ERDOGAN RESTA SOLO COI MERCENARI ISIS: NATO e qaedisti HTS rifiutano accordi su IDLIB

ERDOGAN RESTA SOLO COI MERCENARI ISIS: NATO e qaedisti HTS rifiutano accordi su IDLIB
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di Fabio Giuseppe Carlo Carisio

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Chi troppo vuole nulla stringe, recita un antico proverbio che sembra ben descrivere la situazione in cui è finito il protervo dittatore della Turchia che sembra essere rimasto da solo: solo in compagnia dei suoi mercenari ex comandanti dell’ISIS…

Il presidente Recep Tayyp Erdogan si trova infatti isolato nella difficile operazione militare nella provincia di Idlib, ultima roccaforte dei jihadisti nemici del governo di Damasco, mentre l’Esercito Arabo Siriano continua ad avanzare con l’appoggio strategico delle forze aerospaziali e terrestri della Russia ed ha conquistato tutte le aeree circostanti ad Aleppo scatenando festeggiamenti gioiosi non solo in quEsta città finalmente libera ma anche negli altri principali capoluoghi del paese. Come se la Siria avesse vinto i mondiali di calcio…

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Sia la NATO che persino i terroristi di Hayat Tahrir al-Sham (HTS), la nuova fazione che ha assorbito gli estremisti islamici di Jabhat Al Nusra, costola siriana di Al Qaeda, hanno rifiutato un accordo di collaborazione con l’esercito turco che ha inviato massicci rinforzi di veicoli blindati e carriarmati nell’ultima provincia controllata dai jihadisti e confinante con la Turchia.

Lo riferiscono alcuni media Curdi che seguono con grande attenzione gli sviluppi nel paese mediorientale, martoriato da una guerra civile che dura da ormai 8 anni e non pare destinata ad una rapida conclusione proprio a causa delle azioni militari di Ankara ma anche di Washington, timorosa di una nuova escalation in quella zona del Nord della Siria ben lontana dalla Valle dell’Eufrate dove si tiene ben stretta i pozzi petroliferi illegalmente sequestrati…

Prima di addentranrci in un’analisi geopolitica per spiegare la situazione attuale di alleanze ed equilibri vediamo i fatti partendo dalla notizia più eclatante riferita solo dal website di ANF in merito all’atteggiamento dei terroristi HTS.

«Negli ultimi due giorni, lo stato turco ha tenuto colloqui con il gruppo Hayat Tahrir al-Sham (HTS), guidato da al-Nusra. Alle riunioni hanno partecipato funzionari del servizio segreto turco MIT, l’HTS e il cosiddetto “Esercito siriano libero” (FSA). Si sono svolte discussioni sulla dissoluzione dell’HTS e sull’integrazione dei suoi membri nell’FSA. Lo stato turco stava quindi pianificando di allontanare l’argomento della “lotta contro il terrorismo” dalla Russia e dare l’impressione che l’obbligo dell’accordo di Sochi di dividere i jihadisti di Idlib in “radicali” e “moderati” sarebbe stato soddisfatto» riporta ANF.

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Sarebbe stata una mossa geniale di Erdogan e dell’intelligence turca che già ha saputo creare una moltitudine di fazioni di estremisti islamici Sunniti, come i Fratelli Musulmani che controllano il parlamento di Ankara attraverso il partito AKP, nelle tre operazioni militari che si sono susseguite in Siria: Ephrate Shield (agosto 2016, Raqqa-Deir Ezzor), Olive Branch (gennaio 2018, Afrin) e Peace Spring (ottobre 2019, Rojava).

