concrete» conclude Fontana.

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«Ci prepariamo ad essere pronti a partire se e quando gli studi clinici pilota avviati in Lombardia e Veneto confermeranno l’efficacia di questa particolare terapia» dice Cinzia Vecchiato direttrice del servizio di immunoematologia e trasfusione dell’ospedale di Bolzano, in Trentino.

«Sono molti i donatori volontari che si presentano o telefonano al Centro di immunoematologia e trasfusione per donare sangue ovvero plasma. Particolarmente prezioso in questi mesi è il plasma di chi è guarito dall’infezione da coronavirus: può infatti contenere un quantitativo sufficiente e specifico di anticorpi capaci di bloccare il virus. Il passo successivo è quello di iniettare questo plasma ai pazienti più gravi» ha aggiunto la dottoressa.

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Una sperimentazione simile era stata fatta anche in Cina. Uno studio cinese, pubblicato sul Journal of American Medical Association, ha descritto uno studio sul trattamento di cinque pazienti COVID-19 in condizioni critiche con plasma convalescente. Tutti e cinque i pazienti, dai 36 ai 65 anni, hanno iniziato lo studio mentre erano in ventilazione.

A seguito della trasfusione, gli autori hanno riferito che quattro delle cinque temperature corporee dei pazienti si sono normalizzate entro tre giorni. Altri indicatori chiave, comprese le cariche virali, sono migliorati entro 12 giorni.

La terapia al plasma convalescente COVID-19 è considerata un prodotto sperimentale dalla Food and Drug Administration che ne ha approvato l’utilizzo anche in importanti ospedali accademici come quello della Columbia University

Jamie N. Nadler, direttore medico per la qualità e la sicurezza dei pazienti del Buffalo General Medical Center e del Gates Vascular Institute nello stato di New York, ha recentemente dichiarato a Buffalo News che ci sono prove che potrebbe essere un modo efficace per curare COVID-19, riporta il sito internet americano PolitiFact del Poynter Institute in Florida.

«Ci sono state piccole prove e piccoli tentativi in ​​tutto il mondo che sembrano aver avuto un certo successo. Quindi vale la pena provare finché è fatto correttamente» ha detto Nadler.

 

DONNA INCINTA A MANTOVA NEL MIRINO DEI CARABINIERI

Ora resta un solo nemico contro cui lottare: il potere delle Big Pharma che hanno investito centinaia di milioni di dollari nelle ricerche sui vaccini, grazie alle generose donazioni di Bill Gates attraverso i vari enti di cui è partner la sua fondazione nonostante egli stesso sia in affari con le corporations dei farmaci in un palese conflitto di interessi.

E’ evidente che se la terapia col plasma si dimostrasse miracolosa, come pare, i vaccini e gli antivirali come il Remdesivir, già autorizzato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) e di recente approvato dalla Federal Drug Association (FDA) americana, sarebbero inutili, visto il rischio sempre alto di effetti indesiderati, e finirebbero nella spazzatura.

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In Italia i big media, spesso influenzati dalle grandi case farmaceutiche, per ora sono timidi su questa notizia. Ma è scoppiata anche una polemica sull”intervento dei Carabinieri del Nas nell’ospedale di Mantova in relazione alla terapia.

«Il plasma iperimmune ci ha permesso di migliorare ancora di più i nostri risultati. È democratico. Del popolo. Per il popolo. Nessun intermediario. Nessun interesse. Solo tanto studio e dedizione. Soprattutto è sicuro. Nessun evento avverso. Nessun effetto collaterale» rivendica su Facebook Giuseppe De Donno, direttore della Pneumologia dell’Ospedale Carlo Poma di Mantova, dove è stata condotta la sperimentazione congiuntamente a Pavia.

I Carabinieri del Nas (Nuclei Antisofisticazioni e Sanità) che dipende direttamente dal Ministero della Salute, in realtò. hanno fatto solo una semplice telefonata per il caso di una paziente in stato di gravidanza che in quanto tale non può rientrare nei protocolli.

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Il direttore generale dell’Asst di Mantova, Raffaello Stradoni, conferma la telefonata e smentisce l’acquisizione di cartelle cliniche: «Non so perché i Nas si siano interessati della vicenda della donna incinta. Il protocollo sperimentale è rigido e consente il trattamento solo su alcuni pazienti con determinate caratteristiche». 

«Quel caso rischiava di finire male e, quindi, abbiamo proceduto, salvando due vite» spiega Stradoni appellandosi al cosiddetto “uso compassionevole” delle terapie che in un’emergenza da pandemia consente di fatto deroghe ai protocolli.

Per il momento, dunque, una polemica senza sostanza ma i medici che hanno deciso di puntare sulle trasfusioni di plasma con anticorpi devono agire con estrema prudenza essendo sotto i riflettori della comunità scientifica mondiale. Anche se questo metodo è tutt’altro che nuovo: il primo premio Nobel per la Medicina andò infatti al medico tedesco Emil Adolf Von Behring nel 1901 per questa terapia, usata anche nel 1918 per la spagnola.

Fabio Giuseppe Carlo Carisio
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