MAFIA, MASSONERIA & POLITICA. Raffica di Richieste di Condanne ai Processi “Rinascita Scott” del PM Gratteri. 17 anni per Pittelli, ex senatore con Meloni e Berlusconi

MAFIA, MASSONERIA & POLITICA. Raffica di Richieste di Condanne ai Processi “Rinascita Scott” del PM Gratteri. 17 anni per Pittelli, ex senatore con Meloni e Berlusconi

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Nell’immagine di copertina l’ex senatore Giancarlo Pittelli (Fratelli d’Italia e Forza Italia) e il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri

di Fabio Giuseppe Carlo Carisio

La guerra in Ucraina e la battaglia per fermare i sieri genici mRNA Covid che causano decessi anche per il cancro a volte ci fanno perdere di vista epifenomeni devastanti per il tessuto sociale italiano come le ormai ripetutamente acclarate correlazioni tra mafia, massoneria e politica che costarono la vita ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. 

Ciò avviene anche perché le TV e le agenzie di stampa nazionali danno un risalto minimo a queste vicende, ben consapevoli che è meglio non mettere le mani nella tana dei serpenti soprattutto quando sono “amici degli amici”.

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Tra giugno e luglio in Calabria è arrivato nelle fasi cruciali i processi derivanti dall’inchiesta Rinascita Scott del procuratore di Catanzaro e capo della Direzione Distrettuale Antimafia Nicola Gratteri, più volte oggetto di tentativi di delegittimazione per aver messo in carcere l’avvocato Giancarlo Pittelli, ex senatore di Fratelli d’Italia con Giorgia Meloni e poi tornato a Forza Italia di Silvio Berlusconi. 

Molti colleghi giornalisti di quotidiani d’impronta politica assai vicini all’ambiente massonico di cui Pittelli fa parte hanno fatto festa ogni volta che la Corte di Cassazione, incapace di punire i giudici dello scandalo PalamaraGate ma severissima nell’avviare un procedimento disciplinare contro la magistrata Susanna Zanda che ha denunciato alla Procura della Repubblica di Roma le persone danneggiate o decedute dopo i vaccini Covid, ha scarcerato Pittelli per il quale lo scorso 7 giugno la pubblica accusa ha invece chiesto 17 anni di carcere.

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Memorabile l’intercettazione acquisita dalla Procura di Catanzaro: «Il rito scozzese ti apre le strade e le autostrade mondiali». Disse Pittelli in riferimento alla massoneria che Fiammetta Borsellino ha individuato come uno dei complici nel tremendo depistaggio nelle indagini sulla morte del padre magistrato ucciso in via D’Amelio il 19 luglio 1992 con un attentato dinamitardo. 

Prima di narrare nel dettaglio le richieste di condanne in due differenti procedimenti giudiziari derivanti dall’indagine Rinascita Scott, di cui avevamo ampiamente scritto mettendo in luce la vergognosa presenza di molti politici collusi con la ‘Ndrangheta, ci affidiamo all’asettica ed essenziale analisi di Wikipedia per sintetizzare le clamorose e gravi vicissitudini giudiziarie dell’ex parlamentare di FdI e FI nonostante le quali è ancora in libertà. Lasciamo anche le note per eventuali approfondimenti sui singoli episodi citati.

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I procedimenti Giudiziari dell’ex Senatore Pittelli

«Un valore aggiunto per la Calabria e per tutta l’Italia». Firmato: Giorgia Meloni. Con questo elogio la leader di Fratelli d’Italia annunciava l’ingresso nel partito di Giancarlo Pittelli nell’aprile 2017 nonostante una precedente inchiesta del 2007 in cui era stato prosciolto dall’accusa di abuso d’ufficio solo per prescrizione del reato che, ora, il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, in quota a Fratelli d’Italia ha deciso di cancellare del tutto. 