Grazie alla girandola di nomi e di cambi di “casacca” dei principali comandanti, passati con disinvoltura dalla bandiera nera dell’ISIS a quelle dei gruppi vicini di Al Qaeda proprio ad Afrin (unico piccolo centro in cui le missioni di Erdogan hanno avuto pieno successo), l’ONU ha avuto difficoltà ad aggiornare in tempo reale la lista delle formazioni terroristiche all’interno dei cosiddetti “ribelli” anti-Assad. Così gli Usa, almeno fino al 2017 ufficialmente e dopo solo ufficiosamente, hanno potuto continuare ad armarle e proteggerle…

Ma questo giochetto ormai l’hanno capito tutti, dagli analisti seri di intelligence ai giornalisti non pilotati dalla NATO come purtroppo quasi tutti quelli dei big media occidentali.

Secondo fonti che stanno seguendo gli sviluppi diplomatici e militari nella regione, lo stato turco ha proposto all’HTS di sciogliere e unire i suoi membri all’FSA come quarto corpo. Secondo la proposta turca, il comandante dell’HTS Muhammed al-Julani, altri membri del consiglio ed emiri di alto rango dovevano recarsi ad Afrin per rimanere lì sotto l’egida della Turchia.

Alcuni comandanti del gruppo qaedista HTS durante un vertice a Idlib – foto ANF

«Dopo i colloqui di due giorni, al-Qaida e HTS hanno respinto questa proposta. HTS ha rilasciato una dichiarazione secondo cui non si sarebbe sciolto e sarebbe continuato per la sua strada. Secondo la dichiarazione HTS, le porte sono aperte ai nuovi arrivati» scrive ancora ANF.

Una fonte della regione ha dichiarato: “HTS ha già cambiato più volte il suo nome. Il fatto che questa volta non si stia dissolvendo e non stia adottando un nome diverso è dovuto alla sfiducia in Turchia. Il leader dell’ISIS Baghdadi è stato ucciso mentre era sotto protezione della Turchia: sarebbe sciocco per al-Julani e la sua squadra fidarsi della protezione dello stato turco Al-Qaida ha già accusato il fronte di Al-Nusra, cioè l’HTS, in precedenti dichiarazioni di affidarsi troppo alla Turchia”.

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Sempre secondo il media Curdo: «Immediatamente prima della dichiarazione HTS, i gruppi armati si sono ritirati dalle aree nella parte occidentale di Aleppo, lasciandoli sotto controllo le forze del regime siriano. Si dice che lo stato turco sia dietro il ritiro senza combattere da quest’area, conosciuta come la roccaforte dei Fratelli Musulmani».

Questo spiegherebbe perché nel breve volgere di alcuni giorni le truppe del presidente siriano Bashar al Assad hanno conquistato decine di villaggi partendo dal centro strategico di Saraqib, grazie al quale hanno poi ripreso il pieno controllo della fondamentale autostrada M5 Damasco-Aleppo, con il sacrificio relativamente basso di un centinaio di caduti.

Le affermazioni sono da prendere con prudenza perché i Curdi, pur avendo in autunno e negli ultimi giorni manifestato l’intenzione a combattere a fianco di Siria e Russia, prima di ogni richiamo all’obbedienza da Washington, guardano con diffidenza il governo di Damasco che non ha ancoa voluto riconoscere il Rojava come Amministrazione Autonoma, simile al Kurdistan in Iraq, quale premio per la sconfitta dell’ISIS realizzata primariamente dall’esercito SDF, comandato e composto in maggioranza da militari curdi YPG (Unità di Difesa del Popolo).

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Free Syrian Army (FSA), denominato TFSA dalla stessa Turchia che lo ha ricostruito nel 2018 dopo la sua graduale dissoluzione per le sconfitte subite, ha inviato rinforzi e supporti ad HTS ma li avrebbe poi ritirati dopo che la formazione qaedista, riconosciuta come terrorista dall’ONU, si è rifiutata di sciogliersi consentendo ad Erdogan di salvare le apparenze davanti allo spazientito presidente russo Vladimir Putin che ha visto gli accordi di Sochi ed Astana mai rispettati da Ankara.

