CoronaVirus. Prete rinuncia al Respiratore: Muore dando la Vita a un Altro come padre Kolbe nel lager Nazista

CoronaVirus. Prete rinuncia al Respiratore: Muore dando la Vita a un Altro come padre Kolbe nel lager Nazista
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«Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna. (…) Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli. (…) Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà». Gesù Cristo (Sacra Bibbia dal Vangelo di Matteo 10, 28-39)

di Fabio Giuseppe Carlo Carisio

Non è facile comprendere perché un uomo giunga a dare la sua vita per salvarne un’altra sebbene non si trovi di fronte ad una scelta obbligata. E’ un concetto ben chiaro ai soldati autentici sul campo di battaglia come al “Militis Christiani” ideale descritto da Erasmo Da Rotterdam nel suo Enchiridion (manuale).

E’ assai più semplice raccontare l’umanissima storia di chi diventa esempio di questo sacrificio per amore del fratello e, sovente, su invito di Gesù Cristo che per primo scelse la Passione e Morte in croce per svelare all’Umanità il mistico segreto della Resurrezione.

Ben credendo nella testimonianza soteriologica del Messia Risorto due religiosi cattolici hanno donato la loro vita di fronte al terrore della morte in due circostanze differenti ma molto simili: uno nel 1941 nel lager di Auschwitz nella Polonia occupata dai Nazisti dove era stato deportato, l’altro, solo pochi giorni fa, nel focolaio del Corona Virus a Bergamo, in Lombardia, dove la pandemia finora ha fatto più vittime che nel resto d’Italia e del mondo, Cina compresa.

Il frate francescano polacco Massimiliano Kolbe certamente non si offenderà se oso paragonare al suo storico eroismo in un campo di concentramento, dove decise di entrare nel bunker della morte al posto di un padre di famiglia, quello di un anonimo sacerdote di provincia che ricoverato in un ospedale per grave insufficienza respiratoria polmonare ha preferito cedere ad una persona più giovane il respiratore acquistato per lui dai suoi parrocchiani. Ed è morto! Asfissiato da questo maledetto virus.

Nell’Empireo celeste padre Kolbe non ci resterà male per questo paragone per vari motivi. Perché lui per il suo gesto umanamente cristiano è stato proclamato Santo dalla Chiesa Cattolica, mentre per don Giuseppe Berardelli, arciprete di Casnigo, piccolo comune della Val Gandino in Lombardia, ci sono stati gli applausi a distanza dei fedeli e ci saranno forse solo le parole lusinghiere a lui tributate da questo articolo e da altri giornali italiani.

Anche perché molti altri religiosi come lui, cristiani e italiani in queste settimane stanno morendo compiendo atti di grande altruismo come i medici in prima linea: 36 dei quali, tra 5mila contagiati, hanno già perso la vita insieme ad un numero imprecisato di infermieri ed operatori sanitari.

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L’analogia non stride, inoltre, in quanto il frate polacco fu un umile Francescano ma anche uno strenuo combattente contro il Modernismo ed in particolare il deismo e l’ateismo della Massoneria oggi apertamente identificati col Nuovo Ordine Mondiale, principale indiziato della cospirazione globale che sembra celarsi dietro l’attuale pandemia sempre più attribuita ad una potentissima arma batteriologica, come riferito nei precedenti reportage di Gospa News.

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Entrambi sono stati uccisi da un veleno: il deportato nel lager dall’acido fenico iniettato dalle SS, mentre il sacerdote italiano da quello “sparso da un paese ricco ”, secondo il cardinale Malcom Ranjith, Arcivescovo di Colombo. Infine le spoglie mortali di tutti e due sono state ridotte in cenere da un forno crematorio senza alcun rituale funebre cristiano.

Ecco perché il racconto della vicenda attuale di don Giuseppe è l’occasione propizia anche per rammentare quella di padre Massimiliano in quanto possono essere entrambi considerati “martiri” in una guerra senza confini.

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Ieri il conflitto innescato dai Nazisti, oggi quello del Deep State mondialista, i quali, secondo numerosi storiografi, sono entrambi riconducibili alla regia di occulte entità finanziarie avide solo di Denaro e Potere.