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Inchiesta “Poseidone”

Pittelli era uno dei principali indagati nell’inchiesta “Poseidone”, condotta dal pm Luigi de Magistris su presunti illeciti nella gestione dei fondi comunitari nel settore della depurazione, con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete,[11] prima che l’inchiesta fosse tolta al P.M. dal procuratore Mariano Lombardi.[12] Successivamente è stata disposta l’archiviazione della sua posizione per insussistenza della notizia di reato dopo le indagini svolte da due diversi PM (Salvatore Curcio e Giuseppe Borrelli).[13]

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Nel 2007 l’ex magistrato Luigi de Magistris ha denunciato l’avv. Pittelli alla Procura di Salerno per il delitto di corruzione in atti giudiziari.[14] Il Tribunale di Salerno, in data 20 aprile 2016, ha assolto Pittelli per insussistenza dei fatti denunciati.[15] La Corte di Appello invece ha dichiarato commesso, ma estinto per prescrizione, il reato di abuso d’ufficio.[16] Per tale vicenda Pittelli ha intentato un’azione risarcitoria nei confronti dello Stato italiano e nei confronti di alcuni magistrati.[4]

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Inchiesta Rinascita Scott

Avvocato di lungo periodo di Luigi Mancuso[17], Il 19 dicembre 2019 viene arrestato nell’ambito del blitz “Rinascita-Scott”, che ha portato a 334 arresti tra le organizzazioni di ‘ndrangheta di Vibo Valentia facenti capo alla cosca Mancuso. L’accusa formulata dai magistrati per Pittelli è di associazione per delinquere di stampo mafioso.[18][19]

Il 17 ottobre 2020 gli erano stati concessi gli arresti domiciliari per ragioni di salute[20]. In seguito i suoi legali hanno presentato più volte al Tribunale del Riesame richiesta di revoca dei domiciliari, che tuttavia non è stata accolta[21].

Il 6 febbraio 2023 il Tribunale del Riesame di Catanzaro, a seguito di annullamento con rinvio disposto dalla Corte di Cassazione, dispone l’accoglimento dell’appello cautelare presentato dai legali dello stesso e dispone la revoca della misura domiciliare per insussistenza indiziaria circa il reato di concorso esterno contestato [22]

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Inchiesta Mala Pigna

Il 19 ottobre 2021 è stato posto sotto custodia cautelare in carcere con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito di una inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, avente per oggetto un traffico di rifiuti gestito dalla cosca ‘ndranghetista Piromalli.[23] Il Tribunale del Riesame successivamente gli ha concesso i domiciliari ma, avendo violato le disposizioni dei giudici indirizzando corrispondenza epistolare al ministro Mara Carfagna, l’8 dicembre 2021 è stata nuovamente disposta la detenzione in carcere.[24]

Il successivo 17 marzo 2023 il Tribunale del Riesame di Reggio Calabria dispone la revoca della misura domiciliare. Pittelli torna in libertà [25]

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In coda a questi episodi ci pare significativo citare le emblematiche parole pronunciate dal dottor Gratteri il 31 gennaio 2021, in occasione della celebrazione dei 30 anni della Direzione Investigativa Antimafia.

“È importante guardare queste immagini per conoscere la storia recente di questo Paese, per non dimenticare e perché questo serva a far riflettere i ragazzi, e soprattutto guardando queste immagini vorrei che il percorso mentale di questi ragazzi fosse quello di non farsi prendere in giro dagli adulti, adulti che non parlano più di contrasto alle mafie, non parlano più di modifiche normative che servono sul piano sostanziale a combattere le mafie che continuamente si trasformano, mutano con il mutare sociale. Perché se noi aspettiamo ancora che le mafie ne uccidano uno a sera per pensare che quello è il problema e quindi se non c’è un morto a sera il problema non esiste e quindi la mafia non esiste e non c’è motivo d’investire su uomini e mezzi ma soprattutto sul piano normativo, allora siamo a posto, siamo tutti tranquilli perché non c’è problema“.

Fabio Giuseppe Carlo Carisio
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MAIN SOURCES

GOSPA NEWS – DOSSIER GIUSTIZIA – MAFIA

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‘Ndrangheta, chiesti più di 4 millenni di condanne per i clan del Vibonese. Diciassette anni per l’ex senatore FdI Pittelli

di Alessia Candito – pubblicato in origine da La Repubblica il 7 giugno 2023

Tutti i link ai precedenti articoli di Gospa News sono stati aggiunti a posteriori

Più di quattro millenni di carcere da distribuire fra 322 imputati. Solo 13 assoluzioni e tre provvedimenti di nullità del decreto che dispone il giudizio. “Nessuno credeva in questo processo”, ha detto il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri. Lui non ha mai smesso e  ci ha messo la faccia quando l’operazione è stata eseguita, si è presentato in aula per difendere la “sua” inchiesta insieme al pool di magistrati che ha messo insieme per portarla avanti – i pm Annamaria Frustaci, Antonio De Bernardo, Andrea Mancuso – ci è tornato per invocare le condanne davanti alla corte.