In quegli accordi, infatti, era previsto il disarmo delle forze jihadisti da parte dell’esercito turco che le aveva supportate e armate, causando il proseguimento degli sconti negli ultimi due anni ad Idlib con centinaia di morti tra militari e civili spesso usati come scudi umani dai terroristi, e la fuoriuscita dei ribelli estremisti dalla Siria con il loro ingresso in Turchia.

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Questa mossa, però, non è mai stata attuata da Ankara, oggi più che mai timorosa di portare nel proprio territorio pericolosi islamisti radicali abituati anche a tradirsi a vicenda come denotato dai ripetuti conflitti tra le varie fazioni di Al Nusra ed HTS nel primo periodo di convivenza ad Idlib nel 2018. Ecco perché gli incontri diplomatici che si sono tenuti tra lunedì 17 e martedì 18 febbraio a Mosca non hanno consentito a Turchia e Russia di trovare il minimo accordo.

Anche perché nel frattempo, come riferisce l’altro media curdo BasNews insieme a molti altri websites del Medio Oriente, la NATO ha ufficiosamente rifiutato l’appoggio ad Erdogan nonostante il suo paese faccia parte del Patto Atlantico.

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«I paesi della NATO non sosterranno l’invocazione dell’articolo 5 sulla morte delle truppe turche a Idlib all’inizio di febbraio» ha detto una fonte diplomatica di un importante stato membro all’agenzia russa Tass.

Il diplomatico ha inoltre spiegato che l’uccisione di numerosi soldati turchi è stata una tragedia, ma che ha avuto luogo durante un’operazione militare unilaterale su suolo straniero, che si ritiene sia andato oltre l’articolo 5 del trattato istitutivo della NATO. Ha anche sottolineato che Ankara era a conoscenza della sua posizione, motivo per cui non ha avviato consultazioni della NATO sull’argomento.

Lo stesso Erdogan dopo aver fatto filtrare sui media l’appello ad un appoggio agli alleati del Patto Atlantico, ha poi smentito di aver inoltrato tale richiesta.

Cosa è cambiato in Siria che ha determinato questi due fatali rifiuti per la Turchia, prima da parte dei terroristi HTS e poi dalla NATO?

Per rispondere a questa domanda bisogna considerare che le operazioni militari di invasione turca nel Nord-Est siriano si sono potute verificare solo grazie al tacito benestare della Casa Bianca, ben consapevole che i terroristi ISIS sono sempre stati gestititi dall’intelligence MIT di Ankara, in possesso di documenti segreti in parte rivelate dal dossier del think-tank turco SETA in riferimento ai potenti missili anticarro TOW forniti dalla CIA alle fazioni jihadiste e finiti in mano anche ai loro più feroci alleati terroristi.

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In secondo luogo perché Washington ha bisogno che in Siria prosegua il conflitto per poter giustificare la sua presenza nella Valle dell’Eufrate, finalizzata solo al controllo degli impianti petroliferi per rubare greggio e smerciarlo di contrabbando.

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Una prova di ciò deriva dal fatto che proprio mentre anche a Deir Ezzor si festeggiava la iberazione di Aleppo, con la riapertura dell’aeroporto internazionale dopo otto anni, e ad Hasaka si riunivano i clan arabi per coordinare il loro supporto all’esercito di Assad, l’esercito USA ha spostato proprio ad Hasaka un importante contingente militare di truppe, veicoli blindati ed armamenti.

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Nel frattempo le truppe turche hanno ripreso a bombardare con intensità la città curda di Manbij nel tentativo di allargare l’area sotto controllo di Ankara confinante con la regione di Afrin, in mano ai sanguinari jihadisti di Ahrar al Sahrqiya, assassini della pacifista curda Hevrin Khalaf, al fine di proporla come zona di rifugio per i terroristi di Idlib quando, come pare imminente, saranno sconfitti nella loro roccaforte.