Idolatri di Mammona privi della “pietàs” nota persino ai pagani romani di cui scimmiottano le mire imperialistiche, della “Eleos” ellenistica di cui imitano i templi nel Palladismo, e ancor più della “Charitas” insegnata dal Cristianesimo o della “Hesed” dell’antico popolo Giudeo di Israele, che poco ha in comune con quello dell’attuale nazione costruita dal progetto Balfour tra i Sionisti Askenaziti e i loro confratelli britannici della Dinastia Rothschild.

 

LA STRUGGENTE STORIA DI DON GIUSEPPE

«Mi commuove profondamente il fatto che don Giuseppe Berardelli – cui la comunità parrocchiale aveva comprato un respiratore – vi abbia rinunciato di sua volontà per destinarlo a qualcuno più giovane di lui».

Ha dichiarato al giornale locale Araberara un operatore sanitario di lungo corso della Casa di Riposo San Giuseppe di Casnigo, località della provincia di Bergamo dove il 72enne sacerdote aveva concluso la sua missione di parroco alcuni anni fa e dove tutti lo ricordano con affetto. E’ morto nell’ospedale di Lovere dove era stato ricoverato dopo il contagio da CoVid-19 e l’insufficienza respiratoria che ha aggravto i suoi precedenti problemi di salute.

Don Giuseppe Berardelli, arciprete di Casnigo morto a 72 anni dopo aver contratto il CoVid-19

«Era una persona semplice, schietta, di una grande gentilezza e disponibilità verso tutti, credenti e non credenti. Il suo saluto era ‘pace e bene’» ricorda Giuseppe Imberti, a lungo Sindaco di Casnigo menzionando poi le varie opere realizzate dall’arciprete «amato da tutti».

«Alla festa dei coscritti del ‘47 non mancava mai. Perfino per le veglie funebri chiedeva prima ai parenti se fosse gradita la sua presenza, per dire la discrezione che aveva» aggiunge l’ex amministratore pubblico evocando nella nostra mente il penoso paradosso che il povero parroco non ha nemmeno potuto ricevere le esequie a causa dei protocolli di emergenza SARS-2.

Tanti casnighesi, però, lunedì 16 marzo si sono affacciati ai balconi di casa e lo hanno salutato con un lungo applauso, mentre la sua bara transitava sui camion dell’esercito diretta in altre regioni italiane per la terribile moria epidemica che continua a falcidiare la provincia di Bergamo.

Nato il 21 agosto 1947 a Fonteno fu ordinato sacerdote il 30 giugno 1973, il suo primo incarico era stato di coadiutore nella parrocchia di San Giuseppe in città alta, quindi a Calolzio dal 1976 al 1984 e successivamente parroco di Gaverina e dal 1993 di Fiorano al Serio, dove si era conquistato tutti con il suo entusiasmo e la sua generosità.

«Grazie a lui sono riuscita ad aprire il Centro di Auto Aiuto che ha permetto di sostenere tante famiglie e tanti ragazzi sbandati» ricorda Clara Poli, per anni Sindaco di Fiorano. «Era sempre allegro e pieno di entusiasmo, ha regalato pace e gioia alle nostre comunità. Il suo è un arrivederci Non ci lascia soli, da lassù veglia su di noi e continua a scorrazzare fra le nubi con la sua motocicletta…».

 

UN PAPA TRA DUE ESEMPI DI UMANITA’ CRISTIANA

Don Giuseppe, appena diventato Arciprete a Casnigo nel 2006 aveva lavorato da subito al progetto di ristrutturazione del nuovo oratorio dedicato a San Giovanni Bosco e a San Giovanni Paolo II, il Papa di cui Casnigo conserva la talare-reliquia nel Santuario della Madonna d’Erbia.

Fu proprio quel Pontefice, l’ex studente-minatore Karol Wojtyla divenuto seminarista e sacerdote di nascosto durante l’occupazione Nazista e poi nominato Cardinale di Cracovia durante quella Comunista, a proclamare prima Beato e poi Santo il suo connazionale francescano padre Massimiliano Kolbe.