Alla sbarra, capi e gregari della ‘Ndrangheta del vibonese, dai massimi boss che si muovono tra summit e salioti ai killer che “hanno un cimitero sulle spalle”, dai contabili ai broker della droga, fino ai “picciotti di giornata”, la manovalanza dei clan. E poi, chi ha reso potenti e per lungo tempo anche inattaccabili dal punto di vista investigativo i grandi casati di ‘ndrangheta: politici e avvocati, divise infedeli, imprenditori, amministratori.

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È pesantissima la condanna invocata per l’ex senatore prima di Forza Italia, poi di FdI, Giancarlo Pittelli, considerato il “consigliori”, l’eminenza grigia del clan Mancuso di Limbadi. Massone di alto rango, l’ex senatore del boss Luigi era l’avvocato, ma – è emerso dalle indagini e dal processo – il suo apporto è andato ben oltre il mandato difensivo: in mano a uno dei massimi capi del clan di Limbadi ha messo “il proprio rilevante patrimonio di conoscenze e di rapporti privilegiati con esponenti di primo piano a livello politico-istituzionale, del mondo imprenditoriale e delle professioni”. E non era soggetto di piccolo calabro nel panorama politico Pittelli, tenutario anche dei segreti dei partiti in cui ha militato, a partire da Forza Italia, se è vero che – intercettato – ha svelato: “Dell’Utri, la prima persona che contattò per la formazione di Forza Italia, fu Piromalli a Gioia Tauro”. La storia della ‘ndrangheta in quel pezzo di Calabria e non solo, l’ha scritta quel casato.

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Eccolo il capitale sociale dei clan, che diventa moneta di scambio, prateria di intervento, nuovo esercito che non porta armi ma in cambio di voti, affari e favori garantendo il potere. Per Pittelli in tanti si sono stracciati le vesti, hanno raccolto firme, costituito addirittura comitati, ma dall’arresto nell’ambito dell’operazione Rinascita Scott in poi, per lui i guai sono solo iniziati. E il suo nome ha iniziato a saltare fuori in più di un’inchiesta che ha coinvolto i massimi vertici dei clan non solo del Vibonese, ma anche della Piana di Gioia Tauro. “Un complotto”, hanno sempre sostenuto i suoi sostenitori. Adesso decideranno i giudici. Ma nell’universo del maxiprocesso Rinascita Scott, l’ex senatore transitato da Forza Italia a FdI non è l’unico politico risultato al soldo dei clan.

L’ex consigliere regionale Pietro Giamborino, per la procura antimafia di Catanzaro era stato costruito a tavolino dai clan di Piscopio, a cui si sarebbe venduto barattando voti in cambio di lavori e appalti, per questo – hanno sostenuto in aula – merita 20 anni di carcere. “Solo” un anno e sei mesi sono stati invocati per un ex assessore regionale, Luigi Incarnato. Pesantissima – 18 anni – la richiesta avanzata per l’ex sindaco di Vibo Pizzo, Gianluca Callipo, accusato di aver favorito le cosche sia da sindaco, sia da imprenditore.

Uno dei tanti, formalmente titolari di ditte e imprese nei più diversi settori, ma che l’inchiesta ha svelato riciclatori, avatar, complici dei clan, ingranaggio perfetto di un sistema che occulta ricchezze straordinarie sottraendole al territorio e a chi lo abita. Uomo di collegamento fra aree divise solo formalmente, ma sempre stata una cosa sola a livello geografico e criminale è l’imprenditore Rocco Delfino, per il quale l’accusa ha chiesto 12 anni. Pene da boss perché assolutamente funzionali e organici ai Mancuso sono state chieste per Mario (29 anni) e Umberto Maurizio Artusa (26 anni), ufficialmente titolari di un piccolo impero nel settore abbigliamento, in realtà grandi lavatrici del clan. Non sono gli unici: proprietari di noti bar come Gianfranco Ferrante(26 anni) o “padroncini” noti nel vibonese come Mario Lo Riggio (22 anni) o il costruttore ed ex vicepresidente della Vibonese calcio Francesco Michelino Patania(19 anni) hanno incassato richieste di condanne pesantissime.

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Formalmente, tutti colletti bianchi, come l’avvocato Francesco Stilo, legale a disposizione dei clan non solo per le attività difensive e per questo da condannare – hanno chiesto i magistrati – a 15 anni di carcere.