Il rifiuto di NATO e HTS al piano militare della Siria, per essere compreso, deve essere visto nell’ambito del completo scenario del Medio Oriente dove Erdogan ha voluto fare un pericoloso passo più lungo della gamba spingendosi fino in Libia.

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Ankara ha infatti inviato circa 4700 pericolosi mercenari jihadisti, tra cui molti terroristi internaizonali ricerati come capi ISIS, per sostenere il Governo di Accordo Nazionale di Tripoli del presidente Fayez Al Sarray in opposizione all’avanzata del generale Khalifa Haftar, che controlla con il Lybian National Army la città di Bengasi, la Cirenaica ma ormai anche il golfo di Sirte di Misurata dive sorgono alcuni degli importanti impianti petroliferi di cui ha bloccato la produzione creando un danno che avrebbe già superato il miliardo di dollari per Noc (National Oil Corporation), la compagnia nazionale controllata da Tripoli.

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In Libia, però, la NATO è spaccata in tre tronconi: gli USA che sono apparentemente neutrali ed hanno lasciato agire la Turchia come in Siria, la Francia che sostiene Haftar in un’alleanza non dichiarata con la Russia, e gli altri paesi europei tra cui l’Italia che devono salvare la faccia insieme al fragile GNA di Al Sarray da loro stessi voluto e creato sotto l’egida ONU.

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Inoltre proprio sulla Libia nei giorni scorsi c’è stata l’ennesima aspra rottura diplomatica tra il Qatar, socio del più importante azionista (Barclays) della corporation mondiale di armi del Regno Unito (Bae Systems) ed alleato della Turchia nella missione libica come nel finanziamento dello Stato Islamico, e l’Arabia Saudita che, insieme agli emirati UAE, sostiene il leader militare della Cirenaica.

Ecco perché i terroristi di HTS, che fanno riferimento ad Al Qaeda e di conseguenza ai Sauditi che l’hanno creata, finanziata ed utilizzata, in Siria e nello Yemen contro i governi Sciiti degli Alawiti di Assad e degli Houti separatisti di Sanaa, con ogni probabilità sono stati richiamati all’ordine.

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Ma soprattutto hanno rifiutato l’accordo di rifugiarsi ad Afrin ben consapevoli che sarebbero finiti in un’altra roccaforte jihadista destinata ad essere attaccata presto dall’esercito siriano non appena avrà liberato Idlib. Una liberazione che appare ancora più prossima vista spaccatura tra HTS e ribelli filo-Turchi FSA.

Al momento l’ultimo importante alleato della Turchia rimane il Qatar con le sue “colonie” europee nel Regno Unito e in Italia, come spieghiamo nel dossier 4 sulla lobby delle armi. Ma potrebbe essere difficile che Doha tenti di raggiungere un nuovo Golfo Persico per aiutare il “gemello” dei Fratelli Musulmani o il rischio di Londra e Roma di infiammare l’alleanza NATO per sostenere una nuova guerra di invasione in Siria.

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Quindi, al momento Erdogan, nonostante le sue continue minacce di massicce azioni militari a Idlib, può quindi contare davvero solo su alcuni amici “leali”: gli ex comandanti dell’ISIS liberati dalle carceri per comandare le brigate jihadiste di Afrin e nel Rojava occupato come in Libia.

Ma con il rischio di uno sciopero all’orizzonte: perché in Siria i mercenari jihadisti vengono pagati $ 300 al mese mentre in Libia ben $ 2000 e quindi ora tutti vorrebbero andare dall’altra parte del Mediterraneo …

Fabio Giuseppe Carlo Carisio
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MAIN SOURCES

GOSPA NEWS – INVESTIGATIONS ON JIHADISTS

GOSPA NEWS – WARZONE REPORTS

ANF – HTS REFUSED TURKEY PLAN

BASNEWS – NATO REFUSED SUPPORT TO TURKEY

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