Massimiliano nacque a Zdunska-Wola l’8 gennaio 1894 nell’anno in cui in Francia scoppiò l’affaire Dreyfus – l’arresto e la condanna di un ufficiale francese ebreo con l’accusa di spionaggio da cui fu assolto 12 anni dopo – preambolo di quell’antisemitismo poi degenerato nel Nazismo.

Tale degenerazione, secondo alcuni studiosi, fu “pilotata” da poteri occulti al fine di creare una legitimazione internazionale alla futura nascita dello stato di Israele, definita nel 1917 dalla Dichiarazione Balfour, dal nome del ministro britannico che fece tale promessa al banchiere barone Lionel Walter Rothschild, uno dei principali esponenti del Movimento Sionista.

L’OLOCAUSTO ROSSO VOLUTO DAI COMUNISTI MASSONI

In memoria di frate Kolbe, pugnace antagonista della Massoneria e del regime Comunista, da essa generato nel medesimo anno con la rivoluzione Bolscevica come spiegato da Gospa News, va rammentato che il 1917 rappresenta il secondo centenario dalla fondazione della Grand Lodge of London, costituita il 24 giugno in coincidenza con la festività di San Giovanni Battista, decollato come gli aristocratici cristiani durante l’altra rivoluzione massonica, quella Giacobina francese, e l’annuncio della nascita di Israele fu fatto il 2 novembre, giorno della celebrazione dei defunti nel calendario cattolico.

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Se non ci fossero di mezzo Rothschild e Sionisti, addidati da molti quali principali artefici del progetto del Nuovo Ordine Mondiale pianificato ormai apertamente durante le riunioni Bilderberg, non avrei rilevato le coincidenze di questi eventi da cui scaturì la Seconda Guerra Mondiale in cui padre Massimiliano fu ammazzato: ma non in trincea bensì a sangue freddo il 14 agosto 1941 con un’iniezione letale da lui accolta con la recita di un’Ave Maria.

«Con il suo martirio egli ha portato la vittoria mediante l’amore e la fede, in un luogo costruito per la negazione della fede in Dio e nell’uomo» proferì Giovanni Paolo II durante l’omelia in cui fu proclamato santo il presbitero.

Il francescano polacco Massimiliano Kolbe – filmato Vatican News

«In quei tempi influenzati dal Modernismo e forieri di totalitarismi sia di destra che di sinistra, che avanzavano a grandi passi, mentre l’Europa si avviava ad un secondo conflitto mondiale, Massimiliano Kolbe non ancora sacerdote, fondava con il permesso dei superiori la “Milizia dell’Immacolata”, associazione religiosa per la conversione di tutti gli uomini per mezzo di Maria»

Lo ha scritto nella biografia del Santo, protettore dei radioamatori, il settimanale cattolico Famiglia Cristiana omettendo di ricordare che lo scontro tra gli ateisti-deisti massoni e il Cristianesimo era culminato nella Breccia di Porta Pia per l’invasione e la conquista militare di una parte dello Stato Pontificio.

Ad essa l’allora Papa Leone XIII rispose con l’enciclica Humanus Genus di scomunica della Massoneria, quale entità satanica, e l’inserimento della supplica a San Michele Arcangelo durante la Messa.

LA GRANDE GUERRA VOLUTA DAI MASSONI ANGLO-ITALIANI

 

Entrò nell’ordine dei Francescani svolgendo un intenso apostolato missionario in Europa e in Asia. Alternando periodi di riposo a causa della tubercolosi che avanzava, padre Kolbe fondò a Cracovia in prossimità del Natale del 1921, un giornale di poche pagine “Il Cavaliere dell’Immacolata” per alimentare lo spirito e la diffusione della “Milizia”.

«Con il suo ardente desiderio di espandere il suo Movimento mariano oltre i confini polacchi, sempre con il permesso dei superiori si recò in Giappone, dove, dopo le prime incertezze, poté fondare la “Città di Maria” a Nagasaki; il 24 maggio 1930 aveva già una tipografia e si spedivano le prime diecimila copie de “Il Cavaliere” in lingua giapponese. In questa città si rifugeranno gli orfani di Nagasaki, dopo l’esplosione della prima bomba atomica».