Nessuno sconto anche per le divise infedeli finite alla sbarra nell’inchiesta Rinascita Scott i: 8 anni sono stati chiesti per il tenente colonnello dei carabinieri Giorgio Naselli, 17 per Michele Marinaro, ex finanziere in servizio alla Dia di Catanzaro e successivamente alle dipendenze della Presidenza del Consiglio nella sede di Reggio Calabria, 18 per Antonio Ventura, ex appuntato scelto del reparto operativo dei Carabinieri di Vibo Valentia, anche lui talpa dei clan, 6 per l’ex comandante della polizia municipale di Pizzo, Filippo Nesci.

Insieme a loro, centinaia di affiliati, narcotrafficanti, killer, ex latitanti, come il boss Pasquale Bonavota, catturato ad aprile, in tempo per incassare una richiesta a trent’anni di carcere.

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Rinascita Scott, processo in abbreviato: la Dda in appello chiede 74 condanne

di Giuseppe Baglivo – pubblicato in origine su La CNEWS24 il 5 luglio 2023

Davanti alla Corte d’Appello si è conclusa la requisitoria del pm della Dda di Catanzaro, Annamaria Frustaci, per il troncone del processo nato dall’operazione Rinascita Scott celebrato in primo grado con il rito abbreviato. Sono 74 le richieste di condanna avanzate. La sentenza di primo grado è stata emessa il 6 novembre 2021. La Procura distrettuale antimafia ha appellato 4 delle 19 assoluzioni (70 invece le condanne) decise dal gup distrettuale Claudio Paris, vale a dire quelle che avevano riguardato Emanuela Chillà, Antonio Di Virgilio, Maurizio Fiumara di Pizzo e l’avvocato ed imprenditore vibonese Vincenzo Renda. Le condanne per gli altri imputati (quasi 650 anni di reclusione complessivi in primo grado) sono state invece appellate dai difensori. Gli imputati condannati in primo grado hanno beneficiato – per via della scelta del rito abbreviato – dello sconto di pena pari ad un terzo della pena.

Giudicati con il rito abbreviato, fra gli altri, i collaboratori di giustizia di Vibo Valentia Bartolomeo Arena, Gaetano Cannatà e Michele Camillò, oltre ad Emanuele Mancuso di Nicotera, “rampollo” dell’omonimo clan e figlio del più noto Pantaleone Mancuso, alias “l’Ingegnere”. La principale accusa è quella di associazione mafiosa, ma non mancano le contestazioni per diversi tentati omicidi, narcotraffico, intestazione fittizia di beni, estorsione, corruzione, danneggiamento, detenzione illegale di armi ed usura.
Tutti gli imputati ritenuti responsabili per il reato associativo sono stati condannati in primo grado anche al risarcimento dei danni nei confronti dei Comuni costituiti parti civili per un totale di 900 mila euro, con la somma di 150mila euro per ogni Comune. Le pene più alte – 20 anni reclusione – sono state richieste per i seguenti imputati: Mommo Macrì, Luciano Macrì, Saverio Sacchinelli, Francesco Antonio Pardea, Gregorio Niglia, Pasquale Gallone.

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Domenico Camillò, posto a capo del clan Pardea-Camillò-Macrì di Vibo Valentia è stato condannato a 15 anni e 4 mesi, mentre Gregorio Gasparro di San Gregorio d’Ippona si è beccato 16 anni. Per Gregorio Giofrè, anche lui di San Gregorio d’Ippona, la richiesta pena ammonta a 13 anni e 4 mesi, mentre 4 anni e 6 mesi è la richiesta per Carmela Cariello, impiegata del Tribunale di Vibo (sezione Previdenza e Lavoro), così come da condanna di primo grado. In pratica il pm Annamaria Frustaci ha chiesto la conferma delle condanne di primo grado per tutti gli imputati e la pena già chiesta nel primo giudizio per quattro assolti: Emanuela Chillà, Antonio Di Virgilio, Maurizio Fiumara di Pizzo e l’avvocato ed imprenditore vibonese Vincenzo Renda. Per approfondire tutte le richieste di condanna continua a leggere su Il Vibonese

WIKIPEDIA – GIANCARLO PITTELLI

L’ESPRESSO – ‘Ndrangheta: «Pittelli è un valore aggiunto». Così lo accoglieva Giorgia Meloni

REPUBBLICA – ‘Ndrangheta, chiesti più di 4 millenni di condanne per i clan del Vibonese. Diciassette anni per l’ex senatore FdI Pittelli

LA CNEWS 24 – Rinascita Scott, processo in abbreviato: la Dda in appello chiede 74 condanne

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Fabio Giuseppe Carlo Carisio

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