I luogo non fu scelto a caso dall’intelligenza donata dallo Spirito Santo a frate Massimiliano. Proprio lì infatti, nella mattinata del 5 febbraio 1597, erano stati crocifissi 26 credenti condannati solo per aver «predicato ed abbracciato la dottrina cristiana» nonostante la proibizione dell’imperatore nipponico Toyotomi Hideyoshi sollecitato ad infierire dai Bonzi.

Tra i martiri, proclamati santi da Pio IX l’8 giugno 1862, c’erano tre ragazzini, Luisito di 12 anni, Antonio di 13 e Tommaso Kosaki di 15, insieme a 14 laici terziari francescani, 6 frati di questo ordine (Pierbattista Blasquez, Martino dell’Ascensione, Francesco Blanco, Filippo di Gesù, Francesco di S.Michele, Gonzalo Garcia) fondato sull’isola da S. Francesco Saverio. Oltre a loro anche un gesuita, Pablo Miki con due suoi catechisti Diego Kisay e Juan de Goto.

Ma il presbitero polacco divenne famoso nel mondo anche per il dialogo interreligioso e la collaborazione con ebrei, protestanti, buddisti che lo indusse ad aprire una Casa anche ad Ernakulam sulla costa occidentale dell’India.

Con l’occupazione della Polonia nel 1941 fu deportato ad Auschwitz dove venne destinato ai lavori più umilianti, come il trasporto dei cadaveri al crematorio. Ma pure nel campo di sterminio si distinse per la sua dignità cristiana e umana al punto che un sopravvissuto lo definì «un principe in mezzo a noi».

Un suggestivo ritratto di frate Massimiliano che rimase un fervente sacerdote anche ad Auschwitz

Alla fine di luglio fu trasferito al Blocco 14, dove i prigionieri erano addetti alla mietitura nei campi; uno di loro riuscì a fuggire e secondo l’inesorabile legge del campo, dieci prigionieri vennero destinati al bunker della morte. Padre Kolbe si offrì in cambio di uno dei prescelti, un padre di famiglia, suo compagno di prigionia.

«La disperazione che s’impadronì di quei poveri disgraziati, venne attenuata e trasformata in preghiera comune, guidata da padre Kolbe e un po’ alla volta essi si rassegnarono alla loro sorte; morirono man mano e le loro voci oranti si ridussero ad un sussurro» racconta ancora Famiglia Cristiana.

Dopo 14 giorni quattro di loro, fra cui padre Massimiliano, erano ancora in vita nonostante gli stenti. Allora le SS decisero di abbreviare la loro fine con una iniezione di acido fenico; il francescano martire volontario, tese il braccio dicendo “Ave Maria”.

Le sue ceneri si mescolarono insieme a quelle di tanti altri condannati, nel forno crematorio. Come pare stia accadendo nelle cremazioni di gruppo dei bergamaschi uccisi a centinaia in queste settimane dal CoronaVirus, tra cui il parroco don Giuseppe Berardelli.

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«Massimiliano non morì, ma “diede la vita… per il fratello”. V’era in questa morte, terribile dal punto di vista umano, tutta la definitiva grandezza dell’atto umano e della scelta umana: egli da sé si offrì alla morte per amore. E in questa sua morte umana c’era la trasparente testimonianza data a Cristo: la testimonianza data in Cristo alla dignità dell’uomo, alla santità della sua vita e alla forza salvifica della morte, nella quale si manifesta la potenza dell’amore».

Enunciò come in una lirica, durante l’omelia della Messa Solenne di santificazione, Papa Giovanni Paolo II, eroe del pacifismo capace di girare il mondo e impressionare i tiranni mettendo in crisi gli affari della Lobby delle Armi, il quale, prima di diventare Pontefice e poi Santo, fu anche un poeta raggiante di quel suo motto apostolico “Totus Tuus” in onore della Regina Celeste. La Santissima Vergine che i Croati nel santuario delle apparizioni mariane di Medjugorie chiamano Gospa…

Fabio Giuseppe Carlo Carisio
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FONTI

FAMIGLIA CRISTIANA – PADRE MASSIMILIANO KOLBE

CULTURA CRISTIANA – I MARTIRI DI NAGASAKI

Don Giuseppe Berardelli morto sul campo, da prete, ha rinunciato al respiratore per donarlo a uno più giovane

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Fabio Giuseppe Carlo Carisio

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